Ricordo di Stevenson

Leonardo Guzzo



"Non c’è niente di più bello che dimenticare, se non forse essere dimenticati". Oscar Wilde, il grande eretico dell’età vittoriana, esprimeva così l’abbandono, il desiderio di fuga, l’ansia di oblio tipici della sua epoca. Ma a viverli fino in fondo fu un suo contemporaneo, un altro grande irregolare assetato di avventura e ispirazione. Robert Louis Stevenson viene in genere ricordato come uno scrittore per ragazzi, tutt’al più come l’autore del più scabro e inquietante thriller psicologico di sempre, quello "strano caso del dottor Jekyll" che scandalizzò schiere di puritani dell’Inghilterra di fine Ottocento, ma è in realtà un artista in piena regola, un narratore raffinato, tra i più grandi della sua generazione. Nato a Edimburgo, tra le brume della fredda Scozia, scelse di morire ai confini del mondo, nella perenne estate delle isole Samoa, al termine di un lungo, personale viaggio alla ricerca della felicità. Prove di un’indole ribelle, di un temperamento inquieto e romantico, ne aveva già date in abbondanza prima di allora. Da bambino fragile e introverso si era trasformato in un giovane incostante, attratto dalla letteratura e dagli eccessi, da una vita sregolata che aveva finito per rovinargli la salute. I sintomi precoci della tubercolosi lo obbligavano a spostamenti forzati, per sfuggire alle insidie delle stagioni ostili, e frequenti soggiorni in stazioni climatiche e stabilimenti termali. Eppure la salute malferma non gli impedì di inseguire fino in California, e poi di sposare, Fanny Osbourne, moglie divorziata di un uomo politico americano, più vecchia di lui di dieci anni. Un amore travolgente e fuori dagli schemi, scoppiato anni prima in Francia, dove Robert studiava arte, e destinato a durare per tutta la vita. Insieme a Fanny, nel 1888, Stevenson compì l’ultima scelta di vita, la più eclatante. Su invito di un editore americano accettò di scrivere il resoconto di un viaggio "dal vero" e intraprese una lunga crociera nei mari del Sud. A bordo della goletta Casco visitò le Isole Marchesi, le Hawaii, Tahiti e l’Australia, per approdare infine a Upolu, nell’arcipelago delle Samoa occidentali. Stevenson vi giunse nel dicembre del 1889 come un perfetto corsaro, l’aspetto trasandato e ribaldo, gli occhi spiritati e profondi. Ma la sua malattia dava segni di netto miglioramento e la sua caccia alla felicità stava per finire. Affascinato dal posto, decise di stabilirsi nell’isola, poco lontano dal villaggio di Apia. Comprò Vailima, la "terra vicino alle acque", e là, tra il mare e la foresta, costruì la sua casa, oggi trasformata in un museo pieno di reliquie dello scrittore. Con gli indigeni stabilì un rapporto cordiale e autentico, denunciando la barbarie del colonialismo e i rischi della cosiddetta civiltà: per gli indigeni diventò semplicemente Tusitala, il "raccontatore di storie", il menestrello di miti lontani e l’affascinato ascoltatore delle leggende locali, l’ambasciatore "sui generis" di un’istintiva comprensione tra i popoli. "Sotto il cielo vasto e stellato", nel grembo soffice della notte agli antipodi, passeggiando in riva al mare lungo anelli di sabbia bianchissima, assaporò per anni le gioie semplici dell’anonimato. Fino al 1894, quando un’embolia al cervello lo stroncò improvvisamente, precipitando gli indigeni nella disperazione. Per esaudire le sue ultime volontà i Samoani ricavarono un sentiero nella boscaglia fino alla sommità del monte Vaea, dove Stevenson fu sepolto su una spianata che dominava il porto di Apia. "Il marinaio è a casa, la sua casa di fronte al mare, il cacciatore è tornato dalla collina" .
L’immedesimazione dello scrittore con i suoi personaggi era completa: come un vecchio lupo di mare partito per raggiungere un’isola sconosciuta, Stevenson aveva scoperto che quell’isola gli apparteneva da sempre, e aveva trovato il suo tesoro, nascosto ad aspettarlo ai confini del mondo. Dopo un lungo apprendistato era entrato finalmente nella schiera dei "lanternai", gli eroi bizzarri e romantici di un suo racconto giovanile. Come per i lanternai, adesso "l’essenza della sua felicità consisteva nel camminare solo nella notte scura; la slitta chiusa, il cappotto abbottonato, neanche un raggio che sfuggisse a guidare i passi, a rendere pubblica la gloria nascosta; un mero pilastro di tenebra nel buio; e nel cuore essere consapevole di avere appesa alla cintura una lanterna a lente sporgente, esultare e cantare intimamente per tale sensazione rassicurante".
Al culmine di un viaggio senza mappa, Stevenson era risalito alle radici della stessa idea di isola: non un rifugio di solitudine, ma il luogo del raccoglimento, del contatto con la natura come culto antico ed eterno, lo scrigno della verità oltre gli inganni, della voce nascosta dietro al silenzio. Quella voce l’aveva cercata per tutta la vita, negli eccessi e nel demone ambiguo del successo, nell’arte e nell’immaginazione, nell’atmosfera plumbea della Londra vittoriana e in quella dilatata e variopinta, oppure misteriosa e maliarda, dei suoi romanzi d’avventura. E poi aveva rinunciato a tutto per trovarla davvero, nel buen retiro delle isole Samoa. Scrollandosi di dosso smanie e ambizioni, riscoprendo un senso infantile di innocenza e gratuità e alla fine svolgendo, nell’atto di vivere per il gusto di vivere, il suo "grande compito di felicità".








pubblicato da a.tarabbia nella rubrica libri il 20 maggio 2010