Animali molto malleabili #1

Maria Nadotti



[Questa lunga intervista di Maria Nadotti a Kurt Vonnegut uscì originariamente sulla rivista "Linea d’ombra" nel marzo del 1989. La ripubblichiamo qui divisa in due e in versione integrale. Un ringraziamento particolare a Vincenzo Latronico che l’ha recuperata e trascritta.]

Incontro con Kurt Vonnegut
a cura di Maria Nadotti

Kurt Vonnegut, sessantasei anni, una quindicina di libri al suo attivo e un successo di critica e di pubblico che negli anni Sessanta lo hanno trasformato in una figura di culto, risponde alla lettera che ho inviato al suo agente chiedendo la presente intervista con una letterina che mi arriva a giro di posta e che accetta con semplicità e spirito pratico la mia richiesta: "a me va bene, dammi un colpo di telefono quando vuoi, tanto siamo vicini di casa." E in effetti, anche se con un certo sbalordimento, perché - chissà su quali basi - avevo stabilito che dovesse abitare in tutt’altra parte della città, mi accorgo che abitiamo esattamente a quattro isolati di distanza, in una delle zone più anonime e meno mitizzate di Manhattan. Un posto ideale per nascondersi, mimetizzarsi, non farsi notare e soprattutto non rientrare in cliché sociali. Lascio passare il fine settimana di Thanksgiving, anche se sospetto che per Vonnegut le festività non vogliano dire un granché, e lo chiamo il lunedì successivo. Al telefono mi risponde lui, voce vecchia e impastata di fumo. Io, emozionatissima, gli devo sembrare incerta e forse preoccupata che abbia cambiato idea, perché si precipita a dirmi che a lui va bene: "vieni domani, così ti togli dai piedi il pensiero." "Domani non ce la faccio", "Ok, allora dopodomani, alle due. Sei la mia vicina, vero?" E così il mercoledì, alle 13.45 visto che non ho ancora imparato a arrivare puntuale agli appuntamenti, mi aggiro con una certa trepidazione davanti alla sua casa, una brownstone di tre piani stretta stretta e incastrata tra edifici per lo più moderni e ingombranti, nella assoluta neutralità dell’east side di Midtown, tra camion che scaricano e sirene in transito. Sulla porta il nome di Vonnegut non compare, mentre c’è, in bella evidenza, quello della moglie, Jill Krementz, fotografa. Mi decido a suonare. Vengo ricevuta da una giovane americana che sorride quando chiedo di KV per la intervista. "Kurt" lo chiama, "è per te". E lui si materializza in cima alla scala interna, che scende con scatto veloce, tenendosi un po’ curvo per via dell’altezza o per tagliare meglio gli angoli. "Maria sei tu?" mi dice "vieni, andiamo a sederci in cucina" e mi porta davanti a un lungo tavolo rettangolare nella zona pranzo di un grande soggiorno che occupa il pianterreno della casa. Arredamento di ottimo gusto, più vuoto che pieno, tradizionale e non particolarmente americano, pianoforte, camino e minuscolo televisore probabilmente in bianco e nero. Ci sediamo e io preparo il registratore dopo avergli dato alcuni numeri di "Linea d’ombra", tanto per collocare l’intervista. "Il fatto è che non parlo l’italiano, ma va bene lo stesso." Lo ringrazio della sua disponibilità e della tempestività con cui mi ha risposto. "Mi piace essere raggiungibile" dice, "fino a qualche tempo fa, il mio numero telefonico era regolarmente registrato nell’elenco telefonico. Poi lo ho dovuto far togliere, perché mi telefonava un sacco di strana gente. E molti venivano a cercarmi qui, per vedermi, vedere la casa. Gente un po’ stramba, sai, di quelli che vedono i dischi volanti o cose analoghe e vogliono consultarsi con me, perché hanno letto i miei libri e credono che io abbia avuto esperienze del genere." E scoppia in una risata che gli parte dagli occhi, si allarga a tutta la faccia e poi rotola giù e vaa immergersi nei polmoni dove sprofonda in un gorgoglio prolungato e pieno di fumo. Una risata fantastica, iperbolica, che punteggerà in forma di commento tutta la nostra conversazione (vedi irrinunciabili ndr), di cui mi piace offrirvi la trascrizione integrale.

Tu hai sempre scritto come da un punto molto lontano di un futuro remoto, da un tempo che ha ancora da venire, ma dove il disastro si è già compiuto e la bomba è ormai esplosa.

Beh, per la verità la fantascienza si occupa del passato. Il passato è così straordinario che gli scrittori di fantascienza cercano come chiunque altro di occuparsi del presente o del passato e quella dell’occuparsi del futuro è solo una pretesa... Immagina un pianeta dove alcune creature abbiano sequestrato buona parte delle altre creature e le abbiano fatte lavorare per tutta la vita. Beh, è proprio quello che è successo da noi (risata) per un centinaio di anni. E supponi che ci sia un pianeta dove qualcosa è andato storto nell’atmosfera, tanto che i ghiacci si sono sciolti e i mari sono più profondi di un metro e mezzo e hanno sommerso buona parte del territorio italiano e di New York City. È esattamente quello che succederà nel giro dei prossimi 25 anni, dico 25 anni, e così, sì, tutto quello che facciamo è occuparci del passato o del presente perché non c’è bisogno di andare al di là del punto dove siamo arrivati con la tecnologia per produrre cambiamenti straordinari nelle nostre vite. Per me uno dei miti più interessanti in questa società, anche se non penso abbia influenzato l’Italia, è il mito di Re Artù. Voglio dire, la nostra lingua è l’inglese e i nostri miti sono i più forti indipendentemente dalla nostra provenienza geografica. I miei antenati sono venuti dalla Germania, ma noi non parliamo di Thor o dei Nibelunghi negli Stati Uniti e non sappiamo niente di Heine o di Goethe o di tutta l’altra gente. Non abbiamo fatto altro che assorbire la storia inglese insieme alla lingua inglese. Ma la storia di Re Artù! Merlino è una figura così interessante. Mark Twain ne ha parlato come di un impostore in Connecticut Yankee, ma quando Merlino riuscisse davvero a realizzare i suoi piani sarebbero notizie tremende per l’umanità. Intendo dire che Re Artù è una simpatica figura paterna dotata di una grande testa e vuole uccidere tutti i suoi nemici. (risata) Adesso è diventato possibile, possiamo uccidere chi vogliamo, in qualsiasi parte del mondo. Possiamo fare fuori l’intero pianeta. Che tragedia che Merlino sia stato capace di far avverare i sogni di Artù.

Chi è per te Merlino, oggi?
Albert Einstein è la perfetta incarnazione di Merlino, ma anche mio fratello che è un famoso scienziato. Ha nove anni più di me, è il grande Dottor Bernard Vonnegut ed è un fisico dell’atmosfera. Ha una laurea in chimica fisica conseguita presso il MIT, ma è un Merlino perché ha scoperto che usando argento iodizzato è possibile fare piovere o nevicare. Merlino si sarebbe entusiasmato.

La scienza e la tecnologia sono il Merlino dei nostri tempi?
I nostri sogni sono così sciagurati che non dovrebbero mai realizzarsi. Pensa a Re Artù. Pensa a tutte le tribù con cui era in guerra. Gente come tutta l’altra gente, eppure per Artù erano dei vermi. Mio padre, vediamo un po’, è nato nel 1888, a Indianapolis dove io sono cresciuto, ma parlava un ottimo tedesco e così i suoi genitori e buona parte della sua educazione si è svolta in Europa. Parlava correntemente francese e tedesco e conosceva benissimo l’Europa pre-prima guerra mondiale, Vienna e tutto il resto, e per lui il mondo è finito, io credo, con la prima guerra mondiale e mi chiedo se il mondo infatti non sia davvero finito in quel momento e la seconda guerra mondiale non sia stato altro che uno shock di riflesso. È una ferita così insopportabile.

Riferendoti agli individui tu hai scritto che nella vita di ognuno di noi c’è una storia (legata al tempo delle decisioni e del cambiamento, dell’azione in genere) e c’è un epilogo (tutto quanto avviene quasi per inerzia, senza possibilità di modificazione). Applicheresti lo stesso schema alla vita della società e del pianeta?
Sì, pensando al pianeta come a una navicella spaziale. Andiamo verso un’epoca in cui respirare sarà sempre più faticoso e trovare cibo sempre più difficile. lo faccio un sacco di conferenze su questi argomenti, ma non dico mai le cose in modo così brutale. È una faccenda terribile, ma sì, in effetti, la penso proprio così.

Credi nella possibilità di un cambiamento, che si possa tornare indietro?
Non certo per quanto riguarda l’atmosfera, o il suolo o l’acqua. Spiritualmente sì, di certo. Penso che siamo animali molto malleabili. Voglio dire che siamo in grado di fare qualsiasi cosa. Camminare su una corda sospesa dal suolo, pattinare sul ghiaccio, fare qualsiasi tipo di cosa, anche la più strampalata. Per questo non dovrebbe esserci impossibile essere un po’ virtuosi, dovrebbe essere altrettanto facile. È esattamente quello che la televisione e i nostri leader nazionali dovrebbero fare: predicare un po’ di virtù. Occupatevi dei vostri vicini di casa, non consumate più di quello che vi è necessario, non buttate la spazzatura dove capita, ma nessuno dice niente, i nostri leader non se ne occupano.

Chi può farlo?
Un nuovo tipo di persona. Ci siamo staccati dagli orangutan sette milioni di anni fa, almeno così ci hanno detto, ma soltanto da un centinaio di anni a questa parte sappiamo chi siamo, dove siamo e cosa sta succedendo. Così abbiamo sempre scelto leader tipo Ronald Reagan, degli ottimisti senza alcuna informazione, e ne abbiamo avuto bisogno. Voglio dire, vivendo in una città accerchiata, con una nuvola di polvere all’orizzonte, con qualcuno sempre sul punto di arrivare. Non sappiamo che tipo di armi abbiano, il che è esattamente quello che vogliono, ma per la città sono comunque brutte notizie e lo scontro non può essere evitato e i cancelli vanno chiusi. Dobbiamo trovare uomini che accolgano con gioia la sfida, che non abbiano paura. Non sanno che cosa stia succedendo, non c’è modo di sapere se là fuori ci sia Gengiskan. Ma con questo tipo di persona c’è qualcosa di sbagliato. C’è qualcosa che non va nel loro cervello, perché non sanno che cos’è la paura, mentre il resto di noi la conosce benissimo. Come nostri leader, noi abbiamo sempre scelto gente così. Oggi le informazioni le abbiamo e, proprio per questo, ci occorre un tipo di leader completamente diverso, una persona che sia capace di usare le informazioni piuttosto che esprimere semplicemente ottimismo. Sarebbe un cambiamento radicale. Mi chiedi se credo nel cambiamento. Sì, dobbiamo cominciare a sceglierci come nostri capi personaggi dall’aria buffa (risata), gente capace di maneggiare l’informazione che è a nostra disposizione.

E questi leader di tipo nuovo da dove possono venire? Appartengono alle nuove generazioni o non necessariamente?
No, credo che questa gente sia in giro, visto che la natura ci fornisce tutti i tipi umani di cui ci sia bisogno per qualsiasi ragione. Penso che questa gente sia in giro. Io tengo conferenze al MIT, al Wooster Politechnic e incontro persone che hanno una formazione esclusivamente scientifica Non sono sufficientemente educati per rendersi conto delle responsabilità che dovrebbero assumersi, che la responsabilità è loro. Reagan non ha alcuna possibilità di sapere se Star Wars [1] funzionerà o no, ma loro lo sanno e sono tenuti a dire che è uno spreco di denaro. Ma non sono nient’altro che impiegati, non fanno che il loro lavoro. Direi che a ognuno di loro mancano tre anni buoni di educazione, un’educazione che vada al di là dei loro dottorati in chimica e fisica o non importa cosa. La storia ci ha ormai addestrati a sufficienza a questo punto e qualcuno dovrebbe fargli capire che non basta essere brillanti manipolatori di qualsiasi cosa gli venga chiesto di manipolare. Spetta davvero a loro giudicare quale sia il sistema migliore per salvare la società perché l’atmosfera sta andando al diavolo e così l’acqua. E un uomo politico che sia un ottimista oggi non serve a un bel niente.

Vedi differenza tra democratici e repubblicani?
Sono tutti avvocati. Ti sarai accorta che chiunque entri a fare parte del nostro sistema legislativo e sia autorizzato a promulgare leggi è tanto per cominciare avvocato, visto che non ci sono rappresentanti diretti del popolo. Prendiamo un argomento che salta fuori di continuo: l’inquinamento del fiume Hudson provocato dalla General Electric. Io lavoravo per loro proprio nel periodo in cui gettavano PCB nell’acqua del fiume. Dovevano in qualche modo liberarsene. Ed erano sostanze pericolosissime. Ma un avvocato, per continuare a lavorare per la General Electric, non poteva dire altro che "queste sostanze non sono tossiche, non sono neanche alla lontana pericolose come la gente dice e non stiamo correndo alcun rischio." Beh, intanto (risata), nel giro di qualche anno, è possibile che la gente cominci a morire come le mosche, ma l’avvocato continuerà a dire che l’atmosfera va benissimo, lasciateci continuare a produrre le nostre bombe all’aerosol. Lui presenta i suoi punti, ma con l’atmosfera c’è poco da discutere, con l’acqua c’è poco da discutere, con il clima c’è poco da discutere.

Pensi che della situazione attuale siano responsabili in particolare gli Stati Uniti o che la cosa l’abbiamo provocata un po’ tutti?
Penso che ogni vero scrittore stia scrivendo la stessa cosa a proposito del proprio paese e visto che gli Stati Uniti sono un paese così grande e così ricco va da sé che se ne parli di più, ma quello che ci tengo a dire a persone come te è che noi siamo europei. Andiamo, smettiamola di scherzare (risata). Cosa credi che sia, un cinese? No, sono un tedesco. Sono un tedesco che vive negli Stati Uniti. Ho detto la stessa cosa a un giornalista jugoslavo: si è infuriato e mi ha risposto che la nostra cultura è completamente separata da quella europea. Ma l’Europa, come facciamo a divorziare da lei! Siamo vostri parenti, per dio, e voi potete biasimarci per tutto quello che volete, ma anche così continua a essere un’unica grande cultura visto che facciamo tutti parte della civiltà occidentale e tu sai bene che siamo parte dell’impero romano. Lo sapevi che Mussolini è riuscito a fare dimostrare ai suoi storiografi che ai suoi tempi l’impero romano esisteva ancora e che noi eravamo colonie e l’argomento ancora oggi non fa una grinza. Noi siamo un prodotto dell’impero romano. No, no, siamo tutti sulla stessa barca. Certo per voi sarebbe conveniente ... i più paraculi sono i danesi, gli olandesi, i belgi. È sempre colpa di qualcun altro, perché in pratica loro non hanno nessuno (risata).

La tua scrittura si origina dall’osservazione della realtà o da un atto di immaginazione?
Beh, io ho letto una gran quantità di libri e una gran quantità delle cose che sono nei libri sono del tutto immaginarie. Sulla mia vita hanno avuto un’incredibile influenza, così mi ritrovo a abitare in un mondo fantastico, come chiunque altro. Da questo mondo immaginario cerco di escludere quelle cose che chiaramente non sono vere. Ma io rappresento il tipico emigrante tedesco arrivato in America nel 1830, 1840, 1850 ancora prima che esistesse la statua della libertà. Questa gente, i miei antenati, erano cattolici romani e ne avevano abbastanza di preti, eserciti e nobiltà. Per questo sono diventati atei e per questo io sono ateo (è la mia religione ereditaria) (risata), perché avevano letto che quello che li aveva veramente buttati a terra era Darwin che aveva gettato il discredito sul libro della Genesi. In ogni modo io credo che la gente con questo particolare tipo di eredità alle spalle sia assolutamente comune in questo paese. Hanno la tendenza a esaminare i loro sogni più da vicino e a escludere quelli che sembrano irrealizzabili e uno di questi sogni irrealizzabili è che abbiamo una missione verso il mondo, sarebbe a dire la missione di spargere democrazia ovunque.

Prendiamo fantascienza e sociologia: non ti sembra che in certi casi chi scrive o fa film di fantascienza sia oggi più in contatto con la realtà contemporanea di chi la analizza con strumenti sociologici?
Beh, bisogna stare molto attenti, perché in giro ci sono anche ottimi sociologi e antropologi. Il fatto è che lavorano più lentamente, e non è facile che la gente faccia attenzione a quello che dicono. Mentre Rambo II: impossibile sfuggirgli (risata). Così va a finire che un sacco di questi film e di queste storie fanno stare male la gente e fanno capire che il pianeta sta per finire male, cosa che è molto improbabile riescano a fare i sociologi. Continuano a invitarmi ad andare in Cina e io continuo a pensare che sarebbe meglio se andassi a vedere un bel film sulla Cina (risata). Che ci vada qualcun altro a vedere gli asili infantili e le fabbriche di lampadine o a vedere come si costruisce una discarica cinese e tutto il resto.

Cult-writer

Parlami di Kurt Vonnegut personaggio o figura di culto, come preferisci metterla. Sei d’accordo intanto nel dire che intorno a te si è creato un vero e proprio culto? E se sì, che tipo di vincoli ha creato al KV scrittore?
Beh, se c’è un culto della mia persona? Di certo ci sono persone che comprano tutti i miei libri, non importa di cosa parlino, che siano buoni o cattivi, li comprano in ogni caso e ricevo un sacco di posta e quasi tutte le lettere dicono "ho letto tutti i libri che hai scritto", e sì che tra gli altri ci sono anche dei brutti libri. Ma la mia gente non la vedo mai, non è che facciano dei raduni (risata). Non facciamo mai cose che riguardino il modo in cui siamo e io non esco molto, così va a finire che i miei libri funzionano da documento e la gente sa ben poco di me personalmente. Ha più che altro a che fare con il mercato. I miei libri vendono indipendentemente dal fatto che siano buoni o cattivi, ma i critici di me sono stufi. Perché? Beh, sono in giro da troppo tempo. Sai, io appartengo agli anni ’60, al movimento contro la guerra in Vietnam, dimostrazioni e tutto il resto. Io mi limitavo a sfilare durante le marce a Washington o non importa dove e all’epoca ero molto popolare. Parte dei miei libri era un pezzo fisso dell’arredamento di qualsiasi appartamento abitato da un hippie, che il padrone di casa li avesse letti o meno. Credo che i critici pensino che è tutto finito, come è finito Bob Dylan o i Beatles. Beh, naturalmente loro si sono separati, ma io ho un po’ la stessa impressione anche per Mick Jagger, anche se appartiene a una generazione più giovane della mia. Ecco un uomo di mezza età (risata) che saltella a destra e a sinistra di fronte a un pubblico di ragazzine. Mi sento imbarazzato e credo a mia volta di imbarazzare la gente, a forza di essere in giro.

Credi che il tuo pubblico sia invecchiato insieme a te?
Oh, sicuramente. La posta che ricevo mi arriva da gente della mia generazione.

Negli Stati Uniti i giovani non leggono i tuoi libri?
Oh, li leggono perché sono materia di insegnamento nei college e nelle superiori. I miei libri sono molto popolari nelle scuole e così mi capita spesso di sentire uno studente: "Caro signor Vonnegut, quanti simboli ci sono nel suo libro e cosa significano e per favore mi risponda entro il 15 aprile, quando devo presentare la mia tesina"; ma sento anche molta gente di 50 o 60 anni, ancora profondamente interessata alla seconda guerra mondiale o all’olocausto e tutto il resto e anche al fatto di invecchiare.

In un certo senso i tuoi libri creano assuefazione. Ne leggi uno e non riesci più a fermarti. Il problema è che è poi difficile ricordarli distintamente. Un po’ come se tu avessi continuato a scrivere lo stesso libro, cambiando nomi e situazioni.
È perché io sono quello che sono e sono convinto che gli scrittori non possano essere altro che se stessi. Naturalmente ci sono scrittori che scrivono romanzi seri su personaggi che scalano la montagna sociale o cose del genere, ma una persona che abbia un minimo di serietà verso la scrittura è forzata a scrivere esattamente quello che scrive e quello che ho fatto io è proprio quello per cui ero nato. Ho insegnato a giovani scrittori all’università dello Iowa, a Harvard, al City College di New York. Bene, quello che faccio con chi promette bene e ha le doti per diventare uno scrittore è di conquistarmi la sua fiducia abbastanza per fargli o farle aprire la bocca e poi toccarli con il massimo della delicatezza. Non devo toccargli l’epiglottide, se no rischio di farli tossire, mentre quello che voglio è andare a scoprire quel piccolo pezzo di nastro che c’è là dietro e tirarlo fuori. Lo studente e io insieme leggiamo quello che sta scritto sul nastro; era già lì dentro e continua a venire, continua a venire (KV fa con le mani, delicatamente come se cucisse, il gesto di srotolare un nastro fragilissimo), e naturalmente il nastro certe volte finisce (risata). Ma io credo davvero che tutto sia scritto nei nostri geni più di quanto possiamo immaginare.

Dammi una definizione dei tuoi libri. In quale genere li faresti rientrare?
Beh il precedente nel passato sarebbe Candide, Voltaire, la sua grande semplicità, raccontare la verità grottesca della vita. È davvero così grottesco e io lo amo molto. Ricordo, quando lo ho scoperto, di aver pensato che era incredibile che un libro così breve potesse essere così straordinario. Ecco, quelle sono le impronte che io seguo, più di qualsiasi altra. Candido era nato in Westphalia, come i miei antenati.

E gli scrittori che seguono te?
Siamo di nuovo alla storia dei nastri di cui ti ho detto. Nessuno segue nessuno, anche a volere. Non so cosa dirti, perché mentre è chiaro che esistono scuole in pittura, non direi che esista niente del genere per la scrittura. La scrittura è un affare solitario. I pittori possono circondarsi di gente mentre dipingono, ma i dipartimenti di letteratura inglese, per riuscire a organizzare il materiale, possono pretendere che esista uno schema evolutivo, che dopo questo scrittore è venuto quello e via di seguito, ma è solo un modo di organizzare un dipartimento di letteratura, la verità non c’entra.

Ma c’è qualcuno tra i giovani scrittori in cui tu ti riconosci?
Non mi tengo al corrente come dovrei o forse non mi tengo al corrente affatto. Non so se me ne devo scusare: non è mica come la medicina, che bisogna per forza tenersi aggiornati con le ultime scoperte. I giovani scrittori scrivono di un sacco di cose di cui io non so assolutamente niente, come la storia delle droghe. Voglio dire che per loro è stata una parte importante della loro esperienza, cocaina e il resto, e io non mi ci sono mai messo in mezzo, avevo troppa paura. Così non ne so niente, non so niente dello stare alzati tutta la notte e andare da una casa all’altra e avere storie d’amore veloci e il resto. Non ne so un bel niente e se pretendessi di saperne qualcosa sarebbe un imbroglio e dovrei inventarmi tutto. Così il mio vero argomento è la classe media e, i giovani, non riesco a capire di cosa diavolo parlino nella maggior parte dei casi, perché non ho visto niente e la loro musica per me è muta, mentre è chiaro che per loro vuole dire un sacco. Così mi faccio da parte e sto ai margini di quello che sta succedendo realmente ai giovani.

Come scrivi?
Con una macchina da scrivere, dalle 8 del mattino a mezzogiorno. Poi divento molto stupido e do interviste (risata). Sai che l’ultima persona che mi ha intervistato, una giornalista del supplemento letterario del "Times" di Londra, ha pensato che io fossi matto. Tu credi che io sia matto?

Perché dovrei? Anzi: non è che ti voglio fare complimenti, ma io penso che tu sia una persona eccezionale e il fatto di parlare con te mi emoziona molto.
A un certo punto mi ha fatto: "Nessuno le ha mai detto che lei è estremamente eccentrico." Un eufemismo per dire che ero ai limiti. Ma forse ero solamente vestito in modo buffo! O avevo bisogno di un buon taglio di capelli!

Dici che l’hanno spaventata i tuoi ricci? Pensa che invece io ti vedo come una specie di saggio, quasi come una figura morale. Quasi l’opposto della follia.
In effetti Mark Twain ha detto che l’unica letteratura che dura nel tempo è quella che fa la morale e lui perciò moraleggiava. Lui lo ha fatto con consapevolezza e infatti è famoso in tutto il mondo.

Anche tu.
Non lo so, stiamo a vedere.

Non credi di essere famoso.
Credo di avere delle buone possibilità. In parte per via di tutte queste cose artificiali che stanno succedendo con l’ozono, il che non ha niente a che vedere con lo spirito. Un’altra cosa che può capitare è che uno strano numero di persone decida di assegnare tesi di laurea su un autore. Quell’autore finirà per vivere nelle università per la semplice ragione che è diventato un argomento di studio, perché ci sono tutti questi professori di inglese che sanno tutto su Hemingway o su Faulkner e se c’è qualcuno che deve tutto al sistema universitario, beh quel qualcuno è sicuramente Scott Fitzgerald. Per concludere sono le università che decidono chi deve sopravvivere e chi no. A proposito, soltanto un anno fa, quindi con un bel po’ di ritardo, mi è capitato di leggere un libro di Curzio Malaparte. Santo dio, che uomo! Il libro era Kaput.

Che effetto ti ha fatto?
Che Malaparte deve essere stato un uomo totalmente corrotto. Vedere tutto quello che vedeva, fare così poco e non suicidarsi. Una persona molto disturbata, sempre a pranzo, non appena gliene capitava l’occasione, con i nobili e i titolati di tutti i paesi dove la guerra fosse in corso. Una persona molto inquietante. Naturalmente molti americani lo conoscevano fino dagli anni Trenta. lo invece lo ho scoperto solo un anno fa e ho continuato a parlarne a tutti, perché il libro ti fa venire voglia di parlarne (risata). Malaparte doveva essere un vero opportunista.

[1/continua]





[1] Qui Vonnegut si riferisce evidentemente al programma di difesa missilistica voluto da Reagan negli anni ’80 noto in Italia come Scudo spaziale: http://it.wikipedia.org/wiki/Strategic_Defense_Initiative





pubblicato da s.baratto nella rubrica a voce il 10 maggio 2010