Animali molto malleabili #2

Maria Nadotti



[Segue la seconda e ultima parte della lunga intervista di Maria Nadotti a Kurt Vonnegut uscita originariamente sulla rivista "Linea d’ombra" nel marzo del 1989.]

Incontro con Kurt Vonnegut
a cura di Maria Nadotti

Libri e risate

Parlami della tua tecnica narrativa, di quel tuo caratteristico gusto di combinare momenti di straniamento quasi brechtiano che impediscono ogni identificazione con i tuoi personaggi e momenti di estrema simpatia o compassione nei confronti degli stessi personaggi.
I miei personaggi sono dei perdenti, mentre i libri più popolari parlano sempre di gente che vince. È che io penso che nella vita perdiamo tutti, che a questo la gente dovrebbe essere preparata e che in questo modo la vita andrebbe discussa. Prendi il nostro più grande autore teatrale, Tennessee Williams, crepato su un bicchiere di vino, tutto solo e disprezzato da tutti i critici per tutta la sua vita. La vita di qualsiasi persona finisce male, la vita dei miei genitori è finita male. Ecco perché penso che di questo dovremmo discutere, invece che del vincere. Discutere della vita vuole dire discutere del perdere e dell’accettare di perdere, dell’adattarsi a perdere, ma io mi sono adattato. Beh io mi sono trovato in mezzo alla più grossa sconfitta subita nella storia dall’esercito americano. Avevamo ancora armi e munizioni, ma eravamo circondati da intere divisioni mentre ce ne andavamo verso la Germania. A perdita d’occhio intorno a me c’erano americani con le mani incrociate sopra la testa, ce n’erano dappertutto. E non potevamo fare niente. Rambo!!! (risata). E come prigioniero di guerra ero nella Germania orientale, quello che era diventata la Germania orientale, e davanti a me c’era l’esercito sovietico che marciava davanti a noi. Niente poteva essere fatto. Nessun modo di fermare quello che stava succedendo. Ero in Nigeria dalla parte del Biafra quando gli abitanti del Biafra sono stati sconfitti e sopraffatti. Niente da fare. E discutere delle sconfitte è una esperienza estremamente interessante per chiunque. Voglio dire, è uno scherzo, proprio adesso sto scrivendo di un immaginario capitano dell’esercito che è responsabile dell’evacuazione di Saigon quando la città è caduta; gli elicotteri stanno finalmente raccogliendo la gente sul tetto dell’ambasciata americana che è completamente circondata. E si guarda giù, si vedono i Vietcong nelle strade, eserciti di Vietcong e cosa si può fare? Sei lì che guardi questo straordinario casino creato a colpi di miliardi e ridi!!! Cosa diavolo ti aspettavi? (risata) Louis Ferdinand Céline, che ammiro perché sapeva scrivere e che è molto divertente e che è naturalmente l’unico scrittore fascista di valore mondiale in mezzo al mucchio, impazziva letteralmente quando si trattava di ebrei. Era l’unico argomento che poteva fargli dare veramente i numeri. Parlando di un suo amico dottore che voleva morire con dignità... ti ricordi? Ti ricordi come è morto il dottore? In preda alle convulsioni sotto un piano a coda. (risata di circa due minuti)

Ma ridere non è un modo di proteggersi, di venire a patti con la propria impotenza?
Certo, certo. Ma naturalmente non si può che perdere. Prendi tutti questi giocatori americani di football, che per tutti gli anni delle medie, delle superiori e del college non pensano a altro che a giocare a football. In media la loro carriera da professionisti dura tre anni, poi è finita. Naturalmente è finita. Dovrebbero sapere che questa è la vita (risata) e così io penso che perdere sia un bellissimo soggetto. Chiunque si sposi perde (risata). Dico, cosa diavolo ci si aspetta? Chi ha mai detto che la vita fosse altro che perdere? La ragione per cui la gente è così maledettamente fissata con la vita è che le è stato detto che ci si aspettava che vincesse. È impossibile! (risata)

Ma la gente continua a insegnare ai propri figli, da quando sono piccoli, che devono vincere.
Come risultato abbiamo qualche buon atleta, qualche buon musicista, che a loro volta saranno prima o poi sconfitti. Finiranno per essere battuti, i migliori di loro. Guarda Hemingway, per dio. Una pallottola in testa.

Pensi che il suicidio sia un modo divertente di perdere?
No, non credo! Mia madre si è uccisa. Hai parenti che si siano uccisi? Beh, nel caso ne avessi, sapresti che è un modo come un altro di risolvere i problemi. Così tutte le volte che devi affrontare un problema, dal campanello che suona troppo spesso, maledizione, cose semplici come questa, al diavolo (risata), io cerco di difendermi. Credo che il suicidio abbia un senso. Ne ho scritto. Penso che mia madre fosse così infelice e così malata, che è meglio che sia morta. I greci la pensavano così. Non era peccato commettere suicidio in era pagana. Nerone, per esempio, che non ce la faceva da solo, si è fatto dare una mano.

Dimmi qualcosa sull’uso che fai della prima persona quando scrivi.
Di nuovo, è sul nastro che ti esce dalla bocca. Tu scrivi libri? Perché se scrivi, saprai che quando cominci un romanzo devi prendere qualche decisione, ad esempio se vuoi essere Dio che dall’alto guarda la scena e capisce quello che ognuno dei personaggi sente, o se vuoi seguire una sola persona e non capire niente degli altri personaggi, limitarti a indovinare, o se vuoi essere puro sguardo come un essere umano di fronte all’universo. E le provi tutte. Di sopra ho carta da tutte le parti, perché ho fatto tutti i miei esperimenti con il libro che sto scrivendo, quello con l’ufficiale di cui ti ho parlato, ho provato a parlare di lui come se fossi un estraneo, come se fossi Dio, come un amico molto intimo, attraverso il ricordo e alla fine non ho potuto fare altro che diventare lui. È tutto qui. È quello che sto facendo. Si va per tentativi.

Il che significa che per te il modo migliore di parlare di un personaggio è diventare quel personaggio?
Sì.

Quanto c’è di autobiografico, o almeno di direttamente autobiografico?
A queste cose non ci pensi. Se devi pensare a sciare, va a finire che non scii e la stessa cosa vale anche per la scrittura. Ma, a cose concluse, ci si accorge di avere fatto una cosa intelligente o una cosa stupida, ma se tu sei "io", se io sono quell’ufficiale, posso giudicarmi in ogni momento. È un giudizio su di me per interposta persona. Probabilmente se quest’ufficiale fosse un mio amico e io lo stessi ricordando, non avrei titoli per giudicarlo con la stessa sicurezza con cui giudico me stesso e il lettore mi odierebbe per i miei giudizi e per i miei commenti su cosa avrebbe dovuto o non dovuto fare. È tutto molto meccanico.

Hai mai scritto per il cinema?
Beh, ho provato, ma si tratta davvero di un’altra arte e le persone che scrivono per il cinema sono diverse da me come la pittura dalla fotografia. Così io mi tengo da parte e ammiro quello che gli altri fanno, ma vedi la gente nei film non parla molto e non fa giochi verbali come è possibile fare a teatro o in un romanzo. Il problema con il cinema è che non si sa se il pubblico riderà e quando smetterà di ridere. In un film non è possibile costruire uno scherzo. Tu trovi una buona battuta e la gente è molto divertita, poi la blocchi e ne costruisci un ’altra a partire dalla prima, e poi un’altra e un’altra ancora, senza interruzioni. In un film molto semplicemente non è possibile fare la stessa cosa usando solo le parole.

Uno dei tuoi libri è stato adattato per il cinema.
Mattatoio n. 5. Ne ho fatti anche un altro paio, ma con pessimi risultati.

Hai partecipato alla realizzazione del film?
Non molto. Ero amico di George Roy Hill che lo ha diretto e che continua a essere un buon amico. Loro volevano che partecipassi, ma la persona che ha scritto la sceneggiatura, Steven Gallow, ha fatto un lavoro così buono... Un giorno, quando stava cercando di adattare il mio testo, mi telefona e mi fa: "sai, a quest’uomo non piace proprio niente, non vuole niente, non c’è niente su cui lavorare, che cosa vi aspettate che io possa fare?". E io gli dico: "però ama il suo cane". E lui: "ci sono" e attacca (risata). Ma dopo aver scritto la sceneggiatura, gli hanno vietato di avere a che fare con la fattura del film. George Roy Hill ha preso in mano tutto, è il suo modo di lavorare, e Steven se ne è andato in Italia dove credo che sia ancora adesso. A proposito di Italia, sai che è stato il primo paese che ha tradotto i miei libri e la mia traduttrice era una donna di Genova, Roberta Ramballi. Non ho idea di cosa le sia poi successo. Ne hai sentito parlare? Beh, quando torni in Italia, perché non provi a informarti se è ancora viva. La nostra è stata una corrispondenza deliziosa.

Controlli la traduzione dei tuoi testi?
No, non sono in grado di farlo. L’Italia è ottima con le traduzioni e anche con la qualità fisica dei libri, insieme al Giappone. Le traduzioni peggiori sono quelle fatte in Francia, dove capiscono tutto senza bisogno di fare domande. Sono molto letto in Scandinavia e sono grossissimo in Unione Sovietica e, come risultato, in tutti i paesi socialisti, il che è assolutamente ok. La ragione credo che sia che ho scritto l’unico romanzo di guerra americano dove compaiono soldati sovietici. Ci sono altri romanzi americani di guerra da cui non sembra risultare che oltre a noi in guerra ci fosse qualcun altro. In più ho scritto che io devo la vita all’Armata Rossa, il che è vero, e a loro questa cosa piace (risata). Io sono attivo nel P.E.N. Lo sono stato di più in passato, ma ancora oggi continuo a mandare telegrammi di protesta per Solzenicyn o non so chi altri, spesso scrittori di cui non so niente e poi mi arriva un messaggio verbale che dice: "non ci importa quello che dici. Noi continuiamo a pubblicarti" (risata).

Epidemie americane

Ti dispiace se parliamo di alcune questioni più generali che riguardano la società americana contemporanea? Per esempio, cosa sta succedendo alle donne? In che direzione stanno andando?In uno dei tuoi libri, Il grande tiratore, tu hai sintetizzato un po’ tutta la vicenda femminista scrivendo: "Suppongo che ciò di cui tante donne americane si lamentano veramente in questi giorni sia che le loro vite hanno poca storia e sono sovraccariche di epilogo. La storia di mia madre si è conclusa con il matrimonio con l’uomo più bello e più ricco della città."
Beh, adesso non siamo in America, siamo in un grande porto internazionale e così mia moglie e io siamo assolutamente due pari, anzi io credo di perdere più spesso di lei. Ma hanno ragione loro a voler essere trattate come uguali, a voler essere rispettate come persone che lavorano a fianco degli uomini, perché questo è esattamente quanto sta succedendo oggi a Cleveland, Chicago, Toledo e in qualsiasi altro posto. E intanto abbiamo visto con i nostri occhi che la recente campagna presidenziale si è concentrata, a saper ben vedere, attorno ai temi della razza e del femminismo. Nessuno lo dice, ma il partito repubblicano è un partito patriarcale, dove gli uomini funzionano da capifamiglia e prendono le decisioni importanti; e naturalmente sotto di loro ci deve essere una classe di servi, altrimenti la civiltà non potrebbe continuare. E le donne sono al piano più alto di questa classe inferiore, le donne bianche sono al piano alto del gradino più basso e si occupano dei loro elefanti. E poi naturalmente ci sono questi veri e propri schiavi che si riproducono troppo in fretta e così la promessa, la promessa velata di Bush e dei repubblicani, è "rimetteremo le donne, i neri, gli ispanici alloro posto, perché questo è un paese che appartiene ai maschi bianchi e se non lo conserviamo cosi com’è andrà in pezzi". Ma io credo che le donne abbiano subito un’enorme sconfitta e la classe operaia maschile di questo paese, metalmeccanici, settore automobili, sono stati sbattuti fuori dai loro posti di lavoro e sono diventati gli eroi della classe operaia e hanno votato per Bush, perché donne e neri devono essere tenuti al loro posto.

Quindi tu credi che gli anni Settanta e Ottanta non abbiano prodotto un vero cambiamento?
Certo che il cambiamento c’è stato. E grazie a dio che c’è stato, perché adesso almeno abbiamo un po’ d’energia inerziale che continua a tenerci in vita. Di nuovo, credo che abbiamo subito una sconfitta, ma al diavolo, che cosa ci aspettavamo? (risata). È naturale che ti battano e poi forse verrà il loro turno di essere battuti.

Non so, dimmi se sbaglio, perché il mio è comunque il punto di vista di chi non appartiene a questa cultura. La mia impressione è che gli uomini in questo paese stiano sparendo. Diciamo che siamo in presenza di un fenomeno di penuria di uomini. Le cause sono molte: perché ne stanno morendo troppi, perché gli omosessuali sono più numerosi degli eterosessuali, perché sono impotenti, perché non sanno più quale sia il loro ruolo. Messe insieme queste e altre cose, il risultato è che in giro ci sono un sacco di donne, donne sole e madri capofamiglia, e che l’atmosfera è estremamente depressa e che c’è come un vuoto di sessualità, come se qualcosa fosse morto. Tu cosa ne pensi?
Beh, hai descritto la situazione con esattezza e l’hai spiegata in modo sintetico. Sì, è vero, la gente non sta affatto bene. Si parlava di quello che è successo all’ozono, ma qualcosa è successo anche allo spirito della gente e al clima e non c’è molto da fare. È vero, la gente sta male... Però, attenzione, le donne scrivono alle riviste femminili e chiedono "dove sono andati a finire gli uomini". Bene, io credo che dovrebbero completare la domanda con "gli uomini con un buon reddito, con un reddito di almeno 60.000 dollari all’anno. Dove sono gli uomini con un reddito minimo di 60.000 dollari all’anno?" Ma naturalmente, si guardano bene dal dirlo.

Quindi il problema è sociale, di classe e non di genere?
Classe e razza spiegano tutto.

Più del sesso?
Oh si, sicuro.

E dell’Aids cosa pensi?
Beh, è una catastrofe. Qui stanno morendo i migliori, artisti, coreografi, gente di teatro e della danza. Persone importanti, buona gente. Non è che sta per succedere, è qui e sta facendo fuori un numero incredibile di artisti importanti. Ho notato che c’è una parola che continua a saltare fuori sui giornali, una parola imprecisa, ma inequivocabile, "decimati". La usano nelle cronache sportive, per parlare di sconfitte catastrofiche, ma a proposito di Aids è la parola giusta: l’Aids ci sta decimando e sta decimando la vita culturale di New York. E è così ingiusto, così inaccettabile. Uno dei miei studenti dell’università dello Iowa mi ha invitato ad andare al funerale del suo amico, un amico con cui viveva da vent’anni. Io sono andato e c’erano tutti questi gay e la cosa non è che sia cominciata oggi. Sono anni che muoiono. E uno di questi gay ha preso la parola e ha detto: "c’è stato un tempo in cui ho creduto a quello che i cattolici mi avevano insegnato" - lui non era cattolico, ma l’aveva sentito da altri - "Dio non ti dà mai una croce troppo pesante e che non sei in grado di portare. Adesso non ci credo più." E la croce troppo pesante per essere portata non era la sua probabile morte, ma la vista di una persona amata che sta morendo e tu, maledizione, non ci puoi fare niente. E così ingiusto!

Stavo parlando qualche giorno fa di questo stesso argomento con quel buffo personaggio che è Erica Jong. Lei mi ha risposto con una teoria paradossale, secondo cui l’Aids sarebbe una specie di benedizione che avreste dovuto inventare se non si fosse sviluppata da sola, che avrebbe finalmente consentito alla puritana e sessuofobica società americana anni Sessanta e Settanta di fare quietamente ritorno alla bella repressione degli anni Cinquanta, da cui non vi sareste mai veramente staccati in modo profondo.
Ecco, New York alla quinta potenza. Questa gente che salta fuori con un’idea che ha una sua plausibilità, ma un po’ come se si stesse speculando sul gioco degli scacchi, senza avere la scacchiera davanti. Uno schema intellettuale molto bello finché non lo verifichi e non vai a vedere che relazione ha con il mondo che c’è là fuori. Penso che sia una teoria perversa, viziata, un’opinione stupida. Accusare la gente di puritanesimo! Ma via, in questa città ci sono sette milioni di abitanti!

Penso che avesse in mente la classe media bianca, ma per quanto ne so l’Aids ha colpito molto di più ispanici e neri, i quali come è noto con il puritanesimo non hanno nulla a che fare. Quindi la metafora della Jong oltre che paradossale, manca di un fondamento sociale. A te è capitato di scrivere dell’Aids?
L’ho nominato, ma è tutto qui. Ma c’è gente che ne ha scritto con estrema intelligenza e sensibilità, soprattutto gente di teatro. Io ho l’impressione di non avere visto abbastanza; non ho vissuto giorno per giorno con un amante che sta morendo, guardandolo morire. Ritengo di non saperne abbastanza.

Però in uno dei tuoi libri, Barbablù, tu parli di una terribile epidemia a cui non c’è rimedio. Una specie di anticipazione?
Ah! La morte verde, ah! (risata)

Arriva Lily, cinque anni, che ancora prima di entrare grida: "Papà, non ho abbastanza adesivi per il mio libro." Lui la chiama, la prende in braccio e me la presenta, invitandomi a farle una domanda in italiano "perché a Lily piacciono le lingue straniere e capisce lo spagnolo". Ma la bimba è timidissima e probabilmente vorrebbe farmi sparire e tenersi papà e adesivi. Infatti se ne va saltellando, dopo aver costretto suo padre a elencare per me tutti i tipi di adesivi in commercio "farfalle, uccelli, orsetti ecc. ecc." Quanti figli hai?
Un sacco! No, ne ho sette. (Si alza e va a prendere una fotografia: intorno a un tavolo apparecchiato ci sono sei o sette ragazzini. KV, con una certa incertezza o esitazione, punta il dito su ognuno di loro e dice "adottato, non adottato, adottato, adottato", fino a un totale di quattro adottati). Lily è adottata e lo sa, anche se non sa esattamente cosa voglia dire. In ogni caso questa è la mia seconda famiglia.

Sette in tutto, quattro adottati e tre tuoi?
Sì, e per quello che riguarda i primi sei direi che le cose sono andate a finire molto bene. Sono molto legati tra di loro e infatti, per essere vicini, hanno scelto di abitare tutti nel Massachussetts. Io sono andato a passare il Thanksgiving con loro.

E cosa pensi di questa storia degli yuppie e della loro cosiddetta cultura?
Tutto basato su Wall Street! Se guadagnassi un milione di dollari all’anno, te ne accorgeresti, non credi? Voglio dire, un qualche affetto sulla tua personalità, dovrà pure avercelo (risata). Per metterla in altre parole: che cosa ci fai con tutto quel denaro, che ti è arrivato dritto dritto da Wall Street? Straordinario! Così, certo, questa gente vive bene e è molto giovane, 35 -40 anni, e guadagnano un milione di dollari all’anno.

Ma c’è qualcosa di nuovo nella vicenda di fare un milione di dollari all’anno o è la stessa storia di sempre?
Vale ancora quello che George Orwell ha detto a proposito dei ricchi: "i ricchi sono poveri forniti di denaro". E è proprio così. Allora che cosa fa un povero se riesce a mettere le mani su dei soldi? Si compra una BMW, una Lamborghini, una bella casa, mobili e tutto il resto.

E niente valori.
Beh, Wall Street è estremamente corrotta, del tutto amorale. II suo business di base è il furto. Non fanno altro che mettersi nel piatto la ricchezza degli Stati Uniti d’America, la ricchezza mondiale, perché gli è stata garantita la fiducia che gli consente di farlo. Qualcuno deve occuparsene e così loro si prendono tutto quello che vogliono. No, io credo che la loro anima sia in una condizione miserabile, perché non hanno idea di come funzioni il lavoro. Non sanno per esempio che il denaro si suppone debba essere scambiato con lavoro e tutto il resto.

Quando scrivi, scrivi anche per loro?
Non lo so. Siamo di nuovo sulla storia del nastro. Chi legge i miei libri, legge i miei libri. Naturalmente sono tentato di mettermi sulle loro piste, perché io Wall Street la odio davvero, così avida, subdola ma anche così infelice. Ma c’è altra gente, gente che ci ha lavorato, e che ne è uscita, che ne sta scrivendo; Michael Thomas per esempio, che conosce veramente tutti i meccanismi. Anche suo padre era un grosso broker di successo e se ne è andato perché la corruzione era insopportabile. Quindi non è necessario che io sia informato.

Per scrivere hai bisogno di avere informazioni di settore?
Penso di sì. Sono stato fortunato in questo senso, perché, avendo studiato scienze, anche senza avere alcuna dote particolare, sono stato in grado di scriverne. Ho studiato calcolo, fisica avanzata. Sono sempre stato lo studente più stupido della classe, ma adesso non devo indovinare niente. Lo stesso discorso vale se applicato alla grande industria. Io ho lavorato per tre anni per la General Electric e poi ho insegnato e quindi so qualcosa anche a proposito di insegnamento. Ecco perché mi ritrovo a scrivere, perché sono stato un insegnante. La cosa migliore che mi sia successa è che per tre anni ho fatto il pilota.

Cosa pensi della letteratura minimalista?
Gli scrittori hanno sempre cercato di mettersi sulle tracce delle correnti pittoriche e non funziona. Ci sono stati certamente scrittori e pittori cubisti e anche scrittori surrealisti di qualche successo, ma quando si parla di scrittori dadaisti o di espressionismo astratto, beh la cosa diventa problematica, perché già la lettura in sé di un libro richiede che il lettore sia una persona preparata, mentre per guardare un quadro non è richiesta nessuna tecnica particolare. E leggere è già abbastanza difficile per conto suo. Pensaci un po’: tutti questi piccoli simboli su una pagina bianca e tu devi raccoglierli con gli occhi e trasformarli in ogni sorta di cosa nella tua testa. Ora quasi tutti sono in grado di farlo e qualsiasi persona educata ha passato la maggior parte dei suoi anni di studio a imparare a leggere e a scrivere. Leggere e scrivere sono come una piccola storia separata, una piccola chimica. Altrettanto difficile. E così se si comincia a scherzare con la punteggiatura, con l’ortografia, con le maiuscole, con l’apparenza della pagina o di un paragrafo, beh la cosa diventa troppo complicata. È già abbastanza complicata, quindi l’unica cosa che si può davvero fare è giocare con i contenuti. Ma è indispensabile scrivere frasi complete oppure il lettore non avrà alcuna chance (risata). Prendi William Burroughs. WB scrive e poi taglia quello che ha scritto usando un paio di forbici; poi, senza guardare quello che sta facendo, incolla i vari pezzi alle pagine e poi fa riscrivere tutto a macchina. Non si può fare una cosa del genere al lettore! Il lettore semplicemente non ce la farà a starti dietro. Così sei limitato, limitato dal pubblico. Io mi ritrovo via via sempre più limitato dal pubblico. Penso all’ignoranza anche dei lettori che dovrebbero essere più acculturati. Se nomino Euripide, sono tenuto a spiegare chi diavolo sia. Se nomino Cleopatra, non è scontato che al lettore il suo nome dica qualcosa. Bisogna spiegare tutto. Non abbiamo una cultura che ci unisca. In Barbablù parlavo di Monna Lisa. In quel caso non mi sono preoccupato di spiegare di cosa stavo parlando. E ho sbagliato; avrei dovuto dire che si tratta di un dipinto che sta al Louvre a Parigi. Questa donna ha un sorriso molto ambiguo, molto inquietante. Sì, bisogna spiegare proprio tutto! È indispensabile, altrimenti quello che scrivi passa sopra la testa della gente. Come quando si scherza con l’ortografia o con i paragrafi. Non c’è differenza.

Quindi è dovere dello scrittore rendere tutto chiaro?
Beh, diciamo che è il minimo che si possa fare.

Ma non è teoricamente impossibile e anche un po’ noioso?
Beh, si può diventare ridicoli e, come dicevo, io non ho spiegato chi fosse Monna Lisa, pur sentendo che era necessario. La generazione di mio padre sapeva chi fosse. Allora c’era un’informazione diffusa almeno rispetto a alcune opere d’arte fondamentali, come la Venere di Milo, che veniva fatta conoscere anche ai bambini delle elementari.

Quindi, anche se il livello dell’informazione sembra essere cresciuto, la gente sta diventando più ignorante?
Sì, ma noi siamo animali dalle risorse straordinarie e può anche darsi che l’ignoranza sia una specie di meccanismo di difesa. Come se la gente avesse deciso che è meglio vivere senza informazioni. Sappiamo che il problema vero è metterci in relazione gli uni con gli altri qui e ora: al diavolo Mozart e tutto il resto. Sono cose che appartengono al passato, ma bisogna guardarsi bene dagli esseri umani, perché hanno questa profonda saggezza che li spinge a fare cose terribili, cose terribili in cambio della sopravvivenza.

A questo proposito, cosa pensi della televisione?
Penso che è estremamente distruttiva. È la personalità più forte della casa e credo che abbia reso l’America più stupida e ignorante di quanto sarebbe se la televisione non esistesse.

Ma la televisione è anche uno straordinario strumento di informazione.
È vero e infatti la maggior parte delle informazioni scientifiche che ho mi arrivano dalla televisione, ma da programmi che credo di guardare solo io.

La gente vuole essere intrattenuta.
Certo che vuole essere intrattenuta.

E non c’è niente di male.
No, ma il fatto è che poi si scopre che la gente è molto più intrattenuta dalla violenza che dal sesso. Il sesso ormai è una carta senza valore, mentre la violenza non smette mai di interessare certa gente.

Perché vivi a Manhattan?
Perché qui c’è gente con cui posso parlare, colleghi con cui scambiare idee. Non è che in giro ci siano tante altre città con tanti artisti. A chiunque piace parlare con persone dello stesso mestiere, avvocati con avvocati, insegnanti con insegnanti. A me piace parlare con altri scrittori, ma anche con artisti che lavorano in campi diversi, musicisti e chiunque altro. Questa, lascia che te lo dica, è una città estremamente eccitante. Voglio dire che qui non si rischia di perdere niente.

Chi sono le tue persone di riferimento a New York?
Beh, le amicizie sono accidentali e a me è capitato che mi piacessero alcune persone per le ragioni più disparate. Comunque i miei amici non li ho mai scelti sulla base della loro professione, anche se devo dire che hanno avuto tutti un certo successo. Un giornalista del New York Times, un anchorman che tiene uno di questi programmi "60 minuti con", una specie di rivista televisiva. Quindi tendono a essere, finanziariamente parlando, miei pari.

Dei vincitori, quindi?
Aspetta. Stiamo a vedere.

E gli altri scrittori?
Mi piacciono tutti. È buffo, perché tra i pittori e i poeti c’è una grande invidia. Tra di loro si odiano. "Quello non è un poeta, quell’altro non è un vero pittore", mentre chi scrive romanzi ama gli altri scrittori.

Non c’è competizione?
No, perché non c’è modo di competere.

Vuoi dire che, rispetto a pittori e poeti, gli scrittori hanno un’unicità che li salva dalla concorrenza?
Conosci Adam Smith e la teoria del libero mercato? Ecco i romanzieri operano in un sistema di libero mercato assoluto. Mandiamo fuori i nostri prodotti e non sappiamo chi li compra, se alla gente piacciono o no. I pittori devono cercarsi dei ricchi patroni e i poeti devono aprirsi la strada delle riviste a colpi di gomito e poi quella delle università. Non c’è niente di particolarmente intelligente che uno scrittore possa fare per avere successo.

Quindi per i giovani scrittori non dovrebbe essere troppo difficile farcela?
Beh, per prima cosa bisogna trovare un editore e direi che le case editrici hanno ridotto di parecchio i fondi da destinare a nuovi autori. Quindi mi immagino che ci siano un sacco di buoni romanzi in giro, o almeno di romanzi accettabili, che non hanno nessuna possibilità di essere pubblicati.

[2/fine.]








pubblicato da s.baratto nella rubrica a voce il 10 maggio 2010