Siamo sempre più poveri

Benedetta Centovalli



«Siamo sempre più poveri», mi ha detto al telefono Claudio Piersanti, dopo avere appreso della morte di Maria. Perché la sua scomparsa lascia i familiari, gli amici e tutti coloro che per ragioni diverse hanno a che fare con lo scrittore Romano Bilenchi non solo rattristati ma sempre più soli. Sì, siamo sempre più poveri, e più nudi, indifesi nel tempo effimero della cronaca che ci è dato di vivere. Romano diceva che i grandi pittori dipingevano sempre la solita Deposizione o l’ennesima Ascensione, criticando il nuovo in servizio permanente effettivo, e così lui, grande scrittore del secolo scorso, scriveva e riscriveva il suo grande romanzo sul tempo infinito dell’adolescenza, su quel tempo immobile stretto tra il desiderio di crescere e la volontà contraria di restare bambini. Con una precisione ossessiva e ricorsiva, lontana dall’ingannevole chiarezza toscana. Scriveva Bilenchi del mistero dell’età giovane dell’uomo e quell’età era un tempo archetipico oltre la storia, lavorava ai fianchi il romanzo di formazione, lo allargava, lo esplodeva verso un’idea di narrazione fluida e continua che costruisce mentre si fa, e quello che costruisce è un’enorme onda marina che torna a infrangersi sulla spiaggia per ricominciare. Da Anna e Bruno a Conservatorio di Santa Teresa alla trilogia degli Anni impossibili, Bilenchi scrive il suo grande e unico romanzo sul passaggio dall’età adolescenziale all’età adulta, passaggio bloccato, contrastato, impossibile. Mettere in scacco il tempo della narrazione e con essa le parole che usiamo, rendere tangibile l’impossibilità di abitare le nostre parole, come in un quel capolavoro assoluto che è Casa d’altri di Silvio D’Arzo.

Sì, siamo sempre più poveri. Nel nostro tempo della cronaca giganteggia uno scrittore come Bilenchi che ha attraversato il secolo scorso a orologi spenti, fisso all’età della sua formazione, che poi aveva coinciso con la giovanile adesione al fascismo da cui mai si sentirà fino in fondo mondato, sempre con il bisogno di tornare a spiegare che cosa aveva significato per quella generazione il primo fascismo, poi il passaggio nelle file del pci clandestino e la militanza rigeneratrice nella resistenza durante la guerra. Di qui la costruzione dell’altro suo romanzo parallelo, il romanzo biografico e in chiaroscuro della sua generazione, che va dal Capofabbrica al Bottone di Stalingrado, fino all’esito ultimo e sorprendente di Amici. Così temi e tempi storici si legano e si intrecciano in un’unica ossessione: il racconto esatto del farsi di una coscienza, la chiarificazione di fatti che possano contribuire alla piena comprensione della propria vicenda in un dolente e mai risolto corpo a corpo con il proprio tempo.

Sì, siamo sempre più poveri. Perché quella costante ricerca di chiarificazione, quel bisogno mai pago di spiegare e spiegarsi è il sale di una terra abitata da uomini liberi, la cui coscienza storica e civile ha dialogato e lottato con il secolo buio delle ideologie. "Se un uomo è libero, è libero con il fascismo, con il comunismo, anche con il diavolo sotto casa", sono parole di Bilenchi che delineano in modo preciso il suo costante credo politico. Bilenchi amava la letteratura ed era insieme scrittore e uomo politico nel senso più pieno.

Pochi anni fa in occasione del conferimento della cittadinanza onoraria di Colle di Val D’Elsa a Maria Bilenchi era riemerso l’episodio che segna l’inizio della conoscenza di Maria con Romano, un episodio che contiene molto di quello che sarà il loro legame: «Ho conosciuto Romano nel 1950, quando cominciai a lavorare al giornale. Gli ero stata segnalata da Cesare Luporini, con cui nei miei primi anni universitari avevo collaborato a "Società", da lui diretta dopo il ’47 e in seguito trasferita a Roma. La prima volta che mi presentai in redazione Romano arrivò in ritardo, si scusò dicendomi che era stato a vedere La corazzata Potëmkin, e mi passò la tessera del cinema d’essai perché ci andassi anch’io la sera stessa».

Se sfogliamo le fotografie di Romano in quegli anni ci troviamo davanti a un uomo poco più che quarantenne, magro, elegante, sempre con la sigaretta in mano e lo sguardo intenso velato di melanconia, seduto alla sua scrivania di direttore oppure mentre a passo svelto taglia qualche via o piazza di Firenze. Altrove Maria appare minuta, magrolina, sguardo vigile, mentre cammina con qualche libro sottobraccio, ma sono - queste di Maria - immagini private di un album familiare.

Maria Ferrara è rimasta al "Nuovo Corriere" come segretaria di redazione fino alla sua drammatica chiusura nel 1956, partecipe di anni che furono ricchi di esperienze e di incontri, condividendone il lavoro quotidiano; anni formativi e indimenticabili, per lei giovanissima in una Firenze che viveva una delle sue ultime stagioni importanti.

Di quei tempi lontani oltre ai documenti restano ancora le fotografie con il loro carico di memoria che ti viene incontro nel nitido bianco e nero di cinquant’anni fa. Come un ritratto di Romano che mi è particolarmente caro: Romano appoggiato al muretto di una terrazza, sguardo concentrato in un’espressione imbronciata, bocca carnosa tentata da un sorriso, doppiopetto chiaro, cravatta, camicia bianca, braccio e mano destra lungo il fianco, tra l’indice e il pollice appesa l’eterna sigaretta. Sullo sfondo la città, davanti scorrono tre fili che si incrociano e si aggrovigliano al centro della sua figura, la scandiscono all’altezza dell’unica fila di bottoni agganciati, giocano con le sue mani. O una foto di Maria, in equilibrio su una balaustra davanti a una spiaggia del Lago Trasimeno, con un vestito a fiori chiaro, i capelli mossi dal vento, elegante e assorta.

Sì, siamo sempre più poveri.

I miei ricordi invece risalgono all’inizio degli anni Ottanta, quando ho conosciuto Romano Bilenchi e ho cominciato a frequentare la sua casa. Quel «mi venga a trovare» non l’ho mai dimenticato. Era l’età giovane che aveva avuto la fortuna di trovare una misura, un centro. Da subito accanto a Romano che tuonava dal divano del salotto a tratti divertito per una ragione politica o letteraria o per una partita di calcio aveva preso posto la figura snella di Maria, dalla presenza discreta ma costante. La sua attenzione affettuosa nei riguardi di Romano e la condivisione delle passioni e delle amicizie facevano di entrambi quasi una sola persona. Invece no, la personalità di Romano e quella di Maria si rivelavano man mano separatamente, in realtà tutti e due trovavano vie diverse di incontro con i visitatori di passaggio nella loro casa e se le predilezioni erano condivise, allo stesso tempo la loro individualità era sempre salva. Romano era un toscano irriducibile, mai formale, anticonvenzionale. Maria più controllata lanciava dagli occhi messaggi precisi che non erano in nulla differenti dalle posizioni più estreme di Romano. Uno manifestava, l’altra accompagnava e sosteneva nei suoi modi educati.

Vorrei solo cercare di dire come incontrare Romano Bilenchi abbia voluto dire incontrare anche Maria. Come l’uno e l’altro fossero uniti e sodali, pur nelle loro singolarità. E credo che gli amici più assidui tra i numerosi che hanno frequentato la loro casa condividano questa affermazione. Alcuni di loro hanno mantenuto negli anni la consuetudine di fermarsi qualche ora nel salotto di casa Bilenchi per salutare e chiacchierare con Maria, confortati dal fatto che tutto è stato custodito ed è rimasto com’era in questi vent’anni dalla scomparsa di Romano. Libri, quadri, soprammobili, fotografie, oggetti quotidiani sono ancora al loro posto.

Il mio debito con entrambi è immenso. Quando Maria lasciò dopo trent’anni la Sansoni per andare in pensione e potere finalmente occuparsi solo di Romano, sofferente per la sua malattia, mi fece un regalo speciale: il suo tipometro. Già la parola oggi è come un’arma: t-i-p-o-m-e-t-r-o, la misura tipografica della pagina, lo strumento con cui si verificano corpi e interlinea. Nessuno lo usa più né lo saprebbe più usare. Il tipometro di Maria, l’ho usato per anni, era la mia personale misura del mondo.

Oggi siamo più poveri, ma abbiamo memorie.

E per fortuna ci sono le fotografie a raccontare anche quello che con le parole non si può raccontare. Le fotografie con Rosai e Pratolini, quella con Luzi, quella che tutti conoscono alle Giubbe Rosse. Poi i ritratti di Romano con il gatto nero Zillo che mangiava solo coniglio freschissimo, Romano dal sorriso sofferente e acceso davanti alla tazzina di caffè, le medicine che ingombravano gli scaffali della libreria, il tavolo basso della sala dove navigavano carte e libri e troneggiavano il portacenere sempre pieno, la lente d’ingrandimento e le forbici lunghe per la carta. Romano che fuma, ride, accende una sigaretta, la spenge.

Tra i tanti fotografi che hanno ritratto Maria e Romano nei tardi anni Ottanta (Giovanna Borgese e Giovanni Giovannetti), mi ha sempre colpito una sequenza di scatti di Vincenzo Cottinelli datata 1988. Sono foto particolari prima di tutto per la luce: Romano e Maria si guardano, seduti sul divano con le spalle alla portafinestra, hanno il viso in ombra ma un raggio di sole ne unisce i profili e mette in risalto la qualità particolare del loro sguardo. In tutte queste foto Maria è intenta a osservare Romano, lo accompagna con gli occhi, lo sfiora, gli sorride, e in una che trovo bellissima, legge la posta, seduta sulla sua sedia a dondolo di legno accanto a Romano, il volto esposto alla luce, colta in un gesto di amorevole dedizione. La sedia a dondolo, quella dove ha trascorso anche gli ultimi vent’anni senza Romano, custode e guida, presente e attenta in ogni momento ad onorarne la memoria. Maria c’era sempre, e quel suo esserci era una certezza, lei non lasciava mai quella casa, con le sue librerie, i suoi quadri di Rosai, Maccari e Marcucci, le sue sculture di Venturino, e alla sera quando la finestra della sala che si affaccia sul balcone di Via Brunetto Latini si illuminava, proprio come l’aveva dipinta di recente un amico pittore, chiunque passasse di là era sicuro che l’avrebbe trovata.

Sì, oggi siamo diventati ancora più poveri.

(Firenze, Gabinetto Vieusseux, 24 maggio 2010)








pubblicato da b.centovalli nella rubrica dal vivo il 25 maggio 2010