Nella valle dei sogni

Serena Gaudino



Negli ultimi giorni su tutte le prime pagine dei più importanti quotidiani non si parla altro che del ritorno, inasprito, della guerra di camorra a Scampìa. Una guerra dettata dall’assottigliamento degli spazi di mercato, dalla ridistribuzione del potere, dalla comparsa di nuovi personaggi che vogliono entrare nel gioco. Con l’uccisione, a circa un mese di distanza di due personaggi importanti del losco giro camorristico, i giornali paventano il ritorno della più famosa faida che durante tutto il 2004, e fino a oltre la metà del 2005, ha contato oltre settanta morti (tra cui anche innocenti cittadini o solo parenti o affiliati dei clan in guerra). Dal 2005 a oggi però la guerra tra i rivali si è soltanto placata. Non si è mai fermata. Ogni tanto, comunque ci è scappato il morto. Ogni tanto, comunque si è celebrata una vittoria, da una parte e dall’altra. E oggi che hanno ripreso ad ammazzarsi tra clan rivali, si stanno di nuovo mischiando le carte.
Ma da quel 2005 a oggi cosa è cambiato a Scampìa? Quanto e come ha investito lo Stato e la politica locale in questo quartiere?

Molto poco. O tantissimo, dipende dai punti di vista. Quello istituzionale farebbe un quadro rivoluzionario delle proprie imprese in questo quartiere dove è previsto il completamento dell’edificio che ospiterà la facoltà di medicina (si sa però che nessuno dei professoroni vorrebbe venirci e che comunque sono finiti i soldi per terminare i lavori), il completamento del nuovo centro direzionale con abitazioni residenziali e il completamento delle famose case che andranno a sostituire definitivamente gli spazi abitativi delle “vele”.

Eppure quel che si sente di più non è il cambiamento paventato dalle Istituzioni ma quello messo in moto dall’associazionismo e dalle azioni di volontariato. Rispetto al 2005, quando Scampìa era veramente abbandonata a sé stessa, ora qui esistono tante piccole e grandi realtà territoriali che, contando appunto sul volontariato o su piccoli o grandi finanziamenti temporanei, si sono rimboccate le maniche e hanno investito su propri progetti di riqualificazione culturale. Partendo dai giovani, che hanno potuto beneficiare dei tanti progetti sostegno scolastico, educazione alla cultura e al lavoro il Centro Territoriale Mammut, il Centro Hurtado, l’Associazione Dream Team, le cooperative La Roccia e L’Uomo e il legno, e ancora le Associazioni Non uno di meno e Chi rom e chi no, i progetti Scampìa Felice e Casa Arcobaleno, la biblioteca Le Nuvole, Punta Corsara, Arrevuoto e la casa editrice Marotta & Cafiero, la ludoteca per i più piccini, il Circolo di Legambiente Le Gru, il Gridas, il Teatro Nord, l’Arci, La palestra Maddaloni… hanno cambiato il volto di questo piccolo mondo aereo: circa 80.000 persone stipate in 4 chilometri quadrati. Famiglie una sopra l’altra, in lunghi e larghi palazzoni tra gli otto e i tredici piani. Mentre il Comune, non riuscendo a comprendere a fondo l’importanza degli interventi territoriali di queste associazioni, le finanzia poco e male.
Detto questo mi sento di aggiungere Scampìa non è un quartiere di cui accorgersi solo quando succedono fatti di sangue. E’ invece un quartiere terribilmente problematico dove sarebbe necessario spendere soldi e energie costantemente. E quindi, ben vengano i controlli, le retate, gli arresti, le intercettazioni, ma che siano, tutte azioni di un progetto unico pensato per smembrare e annullare il traffico di droga del quartiere, la malavita, la povertà e la disperazione. Un progetto che punti al risanamento sociale ed economico di questa che da tutti viene chiamata la più grande piazza di spaccio d’Europa.

Perché non è vero che a Scampìa in questi giorni scatta il coprifuoco: la gente è da sempre abituata a muoversi con prudenza, a prescindere dalla faida. Si muove poco a piedi perché le strade rappresentano un pericolo nell’immaginario di tutti. Strade in cui non passeggia mai nessuno, che fanno più paura dei colpi di pistola sparati alla nuca da qualcuno a qualcun altro a distanza ravvicinata. Le persone comuni, normali, non hanno paura delle sparatorie, o almeno non solo di quello, perché a loro non succede nulla. Vivono nel ventre della vacca. E l’agguato colpisce dritto la preda, non si può sbagliare. Lo sbaglio costa caro, e il proiettile vagante è una ferita troppo grossa da sanare, soprattutto se fora il petto di un innocente.
Perché non è vero che la gente vuole andar via da questo quartiere. Scampìa è il quartiere più verde di Napoli e anche il più giovane d’Italia. Qui nascono tutti i bambini che alzano la media nazionale. Qui ci sono le mamme più giovani d’Italia. Qui ci sono i giovani più assetati di futuro d’Italia. E sono loro che purtroppo vogliono andar via, dopo l’università, perché per loro, soprattutto, non c’è nessuno sbocco, a Scampìa e a Napoli, naturalmente. Qui la gente vorrebbe viverci per sempre. Per la luce che emana il cielo dopo il temporale, per l’emozione che danno le nuvole assiepate dietro i grattacieli, per la voglia di vedere, davanti a sé, finalmente, un orizzonte. Anche se le case cadono a pezzi, i palazzi sono pericolanti, i cancelli bloccano ogni spazio, ogni pensiero. E’ necessario un capovolgere le regole per costruire un progetto di vita che non debba essere necessariamente preso in prestito dalla camorra.
La verità è che qui la gente non ha mai neanche lontanamente pensato che Scampìa fosse un quartiere sicuro. Mai. Neanche nei giorni di pace. Nei giorni di serenità.
Non si può far finta che Scampìa sia un quartiere di Napoli come un altro e improvvisamente scoprirlo diverso e pericoloso.
Scampìa è un quartiere pericoloso sempre. Non solo perché si ammazzano, i delinquenti. Ma perché qui si tollerano più cose che in un qualsiasi altro luogo: la violenza, lo spaccio, l’abusivismo, il mercato nero, il contrabbando, l’occupazione illecita di appartamenti sfitti o abbandonati, i sussidi elargiti dalla camorra, il lavoro nero… Cose terribili, tutte insieme.
A Scampìa si spaccia. Interi lotti sono abitati da spacciatori: pesci grandi e piccoli. E la vendita avviene sotto gli occhi di tutti. Da qui passano, arrivano e partono i più grossi carichi di droga. E qui vengono nascosti, divisi in dosi e rivenduti. Ai pusher, ai tossici ai professionisti, a chiunque. Basta poco: in un paniere dal balcone prima si mettono i soldi e poi si ritira la merce, calata velocemente. Davanti a tutti quelli che passano. Nessuno si fa distrarre da chi passa, nessuno ha paura di essere visto o individuato.
Lo sanno tutti che sono le persone che stanno dentro al “gioco”.
Ma nessuno vuole sparigliare le carte fino in fondo.
Nessuno vuole cambiare il gioco.
Fino a ora
A Scampìa c’è un luogo che viene chiamato “La valle dei sogni”. Veniva molto usato dopo che la polizia ebbe sgombrato l’asilo del lotto P. Ora i tossici si sono messi un po’ più in là. dietro il caseggiato. E dietro il Cristo che accoglie con le braccia aperte lungo il viale principale, si apre l’inferno: un campo intero dedicato a chi non può aspettare di tornare a casa per farsi. Un luogo recintato dagli stessi abitanti, da un lato, che cercano di non vedere, che vogliono far finta di vivere una vita normale. Ma là, dietro il muretto, in mezzo a lunghe erbacce e rovi intricati si danno appuntamento i drogati all’ultimo stadio. E Il tappeto d’asfalto davanti a quella valle è ricoperto di scatoline di cartone che hanno contenuto boccette di soluzione fisiologica sterile. Che serve per rendere fluida la polverina.
E le siringhe in ogni angolo sono ancora dotate di aghi, aghi pericolosamente sporchi.
Questo si tollera. E si dichiara la paura di una nuova faida?
Ma chi ha paura della faida? Non certo gli abitanti di Scampìa.
Perché quanto la paura di una nuova faida supera la paura di incontrare uscendo dal palazzo con il proprio figlio piccolo uno dei giovani incappucciati che dirigono lo spaccio? Che ti dice che per oggi non puoi andare in palestra, al cinema, da tua suocera, al mare… perché non si può interrompere il mercato?
Quanto questo fa più paura di sapere che due boss si sono ammazzati alle due di notte fuori a un bar, al mare in un parcheggio, in un momento di tranquillità?

Cosa fa più paura a Scampìa: camminare sperando di scansare uno dei cento aghi ancora attaccati alle siringhe lungo le vie nel parco di Scampìa o dentro uno dei lotti incriminati; camminare sperando di non incontrare il tossico di turno ripiegato su se stesso tra due cassonetti della spazzatura mentre sogna e non sapere cosa fare; camminare al fianco di bambini che fanno i corrieri o che sperano di diventare presto il nuovo “ palo abbasc’ o’ palazz’”; camminare verso casa sperando che quella sera non finirai in ospedale per le botte che ti dà tuo marito… o sapere che due spacciatori si sono appena incrociati e ammazzati? E tu non li conoscevi neanche? Cosa fa più paura a Scampìa? La faida o la galera? Il luogo in cui prima o poi ci va a stare una madre, un padre, uno zio, un marito, un fratello, una sorella. Il carcere è un ospite quotidiano nella vita di gran parte delle famiglie del quartiere.
Di Scampìa ci si accorge solo quando si ammazzano per strada. Ma se interi lotti vengono chiusi per favorire lo spaccio, nessuno lo sa. A parte gli spacciatori, gli acquirenti e gli abitanti di quel lotto. E la polizia, a sprazzi a momenti. Questo è un buon momento. Meno male.
Per anni i Sette palazzi hanno ospitato il mercato. Lunghe file, a Natale, prima delle vacanze, a Pasqua, si articolavano davanti ai portoni blindati. Sotto gli occhi di tutti.
E qualcuno ha anche provato a ribellarsi. Qualcuno ha abbattutto, complice la polizia, diverse volte i cancelli di ferro. Ma la sera stessa erano immediatamente sostituiti.
A Scampìa non basta contare i morti della faida. I morti della camorra.
A Scampìa si devono cominciare a contare anche i morti per droga.
E poi, proviamo a contare tutti quelli che vanno in galera perché spacciano: pesci piccoli. Valgono sì e no 100 euro a settimana. E la camorra – pesci grandi – quei cento euro lì dà alle famiglie. In cambio vuole omertà e rispetto. E la gente ci sta. Non può non accettare il patto, perché oltre a quello non c’è nulla. Fino a ora. Speriamo.
E resta chiusa nelle proprie case piene di disperazione, di violenza, di solitudine: case abusive, nessun lavoro, nessuna speranza, nessuna possibilità di cambiamento.

Ma come è possibile tollerare che questo accada a soli dieci chilometri da Piazza del Plebiscito, nella periferia Nord di Napoli?
Ma come è possibile che la politica tolleri un tale bubbone esplosivo, una tale presunzione, un tale mercato di uomini e di corpi più che di droga? Perché sono gli uomini a Scampìa, poi a farne le spese: i bambini che seguono l’esempio dei padri guardandoli a tavola trafficare col bilancino mentre mangiano la pastasciutta. I bambini sguinzagliati già da cuccioli su motorini elettrici giocattolo truccati. I bambini che vedono le loro madri picchiate a sangue con occhi gonfi e nasi rotti dai loro padri fatti. I bambini che non hanno mai visto il mare. I bambini che non vanno in cortile a giocare con gli altri bambini. I bambini che fanno i corrieri, consapevolmente o inconsapevolmente. I ragazzini che non vogliono andare più a scuola. I ragazzini col telefonino all’ultimo grido che sanno che il mondo lo si deve vivere a morsi. E chi più ne ha più ne prenda. Le ragazzine in minigonna e tacchi alti. Le ragazzine in sovrappeso, che nessuno qui chiama chiattone ma ciacione, le ragazzine col rossetto a 10 anni, con lo smalto a 6, con l’ombretto a 9. Le ragazzine che sono già mamme a 14 anni, spose a 16, vecchie a 20. Con tre o quattro figli, un marito in carcere, un compagno segreto, un po’ di soldi della camorra e la schiena spezzata a fare qualche lavoretto di pulizia nei palazzi. Le nonne che mantengono con la loro pensione intere famiglie, interi agglomerati umani: figlie con i figli, nuore con i figli. In case di due stanze in cui ci vivono in sei o sette. Senza nessuna vita privata, nessuna speranza, nessun sogno. Se non quello di raggranellare i soldi per pagare le bollette, la ricarica del telefonino e la benzina nella macchina (che serve per portare i panni puliti e qualcosa da mangiare ai parenti a Poggioreale).
Cosa fa più paura a Scampìa, un morto ogni tanto o la povertà estrema?
L’incapacità di trovare un lavoro di tenerselo stretto, di portare a casa i soldi per mangiare?
Ma dov’è l’investimento umano per capovolgere questa situazione? Dov’è lo Stato? A Scampìa dovrebbero esserci volanti di polizia e di carabinieri, in giro, in continuazione. Non solo quando si presume la riapertura della faida.

Tutti dovrebbero occupare ogni luogo, ogni porzione di territorio, ogni buco, strada, casa, palazzo. Tutti i cittadini di Scampìa, del Vomero, del Centro di Chiaia, Posillipo, Fuorigrotta… dovrebbero svegliarsi e rendersi conto che quel cancro è diffuso anche nelle loro case, nelle loro scuole e gioca con i loro stessi figli.
Ci vorrebbero occhi elettronici dappertutto. Perché non bastano gli occhi umani che potrebbero chiudersi, improvvisamente, da un momento all’altro. Per osservare, spiare, seguire, pedinare, registrare e acchiappare, con le mani nel sacco.
Non basta farlo quando si risveglia la cosiddetta “faida”.
Scampìa dovrebbe essere un luogo sotto protezione, sempre. Un luogo in cui nessuno può far nulla senza essere spiato, seguito, stanato. E non darebbe fastidio a nessuno questa cosa qui. Tranne che alla camorra. Sicuramente non a quelle persone che di Scampìa vorrebbero solo viverne le meraviglie. Non darebbe fastidio a nessuno vedere più di un’auto di polizia ferma in un angolo. Tranne alla camorra. Anzi, qualcuno magari potrebbe anche decidere di andare a piedi lungo viale della Resistenza o via Bakù per tornare a casa: abbasc’ ‘e kappa (al lotto k). O decidere di farsi un giro verso Cupa Perillo, verso il campo Rom, vergognosamente abbandonato e tutto intorno delimitato da tonnellate di spazzatura e masserizie varie che non vengono ritirate per strani giochi di competenze, pur sorgendo proprio lì di fronte, il parcheggio dei camion dell’ASIA abilitati alla raccolta dei rifiuti.

L’emergenza innesca la guerra.
Tra lo Stato e il malfattore.
Ben venga.
Ma la guerra non può finire una volta abbassati i toni e ridotto lo scontro. La guerra deve finire con la dichiarazione di un vincitore e di un vinto. Non è possibile uscire pari, qui a Scampìa, baciandosi sulla guancia. Bisognerebbe “risanare il quartiere” dalle fondamenta.
Dalle basi.
Abolendo la tolleranza, spezzando le catene di potere, investendo sull’educazione dei giovani, potenziando le attività scolastiche ed extrascolastiche, incoraggiando progetti produttivi, investimenti finanziari e educativi, finanziando le associazioni che da anni lavorano sul territorio assicurando continuità e costanza, assicurando l’apertura di una finestra su un mondo diverso. Perché a Scampìa manca un orizzonte: da dovunque ti giri vedi solo case e palazzi intorno, niente montagne, niente mare, niente infinito. E i giovani hanno bisogno di infinito. Hanno bisogno di sognare oltre i confini, di vedere qualcuno che abbia coraggio, coraggio di gettare il cuore oltre l’ostacolo.








pubblicato da s.gaudino nella rubrica emergenza di specie il 11 settembre 2012