Energia di digestione

Giuseppe Munforte



Ci sono libri che corrono sul filo che divide la vita dalla morte, che illuminano la vita a partire da una sfida alla morte, iniettando così anche nell’evento e nell’oggetto più banali un’energia assoluta. Libri che si giocano sul piano dell’azzardo, dello scandalo, che se ne fregano delle buone regole della scrittura e dei gusti del lettore, riuscendo in questo modo a fare un grande regalo al lettore. Libri, insomma, che sono letteratura.
"Energia di digestione" di Silvia Colangeli (pubblicato da Italic) è uno di questi libri. Un romanzo che va assaporato, che si impone, che va accettato come accade con le cose che arrivano inattese, con il loro carico di rischio e di novità, di sgradevolezza e di emozione. La quarta di copertina ci dice che è nato da un racconto che aveva una densità tale da racchiudere un intero romanzo. E la lettura ci fa sentire quanto sia costato all’autrice scriverlo, scavare, mettere a fuoco, all’interno di una materia così difficile, necessaria: ci fa percepire quel carico di dolore che sempre si accompagna all’ebbrezza nella vera scrittura. Parla di anoressia, ma la malattia non è il suo tema, è piuttosto l’occasione e lo strumento per dare spazio a una visione delle cose, a una singolare lotta con e per lo stare al mondo.
La protagonista anziché nutrirsi di cibo, si nutre di visioni, pezzi di vita presi dalla sua giornata, "briciole" che scorrono dando corpo al suo stupore di fronte al mondo, alla sua solitudine, portandola a un’esitazione suprema nei confronti del cibo reale. Conducendola a momenti di sospensione in cui il suo stesso corpo, sempre più magro e trasparente, si offre come una pellicola di carne su cui far scorrere il miracolo della vita, colta in tutta la sua intensità emozionale, dalla gioia al dolore alla delusione alla speranza. Sono visioni e non allucinazioni, sono il tempo scandito in un presente semplicissimo e carico di intensità.
La protagonista è una ragazza che, come suo padre, è "incapace di tenere ogni ritmo", il suo tempo si inceppa, gli automatismi del corpo saltano, la progressione del tempo e dell’esistenza le costa una continua attività onirica di digestione, indispensabile per recuperare energia.
La vicenda si compie nel corso di una giornata che rappresenta un punto di crisi, una voragine che richiama e fa scorrere la sua intera vita. Eppure è a suo modo una giornata come tante. Si intuisce, leggendo, che il quotidiano della voce narrante si scandisce da sempre a questo livello emotivo. "Sempre attenta, attentissima a tutto quello che vedevo, che sentivo, sempre pronta a immaginare cosa si nascondesse dietro a volti, gesti, parole apparentemente banali; sempre pronta a ingoiare il significato profondo di ogni più piccola cosa" Un "raccogliere" che non è un gioco, "che in realtà è una tortura".
La protagonista ci accompagna nella sua ossessione, in un crescendo di intensità. Raccoglie gli eventi e gli oggetti minimi, decisivi, commoventi della sua esistenza e li fa brillare in un processo che li trasforma in energia di vita, nella forza muscolare necessaria per compiere ancora un passo, un movimento. Ci mostra con grande radicalità come il suo stare al mondo possa fondarsi solo su questo estremo desiderio di consapevolezza, mettendo in scena un annullamento che, paradossalmente, è per lei la sola condizione per tentare una redenzione della vita che si è persa, un lavorio che investe pezzi dell’intera sua esistenza, dagli affetti più alti (l’amore per il padre, il dolore inflessibile provocato dalla sua scomparsa, che si sovrappone nel racconto a quella dell’uomo amato) fino agli oggetti minimi, apparentemente insignificanti. Un movimento che attraversa tutto il romanzo.
Un esordio coraggioso, come dovrebbe essere ogni esordio, scritto senza calcoli. Un libro di quelli che alla fine lasciano l’autore, per dirla con Pavese, "come un fucile sparato". Per fortuna ci sono ancora editori che hanno il coraggio di pubblicarli, sapendo quello che fanno.








pubblicato da s.nelli nella rubrica libri il 24 maggio 2010