Preghiera

Dario Voltolini



Chi sarò?

Avrò tutta la loro forza e tutta la loro debolezza, la rabbia e la tenerezza. Avrò paura e mi daranno coraggio, avrò bisogno di fare un salto e mi tratterranno per qualche loro ombra che arriva da lontano. Avrò di fronte un muro e mi parrà invalicabile, ma loro soffieranno da dietro cominciando piano e poi sempre più forte fino a fare un vento, un uragano. Mi alzeranno in volo, mi porteranno oltre.
Quali gioie mi daranno, quali prenderò per conto mio passando per la strada?
Arturo elegante col pizzo bianco e la cravatta, il mento un poco alzato, appoggiato al muro sembra non saper tentennare, ma chi lo sa? Davvero è forse lui il più tenero, il midollare.
Michele e Pierfrancesco: se ne stanno un po’ discosti. Luigi ha le braccia dietro la schiena, alza il labbro da una parte, Gino guarda in basso, seminascosto. Luciano è l’unico con la testa coperta e fissa dritto davanti.
Pippo è seduto per terra.
Luca ha le orecchie sporgenti.
Mimma non si vede quasi e di Angela solo la fronte.
Clelia sorride tenendo Marcolino che sta quasi per parlare, per dire la sua, non è facile convincerlo.
Paolina è triste, ma dietro di lei lo è ancora di più Luisa, magra magra.
Le due Pulci sorridono abbastanza, invece Emma sembra aspettare che la foto finisca per fare le sue cose, cose molto intelligenti, come lei, d’altra parte.
O sarò come Filippo, con lo sguardo sbarrato che vede quello che gli altri solo possono sospettare, che di fronte ha uno spazio completo di cose che la gente non sembra rilevare. O forse solo lui vede quello che vede, perché in verità se lo immagina, per paura e desiderio, per resistere al dolore.
Rita ha la faccia forte e Augusta mi vuol bene, piega la testa. Ma Rita è davvero di marmo o non è invece bloccata dall’incertezza?
Cosa stiamo facendo infatti qui tutti noi raggruppati in unica gente, come lavoriamo i nostri tempi e i nostri manufatti e per fare in fine che cosa? Siamo una famiglia? Siamo spaccati dal denaro, siamo incollati dal tempo. Siamo un gruppo di persone che covano rancori, e magari amori, amari sguardi che si incrociano talvolta con dispetto. O con rispetto.
Non importa.
Siamo davanti alla lente del fotografo eppure non ci sembra di fare una cosa speciale, perché è come se ogni giorno fossimo di fronte a un occhio che ci guarda, che ci scruta, che ci segue e non ci perde mai di vista. Nelle stanze dove rimbombano i macchinari, lungo i tavoli arrotondati dall’usura, carichi di pialle e di tenaglie, tra le lastre, nelle mescole, nelle miscele di calce, non c’è un breve nascondiglio per nessuno, siamo sparsi da una mano forte e dobbiamo germogliare.
Io non ho ancora nemmeno un volto, sono di faccia confusa, un poco cancellata. Io prenderò le mie sembianze un pezzetto da ciascuno di loro e non si sa cosa ne verrà. Il tempo mio, che mi sta aspettando, potrebbe essere molto diverso da questo qui, di oggi, di tutti loro. Potrebbe essere un tempo diviso, dove il volto ricorda tutti, ma nessuno più compare a fianco. Oppure proseguiremo come la nave che cambia i pezzi in viaggio, restando sempre la stessa e mai la stessa, fino a qualche sponda.
E io chi sarò, in questa corsa cieca e provvidenziale? Chi saranno stati tutti loro, e perché?
Guardiamo tutti oltre il fotografo i lunghi campi appena inclinati, con le stoppie e i filari lontani piegati dal vento, sullo sfondo azzurro delle colline che la foschia umida rende leggere e guardiamo ancora più avanti fino a quando non vediamo più un accidente di niente.
Vediamo future gravidanze, risse davanti all’osteria, coltelli che compaiono, amici che si fanno sotto, affari conclusi nell’ombra, fallimenti, stufe e ciocchi di legna e vino rosso nei bicchieri, lunghi pomeriggi, infiniti, sangue che esce dalla ferita. Le cose decise dagli altri, le guerre. Le guarigioni improvvise, i momenti che girano a vuoto, come la bici senza la catena: e uno se ne sta imbambolato di fronte a un tiglio e non si capacita di niente, non comprende, in un torpido pensiero sente che in verità non ha mai fatto niente di niente. Eppure in quell’ora è sfinito, rovinato di fatica, le ginocchia peste.
Alcuni partono, diventano calligrafie intermittenti, notizie da altri continenti.
Alcuni tornano, e se ne stanno seduti sulla panca, nella morsa fra il racconto dettagliato che può durare una vita intera e il riassunto, che nemmeno comincia, stringi stringi. E lo guardano aspettando, finché non si scuote, e la ruota riparte.
Io somiglierò a tutti loro, irripetibile risultato. A questo sarà valso posare oggi in questa foto. Il lampo di luce che ci ha colti insieme impone la sua forza. Il caso.

Che mi aiuti il Signore, a essere chi sono.








pubblicato da d.voltolini nella rubrica racconti il 20 maggio 2010