Passione e durata del corpo

Francesca Matteoni



I

I ritratti delle vecchie fotografie ci guardano da mappe fantastiche, percorse d’improvviso, i margini della carta impressa logorati nelle pieghe della pelle. Poi c’è questa luce – sottratta alle immagini in dissolvenza, come i fili, il secco delle foglie nei nidi – il residuo resistente di calore. Si fissano le pupille strette, gli zigomi, i sorrisi colti di sfuggita o in posa nell’obbiettivo: dietro i contorni si cerca d’indovinare un paesaggio, la storia di coloro ritratti, il loro mondo sommerso. Come vivere tesi indietro, nell’origine fredda, immaginando i ricordi degli altri, di cui siamo punto terminale, svolta. Nella fotografia s’incontrano due memorie: noi guardiamo dritti nella morte e per un paradosso prolunghiamo l’esperienza di una vita – ci accorgiamo di non creare nulla, di ereditare e abitare una casa di cui si scrostano le pareti, cadono come sfoglie di pulviscolo sulle carni vecchissime, gli spigoli delle ossa. Tra noi e loro si perde lo spessore - siamo appiattiti verso il bordo, la sfumatura del tatto, come in una di quelle grandi tele rosse e nere dipinte da Mark Rothko, dove il colore è un crescere uniforme di materia. Lo si sente, chiudendo gli occhi, dal fragore al silenzio. Un alzarsi ed abbassarsi di polmoni, che riempiono e dilatano lo sgomento, spazi di corpi trapassati altrove, intravisti senza essere raggiunti.

Esco dalla metropolitana diretta verso il fiume e l’entrata del museo. Il quartiere di Southwark è una strana mescolanza di desolazione e familiarità – cancellate, cantieri, il becco meccanico delle gru, pub dispersi, edifici dalle geometrie contorte, gli ascensori esterni, le vetrate grandi senza tende, l’aria del Tamigi che lascia credere di percepire l’odore della foce, della corrente del mare. Cammino in un luogo del divenire, le mura replicanti, inumidite dalla sera, raccolgo i miei pensieri per poi lasciarli andare al rumore dell’acqua. Il museo d’arte moderna è una vecchia centrale elettrica, una cattedrale rossastra con la torre-ciminiera stretta nel mezzo che s’illumina di un neon viola sulla sommità. All’ingresso si alzano file ordinate di betulle bianche ed esili, come in un dipinto di Klimt - una natura artificiale in cui smarrirsi, prima di entrare. Salgo sulla scala mobile, diretta alla sala di Rothko. È uno dei miei luoghi preferiti in assoluto. Rothko riduceva i segni ad una pianura, lo squallore e la potenza dei vuoti - diceva di dipingere le emozioni umane, non le storie. Aveva impiegato buona parte della sua vita per arrivare al suo stile, i blocchi di colore traslucido dagli orli sfumati, irregolari, come una forma in lento divenire e al tempo stesso la sintesi di tutte le forme possibili, di ogni luce incastonata nel pigmento. Guardare questi quadri è un’esperienza spaziale e temporale, si è assorbiti, introiettati: sembra quasi che all’artista non importasse tanto comunicare qualcosa, ma far sì che lo spettatore ascoltasse qualcosa. Per ognuno il suono è diverso: dramma e ironia, perdita e salvezza, viscere e intelletto – ma il punto d’approdo dietro i colori è il nulla. La base solida su cui poggia ogni illusione, il punto dove convergono l’io ed il mondo. Come Michelangelo la forma, come Turner la luce – Rothko capiva il colore.
Nella stanza in penombra della Tate Modern mi siedo tra i quadri sbarrati come finestre cieche, enormi, e aspetto che si aprano o si chiudano, che mi precipitino verso il centro. Non posso uscire da me stessa, devo vedermi il sangue da dentro. Imprimere le tele oltre lo sguardo è ritrovarsi nell’invisibile stratificato in me, pezzi di sentimenti e paure premuti addosso perché io cerchi un varco per farmi spazio al fuori, ad un volto che non sia più il mio. Poiché il mio corpo è un oggetto destinato a finire, a portarsi via tutto di me, prima ancora che io riesca a conoscerlo bene, ho bisogno di altri in cui scoprirmi, che la memoria lenisca il trauma della mia sparizione. Ho bisogno di filtrarmi in una forma d’amore. Ecco la punta delle dita sui corpi, la linea d’unghia, ruvida, convulsa, lo schiantarsi quieto sullo sterno.

Gli amerindi e i nomadi credevano che la macchina fotografica catturasse l’anima, in modo subdolo, vampiresco: fissata per sempre ed inumana. Quando la vita è continuo spostamento si comincia a somigliare alla terra che si calpesta, l’aria che ci sferza: non ha molta importanza che le ossa mischiate nelle buche siano quelle dei vecchi che non superano la migrazione invernale o lo scheletro di renne, cavalli, cani martoriati dalla fatica. Nei ritratti il respiro è tenuto fermo, un resto minimo, irreale: diventiamo polvere senza sgretolarci, immagini piane, famiglie.

II

Immagino i volti dentro la pittura come i freak di Diane Arbus. Il gigante ebreo, la testa appena sotto al soffitto della sala da pranzo, i due anziani genitori, tozzi, che lo guardano con affetto contrariato, esterrefatto, come una Alice newyorchese cresciuta troppo e tutto insieme per un pezzo di fungo, immemore dei propri piedi formicolanti tra le radici. Il gigante è un grande punto di domanda, il suo corpo ripiegato nel segno senza verbo. Sembra chiedere scusa delle sue proporzioni. Il perché della sua troppa esistenza (se riusciranno i pensieri, le parole a riempire i muscoli e la carne) è l’ignoranza gigantesca di tutti che si fa persona, la fiducia commovente in un bene alla fine, in alcune risposte, contro la sordità dell’evidenza. Nel gigante è il senso innato di colpa, il bisogno di scusarsi sempre di se stesso, di una connaturata inadeguatezza. L’abito buono, messo per l’occasione, di chi resta sempre fuori luogo, si ricaccia nel fondo l’entusiasmo e la tristezza perché non scappino all’esterno: colori fantastici e storpi. Mi scuso di essere me stessa, mi soffoco le parole mangiando in fretta, mi fascio i vostri cuori come un tessuto stampato sulla pelle che è mia, non vi appartiene, anche se lo vorrebbe. Quando vedo il gigante ebreo m’inteneriscono le lacrime. La Arbus scrisse che molte persone temono per tutta la vita un evento scioccante, un trauma: i freak sono aristocratici, portano il trauma addosso fin dalla nascita, non hanno altro da temere. La fotografa collezionava cartoline, volantini, inviti a spettacoli circensi, articoli riguardanti esseri umani anomali e straordinari: il bambino italiano dalla forza di un elefante, la donna-serpente che cambia pelle ogni notte. Con i soggetti del suo lavoro, i travestiti, i nudisti, i difformi, i diversi, i re accattoni di New York, stringeva rapporti di amicizia durevoli, diventando partecipe delle loro storie. I sentimenti come sorrisi larghi, denti d’oro, gambe troppo corte nel bianco e nero: l’occhio vuoto dell’obiettivo riempito di vite marginali, straordinariamente concrete. Queste esistenze messe in disparte sono al centro del mondo, annullano l’astrazione nella carne, come la bambina psicotica nella scuola, che al compito disegna te stessa in un cerchio, risponde con una curva irregolare, chiusa attorno ai piedi. Non tutta la persona dentro un’improbabile aureola nello spazio, come ci aspetteremmo, ma solo la base, il luogo dove si cammina o si è fissi, chiuso nella circonferenza. Io sono solo l’esperienza che tocco: il resto è aria appena indovinata, frazionata nei capelli. Sto costretta in uno spazio angusto, la pesantezza incisiva di una scrittura - il mio e il vostro corpo. Nell’ultimo lavoro prima del suicidio sono raccolti senza titolo i ritratti dei degenti di una residenza per disabili e ritardati mentali: donne e uomini che giocano nell’erba, in maschera per una festa, con i cappotti sformati sopra i camicioni da notte, come i bambini in partenza per l’Isola Chenoncè. Anche il piatto di minestra sul tavolo ci guarda. Si sfogliano le pagine con il pregiudizio della pena, ma è la bellezza a sconvolgerci, la lievità: qualcosa dentro di noi cede, si riconosce, come accorgendosi, dopo una corsa affannosa, della lunghezza e del suono del proprio respiro, della sua esistenza. Si tocca un punto di rottura, si smette di morire nell’attimo in cui si accetta il dolore, avanzando nelle scarpe nere ortopediche, le calze chiare arrotolate sui polpacci. C’è nell’ultima immagine un corteo bizzarro sotto un cielo di nuvolaglia e grigio: camminano con certezza infantile verso l’ignoto. Il ragazzo down con mustacchi dipinti e l’espressione vaga del sonno, sembra voltarsi fuori dal viaggio verso lo spettatore, chiedere dove andiamo afferrando la mia voce per parlare. Io sono dentro la processione: il loro allontanarsi è il mio. Un gesto libero nel toccarsi la mano, fare della propria alienazione l’uguaglianza.

III

Quando si è spezzati, assemblati orribilmente nel proprio male si può trovare la forza degli uguali in cui giacere. Prima è il silenzio – smettere con il linguaggio, risalire dai frantumi, i fianchi spinti sui coltelli, bucati a fuoco da chi si è amato ed è morto, mentre noi eravamo impreparati, non si era detto ancora abbastanza, oppure si era detto troppo soffocandoci di angosce: non si era pensato con attenzione alla velocità del tempo, alla carne che si annacqua e poi svanisce, al modo in cui muoveva le mani quando parlava, ai polsini slacciati sulle vene, a dove puntava gli occhi per nascondersi, per timidezza o solitudine. Le cose ci osservano, ma non ci amano perché non le sappiamo più tenere né far scorrere. Siamo liquidi mostri di colla, incapaci di sollevare un passo – ci appuntiamo ovunque senza decifrare un senso, temiamo la contaminazione, il graffiare del sentire, perfino di un’emozione bella, la sua poca resistenza. La perdita è terribile, è mutilazione - un cambiamento grottesco che tira come strappi, ma non massacra. S’impara a fare cenno ai mutilati, starci in mezzo, sdraiarsi sulla terra privi di tutto, disperderci all’essenziale, conoscere, dopo la foga, la compassione - la parola più vicina a fratellanza. Averne degli altri e di noi stessi, avere cura perfino del dolore. Quando si è dentro, al centro delle cose e della disperazione, non vediamo chiaramente, siamo una massa pulsante che si agita per fare uscire il sasso, l’appiglio da cui tornare ad un riconoscimento - dove si è devastati convertirsi in riparo.

Io andai a nord. Con il treno fino a Rovaniemi, e da lì l’autobus su una strada senza traffico verso il lago Inari, il più grande della Finlandia, rallentando per l’attraversamento delle renne. Qui la sera estiva non tramonta mai, l’arancione è prolungato nel cielo - gli alberi sono betulle sempre più rare, cedono alla tundra, all’acquitrino prima del mare surreale delle balene.
Dove finisce la terra, l’uomo è ridotto, in piedi, sul bordo - si deve confondere con gli elementi, subirne il capriccio, essere spogliato dalle stagioni come un qualsiasi altro animale, condividerne ferocia, paura, umiltà. Da bambina Lapponia era una parola strana, nuova e per questo meravigliosa. La scoprii per la prima volta in un libro di storie su altre bambine che vivevano lontane: in Russia, in Giappone, in Cina, in Lapponia. La fiaba di Higgiugiuk la lappone era la prima. La ragazzina bionda nei vestiti blu e rossi era quella delle quattro che più mi assomigliava: con le trecce come me. Leggevo le sue avventure nella pineta in Maremma, al fresco, con mia nonna, perché nessuna delle due ha mai sopportato troppo a lungo l’afa estiva sulle guance bianche e rosse come la neve e le mele. Higgiugiuk viveva in un paese straordinario dove i pesci attendono nel ghiaccio, l’animale domestico è la renna dalle corna di ramo e di velluto. Le case si spostavano con il diminuire del freddo, il lichene spuntato per le renne e per il pane nero cotto sul focolare; non c’erano città, ma solo gruppi umani, stretti l’uno all’altro tra le slitte e i cani durante le migrazioni. Dentro la tenda tutti i corpi erano vicini e non si poteva piangere o ridere senza che gli altri se ne accorgessero. I bambini più piccoli stavano dentro culle di betulla, avvolti nelle pelli dei cuccioli.
La tenda del nomade è la famiglia - se la porta sempre dietro, ovunque vada, anche se per strada si danneggiano i pezzi, se ogni tanto deve andare nel bosco a cercare pelli e legna nuova, se quando la rimette in piedi c’è sempre qualcosa di meno o qualcosa in più. Lei cambia, ma il nomade è al suo interno. Il suo calore resta attorno, anche quando è un fastidio, un’oppressione – è il luogo da cui partire, aumentare il distacco, riavvicinarsi.
Nel villaggio di Karasjok sul confine tra la Finlandia e la Norvegia trovai un volume fotografico sulle popolazioni dell’artico eurasiatico. Le fotografie risalivano alla prima metà del Novecento: la piatta desolazione del paesaggio, da cui si alzavano i terrapieni, le abitazioni ricoperte di muschio con dentro i bollitori, gli oggetti quasi inesistenti: i grembiuli, le coperte, le ceste intrecciate, i nervi delle renne lavorati come un filo. Vecchi e bambini dai capelli stopposi sotto i tricorni, i visi bruciati dalle intemperie e dal sole: il simbolo più importante, il grande padre del polo. Nella sua luce cresce il pascolo per la renna, al suo oscurarsi i morti indicano una via nelle aurore boreali.
Guardando questi volti, i loro destini estinti e geograficamente lontani, provo un altro tipo di struggimento, contiguo ma non identico a quello per l’umanità della Arbus: non è il mio trauma, me stessa che accolgo sorprendendomi, non è la compassione a tenermi sulla pagina. Si dice che un tempo la Lapponia fosse tutta l’Europa, un paese nomade fino alle steppe. Non c’era un diritto dell’uomo sulla terra né viceversa: le persone e le cose erano tutt’uno, avviluppate e crude. Il Lappone spinto alla fine è l’antenato che nulla possiede - le voci appena udite come dal sogno, le pelli accarezzate l’ultima volta prima dei bulbi rigidi, ghiacciati sulle superfici.
Penso alla parola che usa Roland Barthes sulle vecchie fotografie: contemplandole pieno del passato, si china su di loro con pietà. La pietà diversamente dalla compassione non condivide, non si rispecchia, ma abbraccia, aprendosi a contenere. Diventiamo l’angolo illuminato, il riscatto del disperso.
Quando il cane, diventa vecchio il lappone lo uccide per pietà. L’uomo non comprende più le lingue degli animali, ma ricorda la promessa e la fatica: se il cane non ce la fa a lavorare e il fiato si accorcia, ogni spostamento diventa un peso sempre più grave, lo deve impiccare bene, perché muoia in fretta. Nel suo rantolo la stanchezza dei simili, degli ignoti, si mischia alla gratitudine. Anche la morte è un dono - il saper lasciare andare, l’assenza di pretese, perfino della pretesa straziante dell’amore.

IV

Mio nonno è nella foto - il sorriso bonario, tutti i capelli ancora neri come non l’ho mai conosciuto: è in piedi, si tiene alla corda di un’altalena.

Quando mio nonno è morto io non c’ero. Peggiorato all’improvviso, lo sentii in un bisbiglio indecifrabile al telefono, presi il primo aereo per tornare, ma era tardi, non era nemmeno più a casa, in quella stanza dove non entravo mai, se non per recuperare il gatto dai cuscini.

La nonna crede da sempre che i morti della famiglia si muovano nella casa di notte, bussando sulle porte, sugli armadi. Mi dicevo guardandomi intorno appena arrivata: "Ora mio nonno è uno spettro, nelle strisce sottilissime di vuoto tra i suoi libri".

La cosa più difficile era stato lavarne il corpo rinsecchito, le gambe di carta di giornale, un pallore malato di lampadina - poi vestirlo. Mia madre e mio zio non ci riuscivano da soli. Il pensiero della morte e dell’anima non ha mai la gravità sconvolgente del corpo. Restiamo corpi ai nostri occhi - il non capire come qualcuno che c’è, è davanti a noi in un rigore gelido sospeso sui lenzuoli, possa contemporaneamente non esistere più; come la liberazione dalla sofferenza e dalla lucidità che acuisce gli affetti in procinto di essere persi, abbia la stessa forma delle frasi, dei gesti, degli odori, delle abitudini. Perché il morto sia tale i vivi devono interrarlo, bruciarlo, costruirci sopra un cumulo di sassi ed immagini – forzando a crescere velocemente l’idea di non parlarci più nel momento in cui smette di respirare, di non vederlo più nel momento in cui lo si allontana: dentro di noi lo si distrugge. Mai e sempre sono la stessa parola. L’essere umano sta in mezzo: il canale involontario di un flusso che cambia appena forma, appena espressione. Non è vero che la morte accade e che di questo dobbiamo ricordarci: la morte contamina la durata delle vite.

Gli avevano messo gli spiccioli in tasca, accanto ai suoi santini. Mio nonno si scordava tutto nelle tasche – soldi, scontrini, vecchie ricevute, prescrizioni mediche che aumentavano con la sua ipocondria, appunti in una grafia sempre più sottile e tremula, la lente d’ingrandimento tenuta in malo modo con più giri di scotch, la pila per quando usciva la sera, semicieco, a fare la sua passeggiata, perché non aveva mai avuto la patente, ma era sempre stato un gran camminatore.

Nella camera mortuaria c’ero già stata spesso, ne conoscevo i riti surreali, le formule insensate con cui esordiscono i visitatori: "E’ rimasto proprio bene, vero?", "Sembra che dorma" - le cose che si dicono per ovviare l’imbarazzo quando muore un vecchio e con orrore alla morte di chiunque, come se fosse una cera da museo, l’opera poco artistica, ma fedele di uno scultore, un calco dell’originale. Perché diciamo simili assurdità? Perché si ha bisogno di fare di quel luogo una bottega dove si sciorinano automatismi sul tempo e la politica prima di pagare, uscire con le borse pesanti verso casa? Perché tra gli altri non sopportiamo il silenzio? Sono sillabe che non dicono niente (noi non abbiamo mai detto niente), ma rompono un muro, l’assoluta irrelatezza del presente – finisce che la gente s’incontra di più in queste occasioni, i parenti, i vicini di casa, i vecchi amici. Torna fuori il passato come uno spurgo, un’ebbrezza inferocita, tenera.
Ti ricordi com’era da ragazzini, quando vivevi al ponticino, alle Fornaci…dicono i cugini di mia nonna - e pensare che stiamo a pochi passi a piedi e non ci vediamo mai! Ah, la vecchiaia è una brutta cosa come la stanchezza - i miei zii paterni mi chiedono dell’Inghilterra; la gente della mia strada è un monologo corale di un tempo che non passa, non si misura con gli orologi, s’imprime in un quartiere di gatti e giardini confinanti sotto colline basse di uliveti, e figli che hanno giocato insieme e saluti la mattina presto o la sera, sporti dalla bicicletta, affacciati ad un balcone. Condividere un quartiere dalla nascita è crescere dimenticandosi l’uno dell’altro, ma in qualche modo intrecciati, come gli alberi di uno stesso bosco.

Ho quest’immagine della mia strada nei primi anni Ottanta, gli anni del terremoto. Avevo da poco un diario, scrivevo con eccitazione delle cose da fare – tipo "salvare il gatto ed i miei pupazzi". La sera che il pavimento iniziò a gorgogliare, muoversi a scosse piccole e decise, ci precipitammo fuori, con le ciabatte e la cena non finita: c’era ancora luce, le nuvole sfibrate sui nostri tetti, un parlottio confuso di tutti, un contare discreto le famiglie, i volti, osservare gli animali domestici, che lo sanno sempre in anticipo – se solo li capissimo davvero. Allora la paura diventava qualcosa di buono, a stare lì sulla curva, dove non c’era traffico, i cancelli aperti, i portoni accostati, per saltarci dentro e uscire con una pioggia di oggetti inutili. Questa è una strada dove ci si è chiamati a gran voce per nome. Le case mai troppo chiuse – se d’estate ti fermi alla finestra salgono le risa degli adolescenti, il raduno di motorini e bici frammisti al trattore, alle urla dei palloni persi nel campo o sui terrazzi.

Un uomo ricordava quando ancora non aveva costruito la casa e abitava in affitto da noi; io avevo pochi mesi, dormivo dai nonni a piano terra. "Quel periodo – diceva – è stato il più incerto e anche il più bello. Mai un rimprovero dai tuoi nonni, perché i nostri figli piccoli facevano confusione". Mio nonno era una persona umile, non amava mostrare le sue conoscenze o esibire il suo lavoro come un passaporto: per molti anni non ho saputo nemmeno che esisteva un titolo, uno di quelli che altra gente si compra pur di farlo comparire sull’elenco, per il suo impiego all’ufficio del registro. Non era solo un mio familiare a non esserci più, ma il pezzo di una storia che ne toccava altre diverse dalla nostra, un’orma su altre invisibili, battute sulla stessa traccia, struggenti quando emergono alla fine, quando tentano di districarsi, riconoscersi, scindere i tratti originari.

Non andavamo d’accordo. Almeno non a parole. Quando volevo sapere della guerra, dei suoi anni prigioniero degli inglesi in Africa, chiedevo a mia nonna, mai a lui direttamente. Non saprei dire perché non potevo parlargli. Era chiuso, isolato, filtrava tutto attraverso le letture che io definivo teoria senza pratica, in modo cattivo, riottoso. Da comunista incallito, lettore di Marx e Gramsci, era diventato negli anni settanta un cattolico convinto. Ai libri di storia delle religioni, alle vite dei santi affiancava l’ascolto assiduo di Radio Maria, con mia nonna che chiudeva le porte per starsene in pace, io che lo guardavo con un misto di scherno e disprezzo. Non capivo come un uomo che aveva letto davvero i vangeli, le lettere degli apostoli, i testi ebraici, gli apocrifi preferisse confidare nello spreco dell’aldilà invece che nella cura quotidiana dell’amore. Salivo in soffitta a prendermi i suoi volumi sull’induismo, la sua Divina Commedia illustrata da Dorè, i testi di filosofia. Se in biblioteca mi capitava qualcosa che gli sarebbe piaciuto, lo lasciavo sul tavolo di cucina, così che potesse sbirciare. Comprava più libri di me, come per una malattia. Libri e farmaci e la maglia di lana anche d’agosto. Ma nemmeno un romanzo, un racconto, una poesia – questa biblioteca, pensavo, è un cuore rotto, i vasi costruiti senza sangue. L’ultima volta che lo avevo visto vivo era scattata la solita lite: mi rifiutavo di leggere le assurdità che qualche prete aveva da dire sulla famiglia, gli ripetevo che è l’esserci, è la presenza che importa: lui dov’era stato? Non aveva mai giocato con me o i miei cugini o i suoi figli. Non ci aveva insegnato a pedalare mantenendo l’equilibrio sulle due ruote; né portato al cinema a vedere i cartoni animati ed i film di Natale o letto le fiabe per farci addormentare. Aveva deciso per mia madre, perché erano altri tempi, perché quella era casa sua, per le apparenze. Esageravo come al solito: concentravo in quelle parole tutta la rabbia che nemmeno sapevo da dove mi giungeva - dalla nascita, dal non poter tirannicamente far fluire l’esistenza in argini da me precostituiti. Ribellandomi alle imposizioni contro di lui, mi imponevo nello stesso modo, con la stessa ingenua intolleranza.
Era stato un uomo singolare. Diplomato in ragioneria, si era creato una biblioteca vastissima da autodidatta, convinto che ogni problema avesse una sua soluzione nei libri. Quando mio zio si era appassionato di fotografia aveva comprato piccoli manuali sulla tecnica del colore e del bianco e nero; quando mia nonna si era operata, aveva rispolverato i dizionari medici e le guide a poco prezzo sul corpo umano.

Non esistono in realtà parole solide – se lo diventano lo fanno a scapito dell’oggetto – dici limone e non sai se aggrapparti al maturare aspro di un frutto, al liquore di una sfumatura, il colore primario, al succo spremuto nelle bottiglie. Dici un verbo qualsiasi e sprofondi nell’etimo dell’immaginazione. Non è salva la lingua, ma riscattata dai corpi che si piegano come un mucchio di coperte, cadono sulla terra trattenendo il suono.

Dopo il funerale cercavo un luogo dove lui fosse ancora. Non era nel loculo dietro i lumini elettrici. Non riuscivo a capire la mia colpa e nemmeno il dolore che non credevo avrei provato: quando viveva pensavo con tutta la mia alterità che non avrei sentito la sua mancanza – che non era necessario pensarlo la notte prima di dormire, incluso nella lista di tutti coloro che volevo protetti fino all’alba. Ero entrata nel suo studio. Sul vecchio tavolo di formica i fogli di carta gialla a righe, gli appunti, lo scotch ed i lapis si ammassavano nella confusione che ricordavo, come se nulla fosse cambiato, mio nonno dovesse tornare da un momento all’altro, in cerca di un oggetto perduto. Nella scaffalatura le enciclopedie ed i libri raccoglievano la polvere sotto la lampada accesa.

Durante le elementari venivo in questa stanza per usare la vecchia macchina da scrivere: la grossa leva per mandare a capo, le lettere tondeggianti come strani fiori su steli di ferro, affollati, in rilievo. Restavo incantata a guardare la fortezza di lettere e copertine colorate sopra le idee degli adulti - paesi distanti. Mi appartenevano come appartenevano a mio nonno: i segni ancora da interpretare mi attendevano, mi penetravano già lenti gli anni. Presi il libro di Santa Caterina, uno di quelli che mio nonno preferiva, sicura di trovarci la sua calligrafia. Sullo spazio bianco della prima pagina si stupiva della saggezza della giovane donna, che non sapeva né leggere né scrivere. Il nostro mondo si rivela un po’ più oltre, inafferrato, elude la conoscenza e gli strumenti – dobbiamo sederci, le mani sulle ginocchia arrese, smettere di cercare, lasciare lo schizzo d’eco dentro come un cerchio nell’acqua propagato, amare allargando un confine, scoprirci plurali – nelle braccia il nodo, le rotte affondate di chi è stato. Fuori il sole appuntiva i fili del prato, i rami slavati di febbraio. Ero sola. Aprivo tutta la finestra per vedere.








pubblicato da s.baratto nella rubrica il dolore animale il 13 maggio 2010