EditoriaEdintorni

Marco Rossari



Solo cinque anni fa chi avrebbe mai detto che la migliore frase di lancio per un thriller avrebbe potuto essere: "Roslund & Hellström sono tra i migliori scrittori di crime in circolazione." Parola di Maj Sjöwall, autrice con Per Wahlöö delle storie di Martin Beck.

*

Finito l’incontro in un liceo, chiacchiero a ruota libera con i ragazzi, l’età va dai quindici ai diciott’anni.
"E cosa leggete di solito?"
Qualche mormorio reticente.
"Avrete letto qualcosa negli ultimi tempi…"
"Lolita" dicono in cinque o sei.
"Lolita?!"
"Sì!" confermano in coro.
"Ve l’ha proposto la scuola?"
A quanto pare, il consiglio viene da un’attempata insegnante.
"E vi è piaciuto?"
"Insomma…" borbottano. "Noioso."
Non c’è modo migliore per neutralizzare un libro che consigliarlo a un gruppo di studenti svogliati; ridateci i cari vecchi censori di una volta; ecc. ecc. Oppure no, meglio così. Profondo sconforto di Henry Miller quando capisce che lo leggono solo per trovare lo scandalo, ecc. ecc. In ogni caso, sconforto.

*

Mi arriva un comunicato stampa. Si dice che il libro è "Annoverato tra i cento migliori romanzi scritti tra il 1923 e il 2005 dalla rivista Time". 1) Cosa è successo nel ’22 per scegliere quella data di partenza? 2) Non sapevo che la rivista Time scrivesse romanzi.

*

Scorro il bando per un premio di poesia e mi imbatto in questo discrimine: "La segreteria del premio (…) non accetta testi che siano lesivi della dignità personale, delle convinzioni filosofiche, politiche, religiose di chicchessia, della dignità del corpo umano e degli animali (Pulp, porno-erotismi ed espressioni di disprezzo e/o squalifica del corpo)".
Mi vedo già la lettera di rifiuto: "Gentile Iacopone, ci dispiace comunicarLe…"

*

Leggo l’ennesima recensione dell’ennesimo capolavoro sfornato dall’ennesimo talentuoso scrittore americano. Il titolo del libro è Tutto bruciato, tutto devastato e naturalmente si parla di America a pezzi, famiglie distrutte, amori impossibili, scenari desolati. Mi viene la solita domanda: perché ci piace così tanto immaginare l’America come un luogo disperato? Il libro sarà eccezionale, per carità, ma perché l’editoria corre dietro a questa etichetta preconfezionata che sarebbe impossibile appiccicare a qualche altro paese. Anni fa un amico voleva organizzare la proiezione in un locale di alcuni film drammatici sotto il titolo "America Amara", l’idea splendida era di scriverlo con l’Helvetica della American Airlines, poi non se ne fece niente. Ma sarebbe possibile immaginare un altrettanto efficace "Ungheria Amara"? O, per restare a uno dei grandi successi dell’editoria nostrana, "Burned Children of Portugal" ("Crianças ecc.")? O ancora "L’altra Lettonia degli anni Sessanta"? Chissà perché mi viene in mente quella vecchia battuta attribuita a Nixon: "Quando vedono Kennedy gli americani vedono quello che vorrebbero essere; quando vedono me, vedono quello che sono. Per questo mi odiano". Non sarà che noi amiamo un’America che odiamo, ovvero odiamo un’America che amiamo, l’America immaginaria che vorremmo che fosse? O forse l’editoria, come la scrittura, è solo una splendida generalizzazione.

*

Trafiletto sul giornale. "The Aleph: questo il titolo (ispirato alla raccolta di racconti di Borges) del nuovo libro di Paulo Coelho, che uscirà entro l’anno in Brasile". Aspetto con trepidazione il momento in cui John Grisham scriverà War and Peace ispirato al romanzo di Tolstoj.

*

Sfoglio un libro appena pubblicato. Gli strilli in quarta di copertina sono due. Uno è preso da un oscuro giornale americano; e passi. L’altro non mi convince, perché non sembra il nome di un quotidiano. Controllo sul colophon e infatti è il nome della casa editrice che l’ha pubblicato in originale. Sublime e truffaldino gioco di specchi: citare il primo editore del libro quale fonte di attendibilità qualitativa. Il passo successivo sarà un blurb firmato dall’autore stesso. O dalla mamma. "Uno dei migliori scarrafoni sfornati dalla letteratura contemporanea."








pubblicato da m.rossari nella rubrica libri il 12 maggio 2010