Registro dei fragili

Fabiano Alborghetti



Lo spunto di questa terza raccolta di Fabiano Alborghetti è un fatto di cronaca, un bambino ucciso dalla sua giovane madre alla quale la maternità aveva troncato la speranza di una carriera da starlette televisiva. Al delitto segue l’abituale canea dei mass media, sguinzagliati nel paesello, di articoli e trattatelli sociologici à la carte, di dichiarazioni di parenti, amici e vicini.

Gli outlet, le palestre, il luoghi di villeggiatura dove smaltire «lo stress» e «la fatica accumulata», i banchi di chiesa la domenica, le passeggiate sul corso con l’occhio alla borsa o al foulard altrui, le aule della scuola, i giardini delle grigliate «con il vino quello buono»: Alborghetti ha esplorato con tenacia il nucleo pulsante di questa disperazione e di questa catastrofe, dando vita a un cantico straordinario per ispirazione, compattezza, pietas.
Questa è la sua voce:

Canto 5.

Metteva il figlio in fondo al dire con l’orgoglio
del buon seme messo bene nella donna e ne vantava in ampi gesti
con parole da rivista da barbiere: figlio forte

ripeteva quando cresce come me deve pensare
e poi gli insegno anche il mestiere. Lo prendeva per le spalle
lo scoteva come merce mentre il figlio gli annuiva

troppo intenso d’emozione per quel ruolo designato…

Canto 16.

Non conosco il tradimento ripeteva con l’affanno, aggrappando
giusto al bordo per trovare l’equilibrio le parole
misurate con pacata dedizione:

questo è il tempo alla famiglia
poi le mani giunte avanti, gli occhi fissi dentro gli occhi
ripeteva le parole, gli diceva forme e frasi ed immagini evocava

anche indietro, già vissute: siamo uniti per la vita
credi forse che mi manchi un qualcosa che tu neghi? Credi forse
che ricerchi altri corpi o situazioni?

Credi forse che da uomo mi comporti da animale?
Io non so che altro dire
e mostrava sfinimento

quasi certo che convincere fosse un’arte non casuale.
Con chi credi abbia tradito?
Lei alzava ferma e dura e la schiena era un sollievo

poter volgere sul muro quel suo sguardo da perdente.
Ma che donna credi sia iniziava a bassa voce:
credi forse che non veda l’interesse ormai sfumato?

Tu non chiedi che il silenzio, tu non chiedi che del sonno
Io ti ascolto mentre torni, sento sempre
ogni tuo gesto: quel restare fermo ore a fissare la tivù

quei canali sconci e impuri su cui fremi con le mani
su cui passi tutto il cazzo che ti spegne la ragione.
Credi forse che non senta, credi ancora che non veda

i tuoi segni sul tappeto, quella sborra che ti spremi
quando fissi quello schermo, quando vieni in altre donne
io lo so che non ci sono

quando vieni e sporchi tutto, tu non chiami la mia bocca
per quei sogni da scopare, tanto basta la tivù:
gode meglio che tua moglie, non è vero?

Quante femmine hai sognato mentre in piedi il cazzo in mano
quante femmine hai lasciato per tornare con me a letto?
Meglio un corpo da vedere che cercarmi anche per sbaglio

meglio credere che fotti ogni notte le veline.
E di me cosa rimane? Donna tronca di ogni sesso, io che ascolto
il cazzo amato preferire l’illusione… Odio ciò che siamo adesso

gli diceva troppo calma mentre usciva dalla stanza…

Canto 29.

Alla visita alla scuola era chiesto un genitore
che parlasse all’insegnante
che capisse l’accadere: sa, suo figlio è intelligente

ma non applica il sapere, non si applica allo studio
a noi pare che un problema, a noi pare che suo figlio
possa avere confusione e chiedevano di casa

insistendo nei dettagli
e chiedevano se sempre rimanesse in quei silenzi
come accade qui alla scuola fermo al banco all’intervallo

non si muove e non gioca, non si alza per mangiare
resta fermo in quei silenzi come fosse handicappato
e ne risente il rendimento se non gioca coi bambini

ne risente tutto il fare che la scuola è comportare
che la scuola è l’occasione di mischiare le esperienze
ma non gioca coi bambini, lui rimane lì in silenzio

e nemmeno interrogato mostra segno d’interesse
resta fermo sguardo al muro e non muove neanche un dito
resta fermo nell’assenza e non sente neanche il voto

non risponde alle domande e resta fermo senza dire.
E chiedevano di casa se andava tutto bene, se in famiglia l’armonia
o se fosse un altro caso, se non fosse quel bimbo forse

un poco handicappato e in quel caso c’è il sostegno
per studiare le lezioni l’insegnante di sostegno
e suggeriamo di accettare

che il sostegno è un buon aiuto è un aiuto dedicato
per quei casi di bambini che dimostrano problemi
suggeriamo d’accettare per il bene del bambino

che son cose da pagare quando il bimbo cresce e lascia
che son cose e van corrette prima che sia troppo tardi
e per come van le cose non c’è altra soluzione

che il marchio handicappato in pagella è quasi certo
e chiudeva l’argomento per parlare con un altro
col dovere d’insegnante che ha capito un caso umano

e c’è un altro caso aperto a cui tendere la mano…

Canto 31.

Le rotelle aveva tolto dalla bici per andare
come i grandi gli diceva mentre il bimbo pedalava
col manubrio stretto forte, l’equilibrio traballante

di chi cerca d’andar dritto senza nulla cui appoggiare...


Fabiano Alborghetti, Registro dei fragili, edizioni Casagrande, 2009.








pubblicato da t.lorini nella rubrica poesia il 24 maggio 2010