Stronzi

Alexandre Hmine



La Svizzera italiana è troppo spesso liquidata, anche nel campo della narrativa, con una serie di stereotipi superficiali (i prati verdi, le banche, gli orologi, le mucche, l’ordine ecc…). Questa terra di frontiera, così vicina eppure così ineluttabilmente altra rispetto all’Italia non pare aver trovato ancora una voce capace di raccontarne le peculiarità.

Alexandre Hmine lo ha fatto da un’angolatura particolare. Ticinese al punto da conoscere alla perfezione i diversi dialetti del cantone ma nato da genitori nordafricani, insegnante liceale a Lugano di letteratura italiana, questo scrittore è profondamente radicato nel territorio di cui narra eppure porta in sé una componente di alterità irriducibile che rispecchia le antinomie e le contraddizioni del paese che lui descrive. Questi elementi, uniti all’urgenza di una ricerca stilistica ardimentosa, sono all’origine del suo primo romanzo, ancora inedito, di cui pubblichiamo un capitolo.

“Scusi, ma lei lo parla, l’arabo?”
Sto spiegando a Camillo la rima ipermetra tra i versi sedici e diciotto della poesia In limine degli Ossi di seppia, quando Mali, la mia allieva prediletta, alza la mano per chiedere la parola.
Benché durante le lezioni non collabori come potrebbe, benché sia spesso distratta e arrogante, benché nei componimenti vada regolarmente (e provocatoriamente) fuori tema, benché vesta sempre di nero e pennelli le unghie di viola, benché ostenti un’improbabilissima atarassia, benché non palesi alcun cenno di apprezzamento, gratitudine e complicità nei miei riguardi, Mali mi ha conquistato; forse perché si porta appresso un bagaglio lessicale di gran lunga superiore a quello dei suoi coetanei (da tempo usa con disinvoltura termini come “teoretico” e “poliedrico”), oppure perché rifugge luoghi comuni e banalità o magari perché è dotata di un’ironia enigmatica che a volte mi supera.
“Dimmi: vuoi intervenire?”, e tolgo la mano dalla tasca e passo le poesie di Montale dalla sinistra alla destra.
“Lo parla, l’arabo?”, e prima che io le risponda, lei toglie dal suo astuccio un pennarello rosso e inizia a decorare un foglio ancora bianco, senza appunti. La sua personalità è già tutta racchiusa nel comportamento e nei modi che adotta quando alza la mano. Non si propone mai se giudica la mia domanda troppo semplice e, comunque, prima di farlo, aspetta: se vede più di tre braccia sollevate, non si scomoda ritenendo superfluo il suo contributo, a meno che i tre allievi siano gnucchi; in quel caso, stronzissima, alza la mano dopo averli lasciati parlare e sbagliare. Non incrocia il mio sguardo né quando decide di intervenire né quando aspetta di essere interrogata; lo fa solo un attimo mentre risponde per accertarsi che io la stia guardando.
Vorrei risponderle che non è il momento, non dovrebbe interrompere la mia lezione per appagare una sua curiosità personale, non sono affari suoi, farebbe meglio a prendere appunti. Invece rispondo indulgente:
“Perché me lo chiedi adesso?” più sorpreso che infastidito.
Mali sta disegnando un enorme cuore sanguinante:
“Quando dovrei chiederglielo?” senza alzare la testa e accompagnando i capelli dietro l’orecchio.
È mia allieva da quattro anni, eppure solo oggi noto le orecchie a sventola, di solito accuratamente nascoste sotto la capigliatura.
“Non adesso… ero concentrato, adesso ho perso il filo del discorso…”
Capita che ci facciamo i dispetti a vicenda in un linguaggio che solo noi decriptiamo: io fingo di non vederla o aspetto che qualcun altro alzi la mano dopo di lei, esito a darle la parola, oppure la interrogo nonostante lei non abbia chiesto di intervenire, uno sgarbo, questo, che la spinge sempre a una piccola vendetta, ad esempio disinteressarsi al prosieguo della lezione;
invece lei non alza la mano pur conoscendo la risposta e pur costatando che nessun altro intende rispondere, oppure risponde annoiata, esprimendo così un giudizio negativo sulla mia domanda: poco intelligente, banale, insignificante, lezione di merda.
“Diceva che senza il ‘ne’ sarebbe una rima normale” annoiatissima.
“Sì, ecco, brava” e sapendo di commettere due errori “comunque, se proprio lo vuoi sapere, sì, mi arrangio.”
E qui esplode una baraonda di commenti, un fuoco incrociato che mi colpisce da tre diverse direzioni:
“Grande, ’sore! è difficile?… Lo sa anche scrivere?… Il mio nome?”
“Ci insegna qualche parola?… Come si dice ‘asino’?”
So di poterne ancora uscire senza scorno e approfitto della botta di fortuna:
“Si dice ‘hmmar’, adesso riprendiamo la lezione.”
“Chmar?” chiede Camillo alzando e subito riabbassando la mano.
“Nooo… all’inizio devi emettere una specie di alitata. Un suono che qui non c’è.”
“Chmar?” ripete Camillo.
"No, tu fai...la ’ch’ di ’achtung’ in tedesco"
“Chmar?”
E si alza un coro confuso che prova a ripetere, ride e si alita in faccia. Mali continua a disegnare il suo cuore; adesso gli ha aggiunto le ali.
“Ascolti, ’sore” Ava, che alita sulla nuca di Mali “chhhmar, è giusto? neeeh?” Le rispondo sì per evitare che ripeta. Lei esulta applaudendosi e guardandosi attorno fiera. Camillo annuisce complimentoso. Seduta di fronte a me, Sofia ripete a voce bassa. Gentiana è convinta di non riuscirci e desiste. A questo punto Mali alza la testa e occhi negli occhi dice:
“Allora potrebbe portarci in gita a Marrakech.”
Ommerda.
Infatti due mesi prima avevo promesso loro che li avrei accompagnati in gita – “Scegliete una meta interessante dal punto di vista culturale e un po’ originale, non c’è problema, vengo io, volentieri” – ; e la settimana seguente avevano proposto Praga e Amsterdam, ovvero birra a buon mercato e mignotte.
“Devo documentarmi; non le conosco a sufficienza” per prendere tempo, in realtà già sicuro di non volerli accontentare.
E ora eccoli con Marrakech.
“Sììììì!” festeggiano in coro “dai, Marrakech!”
“Che figata, ’sore!” Camillo “lei non è di lì?”
Gli rispondo che io sono originario di Casablanca. Poi vorrei intervenire per smorzare l’euforia generale, visto che la classe continua a parlottare e sembra già certa che accetterò la proposta; ma mi sento su di giri anch’io: perché? ellèj?
“La prego, ’sore!” Ava a mani giunte.
So che vorrei voler riprendere la lezione; invece spero che qualcuno mi chieda di Marrakech, di qualcosa a cui so rispondere, intendo.
“Adesso non è il momento di parlarne”; eppure cincischio, non continuo a leggere, abbasso la testa per sorridere senza essere visto.
“Perché ride?” Mali.
“Non sto ridendo, sto sorridendo.”
“Perché sorride?”
“Perché sono contento di ricominciare la lezione” e penso “beccati questa!” “O di portarci a Marrakech?”
Stronzetta, oggi vuole battaglia.
Appoggio il fascicolo sulla cattedra e mi dichiaro disponibile ad affrontare il discorso. Chiedo loro per quale ragione siano attratti da una meta così inusuale. Rispondono in duemila contemporaneamente.
“Uno alla volta” facendo segno con le mani come quando dirigevo il centrocampo della squadra. “Camillo?”
E lui argomenta spiegando che l’Africa è l’unico continente che non ha ancora visitato; Estelle aggiunge d’aver visto un sacco foto spettacolari su internet; Valentina ha sempre sognato di vedere il Marocco; Branko invece vuole sapere se potranno salire su un cammello. La classe scoppia a ridere. “Calma calma, non ho ancora accettato” ripeto sapendo di mentire. “E poi bisogna accertarsi di non superare il budget fissato dalla scuola. Il volo non è così a buon mercato.”
“Con Easyjet costa pochissimo, basta prenotare subito…” Mali “ho visto su internet. Se alloggiamo in un riad economico, avanzano anche i soldi per pullman e musei.”
“Cazzo è un riad?” mi chiedo preoccupato.
I ragazzi parlottano, pure loro si stanno chiedendo che cosa diavolo sia un riad. Spero che Mali lo spieghi a tutti. Invece lei sta lì in silenzio, pennarello in mano, a decorare il suo foglio. Devio la discussione ricordando che il progetto dev’essere approvato dalla direzione della scuola.
“Per quale motivo non dovrebbero accettare?” chiede Estelle.
Nessuna classe di questo istituto è mai andata in gita a Marrakech o in un altro paese africano; questo perché il budget è limitato e solo da pochi anni le compagnie low cost offrono tariffe tanto convenienti. Ma io non sto pensando al budget, bensì al fatto che Marrakech è in Africa, e anche per me questa parola evoca qualcosa di strano e misterioso, povero e pericoloso. “Beh, andiamo in Africa” dico titubante “bisogna vedere.”
Quando vedo i volti stupiti dei ragazzi, ai quali sembra inconcepibile vietare una gita per il semplice motivo che si svolgerà in Africa, mi sento un megacoglione e allora decido di renderli attenti su quello che potrebbero incontrare. Benché io voglia andarci, argomento contro. Che cunscia, tée.
“Guardate che non è come qui da noi.”
“Vogliamo andarci proprio per questo” Mali.
Penso “adesso ti metto apposto” e proseguo “dovete rispettare le usanze locali. Vestire in un certo modo, trattare i prezzi… e se non state attenti, vi fregano.”
“Scialla, ’sore, io ci so fare” Camillo, sornione e sicuro di sé.
Alcune ragazze bisbigliano, colpite dall’osservazione sull’abbigliamento. Poi una di loro chiede se tutte le donne di Marrakech portino il burqa.
“Ma no!” secco tranquillizzante, questa la so “Alcune vestono abiti tipici, più castigati, altre all’occidentale.”
“Cosa significa ‘castigate’, ’sore?” Camillo.
Branko sta per spiegarglielo, ma viene interrotto da Lena, seduta accanto a Estelle: “Quindi si può?”
Le rispondo che basta non esagerare con minigonne e scollature, è soltanto una questione di rispetto, ma nient’affatto sicuro di quello che sto dicendo “un po’ come se qui tu passeggiassi in costume da bagno: attireresti gli sguardi, soprattutto degli uomini, qualcuno forse ti lancerebbe un’occhiataccia, però finirebbe lì.”
“Quindi tipo questa va bene?” sempre Lena, obbligandomi a studiarle le gambe.
“Ma sììì. Poi dipende… magari al mercato ti metti qualcosa di meno vistoso.” Le stiamo guardando le gambe, tutti: lei arrossisce e copre la bocca con una mano. Mi convinco che lei ha già cambiato idea sulla gita a Marrakech e forse non solo lei. E mi scoccia.
“Urge un rilancio” penso spostando lo sguardo dalle gambe di Lena al volto perplesso di Estelle.
Camillo vuole sapere se c’è il Mc Donald’s. Io non lo so, ma comunque lo tranquillizzo “Sì, ovvio, non è mica il terzo mondo! Guarda che è una città ricca di attrattive.”
“Tipo?” Mali, senza alzare la testa dal foglio.
Le ali del cuore sono spezzate.
“C’è una piazza meravigliosa e i suq… e…” in quel momento ricordo l’esame di storia contemporanea, la gentilezza della professoressa, non il nome delle bellezze che avrei dovuto visitare “…molti monumenti particolari.”
“È vero che soltanto i mussulmani possono entrare nelle moschee?” Ava.
Le rispondo sì, lo so, però mi affretto a puntualizzare che a Casablanca ce n’è una aperta anche ai non musulmani.
“Ma a Marrakech no” Mali a bassa voce.
Perplesso, Camillo sostiene che non è mica giusto:
“Da noi possono entrare in chiesa!”
Io penso che abbia ragione, sono contento che la pensi in quel modo.
Eppure preferisco contraddirlo e metterlo in difficoltà:
“Prima di giudicare, dovresti informarti bene. Che cosa sai tu sull’islam?”
Lui sta per rispondere, dirà sicuramente una cazzata. Lo precede Sarah, che gli rivolge un gesto sprezzante e urla:
“Lasci perdere, lui è leghista! Sa che ha votato contro i minareti?”
Camillo non ci sta, si agita e la invita a tacere.
Sarah mi domanda come abbia votato. Io, che ho disertato le urne e non voglio ammetterlo, le ricordo che il voto è segreto. Lei: “Tanto lo so. È ovvio…”
“Cioè?” più preoccupato che curioso.
“Dai, è chiaro…”
Interviene Andrea:
“Mica perchè è marocchino deve per forza essere favorevole…”
La classe comincia a discuterne in maniera caotica e chiassosa, almeno finché non sono io ad alzare la voce e a impormi:
“Basta! assonanze? Adesso si ricomincia sul serio.”

Vacanze dei morti. Alle nove e zero zero spingo la porta d’entrata della libreria. Ancora chiusa. Appiccico la fronte al vetro per indagare. La commessa si sta avvicinando e mi mostra la chiave.
Salgo al primo piano, passo svelto svelto: meglio sapere subito, così dispongo di più tempo per valutare un progetto alternativo.
“Uff, sull’Africa pochissimo!” e muovo lo sguardo senza criterio finché avvisto due guide sul Marocco e tre su Marrakech.
Mi siedo su una poltroncina e inizio a sfogliarle nonostante sappia già che le acquisterò tutte. Sfoglio la prima velocemente, prestando attenzione solo alle fotografie: quelle linee e quei colori mi emozionano subito, mi catturano, sento di volerle scoprire, e non solo perché altrimenti sfigurerei davanti alla classe. Mi attirano davvero, le sento mie. Anche le moschee, anche questa madrasa Ben Youssef, questa fontana… Chrob ou chof – capisco, capisco! “guarda e bevi” –, i conciatori, questo giardino, questi scarabocchi indecifrabili. Risvegliano un senso di appartenenza che mi scopro contento di incontrare; però spaventano. La seconda guida è meno colorata e questo mi induce a leggere. Salto le prime pagine e inizio dalla scheda su Jemal El Fna; leggo di acrobati e incantatori di serpenti, – “sì, li ho visti” – di cartomanti e musicisti gnaua – “sì!”, e mi eccito al pensiero di poter offrire tutto questo alla classe e dire con orgoglio “io sono marocchino, avete visto che roba?” Non riesco a terminare la pagina per l’impazienza. Sfoglio la guida senza soffermarmi su niente, leggo qualche frase in scià e allà, finché non balzo dalla poltroncina.
Alle nove e quaranta eccomi seduto alla scrivania, con un documento word ancora bianco e la guida più esile fra le mani. Ieri al telefono l’agenzia ha confermato la fattibilità del progetto. Scrivo “Gita di studio a Marrakech”, salvo e ragiono, poi mi fermo:
“Insieme a quale collega?”
Il consiglio di classe della 4M è composto da diversi docenti cordiali, ma con nessuno di loro ho mai trascorso un periodo più lungo di venti minuti; ho condiviso una pausa, un caffè, due caffè, tre chiacchiere nei corridoi, un rapido pranzo nella mensa scolastica. Con altri ho vissuto anche esperienze negative, ad esempio l’anno scorso, a Barcellona, quando ho sostituito un collega all’ultimo minuto e non ho quindi partecipato alla stesura del programma.
Il primo giorno, dopo aver passeggiato su e giù per la rambla e nel quartiere gotico, per solidarietà ho accettato di accompagnare ragazzi e colleghi in discoteca.
“Perchè non balla?” a remenarmela “non vede gli altri ’sori?”
Sottinteso: sfigato! Quattro ore in piedi a studiare i culi e le tette delle mie allieve, comunque convinto di non essere quello messo peggio. Il mattino successivo appuntamento alle dieci. Alle dieci e zero uno sono l’unico presente. Cinque minuti dopo compare il primo collega, poi alla spicciolata qualche allievo. Alle dieci e venti il quarto docente, occhiali da sole, più spettinato di Vittorino Andreoli e alito pestilenziale: “A l’ manca ammò quaidün?” chiede giulivo.
Alle undici e un quarto siamo fermi davanti a casa Battlo.
“…’sa fem, tée, obligatòri o facoltatìf?” lo spettinato.
“Cosa a l’ vegn ul bigliétt?” l’altro.
A quel punto mi intrometto per far notare che poche ore prima nessuno aveva esitato nello spendere dodici euro per un mojito e che solo gli sfigati si erano accontentati di un bicchiere. I colleghi annuiscono persuasi e comunicano alla classe che la visita sarà obbligatoria. Mugugni, fischi e gesti polemici. Passa mezzora e siccome nessuno si era svegliato in anticipo per la colazione, cominciano tutti a invocare uno spuntino. Negato. Ma la visita procede stancamente, una inenarrabile rottura di maroni rallegrata in scià e allà solo da alcuni commenti dei ragazzi:
“Non per tirarmela, però casa mia è più ffiga… e ci entri a gratis.”
“Megascomoda ’sta maniglia…”
I colleghi accusano il colpo e decidono che la visita pomeridiana alla Pedrera sarà facoltativa. Risultato: quattro presenti (tre docenti e un allievo). Dalle diciassette tutti i ragazzi si chiudono in hotel per la siesta. Cena in un ristorante italiano, poi discoteca fino alle cinque. Dopo l’abbondante fritto misto serale io do forfait, non i colleghi. La mattina scompare dal programma. Il pomeriggio si opta spesso per la visita facoltativa. Risultati: imbarazzanti. Venerdì, per tendere tre mani alla classe, visita facoltativa al Camp Nou: venti presenti, di cui cinque però decidono di non entrare perché il biglietto costa diciassette euro.
Trascorrere cinque giorni consecutivi insieme a un collega e venti ragazzi mediamente poco interessati a visitare una città è qualcosa che merita più di una riflessione attenta.
Pertanto eccomi a vagliare la rosa dei candidati che potrebbero accompagnarmi a Marrakech. Con otto di loro faticherei a trascorrere anche solo mezza giornata. Poi ci sono altri due colleghi che sembrano simpatici e intelligenti, ma per ragioni diverse non mi convincono appieno; non riesco a immaginarmeli in gita. Alla fine decido per Jann, la collega di francese, anche se mi secca mostrarle le mie lacune linguistiche. Il mio francese va peggiorando di anno in anno.
“Domain je… vais… la lui…” non so continuare “le telefono.”
Spiego la cartina inclusa in una delle guide acquistate e cerco di ricordare i posti che la professoressa di storia contemporanea mi aveva suggerito di visitare. Provo silenziosamente a pronunciare alcuni nomi, dato che poi dovrò ripeterli davanti alla classe. Non riesco a ipotizzare dove possano cadere gli accenti, che fare coi dittonghi e tutte quelle acca del menga: “màmounia… mamòunia… mamoùnia… mamounìa… mamunià… màmunia… mamùnia… mamunìa… mamunià… màmonia… mamònia… mamonìa… mamonià…”
“bàhia? bahìa? bahià? e l’acca va aspirata?”
“Le tombe saadiane! Sì, adesso ricordo, me le aveva raccomandate”, e leggo la scheda.
“Cazzo, sono un intellettuale! Voglio sapere di più! Non posso presentarmi davanti alla classe mandando a memoria una paginetta di una guida turistica… tra l’altro mal scritta. devo, voglio studiare.”
Il pomeriggio torno in libreria per acquistare un dizionarietto arabo-italiano, i libri di Ben Jelloun, Bowles, della Mernissi e quello che trovo di interessante sull’Africa. In totale diciotto libri.
Studio tutta la settimana, entusiasta e impegnato. Cerco la perfezione, dalla scelta del riad al programma giornaliero, che voglio variato, ricco ma non troppo stressante, con qualche proposta stuzzicante, come l’hammam, una serata marocchina allietata da discinte danzatrici del ventre o il giro della città in calesse. Mi alzo alle otto e venti, colazione, caffè e giornale al mio solito bar vicino a casa, e dalle nove e zero zero fino alle tredici studio. Poi cucino il pranzo, caffè al mio solito bar e torno a studiare. Cena da mia madre e tv in camera finché non mi addormento.
A mia madre non ho ancora comunicato nulla. La notizia la rallegrerà; eppure temo che la discussione potrebbe comunque finire maluccio. Se sbaglia una parola, mi innervosisco e proseguo a monosillabi. Ad esempio, se dalla sua bocca uscissero frasi tipo “Come farai con l’arabo?” o “Li porti in giro tu? bella questa”, sarebbe finita, fertig schluss. Ma anche se iniziasse a raccontare quanto già so col tono di chi mi sta istruendo; la sento già spiegare che i ragazzi non potranno entrare nelle moschee ed io non saprò trattenermi dal dirle che nemmeno suo figlio potrebbe entrarci. A me non piace litigare, soprattutto con le persone poco intelligenti, quelle che non capiscono di aver torto e se ne vanno convinte di averla spuntata. Quando mi dicono che voglio sempre aver ragione, io mi innervosisco, perché è oggettivamente falso, e a me le cose false fanno girare i coglioni. Semmai è vero che ho quasi sempre ragione. Solo uno stupido non coglie la differenza. Glielo comunico la quarta sera, a metà pasto.
“A Marrakech? e come mai? hai deciso tu?” sorriso che si sta trasformando in un riso; metamorfosi che già mi infastidisce.
“No, i ragazzi” freddo, occhi piantati nel mio piatto.
“È una città magnifica. Ci sono tante cose da vedere”, e dopo una breve pausa, con espressione già tendente alla preoccupazione “hai rinnovato la carta d’identità marocchina? è scaduta.”
“Non mi serve” freddo e senza scompormi “ho il passaporto svizzero.”

“Guarda che per loro sei marocchino!” più minacciosa che preoccupata.
“Non ha senso”, infilzo un raviolo e lo inzuppo nella panna rimasta nella fondina, “come fanno a sapere che sono marocchino?”, e a bocca piena “potrei essere islandese… o tunisino…”
Lei depone le posate nel piatto perché la faccenda le richiede la massima concentrazione:
“Si capisce che sei marocchino… e poi vedono il nome!”
“Non ha senso.”
“Vai a rinnovarla!” preoccupatissima “te la chiedono! cosa ti costa?”
“Seccatura inutile, non mi serve più.”
Lei ricomincia a mangiare, riflette qualche secondo e rilancia:
“Vuoi che ti accompagno io all’ambasciata?”
Non le rispondo e butto giù in tutta fretta gli ultimi ravioli guardando muto lo schermo spento del televisore.
“Ma mangi ancora con la sinistra?”
“…”
“Perché non ti accorci i capelli?”
“…”
Dieci minuti dopo sono già disteso sul mio divano. Tv sintonizzata sul telegiornale marocchino; in mano il dizionarietto arabo-italiano. “In darija non si dice così” ormai persuaso che quello strumento potrà solo confondermi.
Guardo il Tg fino alla fine, comprese le previsioni del tempo, poi spengo. Rimetto il dizionario nello scaffale riservato alle lingue straniere, lavo i denti e migro in camera. Seguo distrattamente Ballarò finché non fatico a tenere aperti gli occhi.
“…‘dormire’ si dice ‘nnès’.”

Alla ripresa delle lezioni comunico alla 4M che il programma della gita è pronto e glielo illustrerò in una quindicina di minuti.
Mezzora dopo siamo ancora al lunedì.
“Nell’hammam ci devo andare per forza nuda nuda?”
“Il muezzìn urla forte al mattino?… a che ora, già?”
“Ci sono anche i negozi come qui da noi?… Può darsi che piove?”
“È vero che se gli fai una foto devi pagare?… E se non pago?”
“Ti viene di sicuro la… la… caghetta?”
“È vero che i prezzi li inventano sul momento?… Ma c’è la polenta?… E il Mc bacon?… E se prendo la malaria?”
“Si becca rai due?… martedì c’è X Factor.”
“Devo mettermi il burqa?… Ci sono già stati attentati terroristici lì?”
Rispondo paziente e disponibile, anche alle domande più ingenue, anche a quelle di cui non conosco le risposte. Percepisco nei ragazzi un’eccitazione crescente, che mi entusiasma e mi induce a dedicare tutta la lezione alla gita; nessuno vuole passare alle Familiares del Petrarca.
Branko torna alla carica:
“E il giro in cammello?”
Rispondo che non l’ho inserito nel programma ma potrà sfruttare uno dei momenti liberi previsti, e benché io non sia mai salito su un cammello, gli racconto che è divertente. Branko si agita e chiede a Camillo di accompagnarlo.
“Si può in due?”
A scuola i colleghi cominciano a fermarmi nei corridoi per complimentarsi, proprio un’idea geniale la mia. Però in me con l’eccitazione monta pure il timore: ho paura che non fili tutto liscio, che il riad sia una topaia, l’aereo precipiti o un terrorista lo dirotti sul minareto della Koutoubia, che qualcuno stupri Lena, che Branko stupri una marocchina, che il cuscus non piaccia a nessuno, che piova, che venga a tutti la diarrea, che si annoino, che facciano arrabbiare qualche mercante o prendano qualche fregatura, che qualcuno rolli una canna o si ubriachi e combini una cazzata, che si perdano nei suq, che decidano di non rimettere mai più piede in Marocco. Il giorno della partenza mi presento all’appuntamento con mezzora d’anticipo. E mica sono il primo. Gli allievi arrivano in auto, accompagnati dalla madre, dal padre o da entrambi.
“Lui è il ’sore”, la formula con la quale mi presentano ai loro genitori.
Manca solo Marija. la famiglia non ha accettato che lei partecipasse alla gita: “Troppo lontano” ha tagliato corto la madre al telefono.

Voilà, la prima figura di merda all’aeroporto di Marrakech, quando in arabo mi chiedono di esibire la carta d’identità marocchina. Un quarto d’ora di chiarimenti, in cui loro mi parlano un po’ in francese e un po’ in arabo, io un po’ in italiano e un po’ in francese. Gli allievi ascoltano divertiti, qualcuno sghignazza, mentre Jann interviene per tradurmi quanto non capisco e passarmi qualche termine.

La seconda figura di merda nello spazio antistante l’aeroporto, dove ci aspetta un autobus e dove il conducente mi accoglie cerimoniosamente e inizia a parlarmi in arabo. Nel tragitto vuole che gli racconti in francese perché non parlo la mia lingua. E i ragazzi mai così attenti, tutti lì a prendere appunti sulla mia autobiografia.

La terza figura di merda davanti alla tomba di Lalla Zohra: non ricordo più niente, invento e mi contraddico. Mali lo fa notare (si è voluta vendicare perché in pullman mi sono permesso di ironizzare sulla sua acconciatura).

La quarta figura di merda in piazza Jemal El Fna: il bicchiere di Branko è sporco. Lui lo mostra ai compagni e propone di andare al Mac.
“Sì, dai” tutti d’accordo.

La quinta figura di merda nei suq. Lena, che guida il gruppo, imbocca una strettoia laterale sbracciando, tette ballonzolanti in mostra, e urlando “J’achète beaucoup, j’achète beaucoup”. La accerchiano, immediatamente, gentili gentili.
Per liberarla incasso una fracca di insulti e spintoni. Alla fine della fiera un mercante la saluta in perfetto italiano:
“Tu figa larga.”

La sesta figura di merda ai giardini Agdal: aperti solo nel fine settimana; una mia negligenza che mi innervosisce. Detesto improvvisare.

La settima figura di merda a cena: aspettiamo quasi un’ora e il personale è scortese. Camillo sentenzia: “Altro che ospitalità… i nostri sono più educati.”

L’ottava figura di merda il giorno seguente: il programma prevede che io li guidi prima nel cuore del Mellah, poi al Museo Si Said e al Palazzo della Bahia. Ci perdiamo subito. Il tempo scorre. I ragazzi brontolano, chiedono. “Telefono alla Rega, ’sore?” da dietro, uno che vuol essere bocciato. Alle undici mi arrendo e sgancio cinque dirham a un ragazzino che in dieci minuti ci riporta a Jemal El Fna.

La nona figura di merda quando Mali fa notare alla classe che non hanno visto nemmeno una libreria.
“Secondo me perché andrebbero in fallimento” Sofia, ridacchiando.
“Domani vi porto” puntualizzo visibilmente seccato.

La decima figura di merda al Mamounia: sostengono che i negri siamo noi, vestiti come barboni. Alt, non si entra.

La sera, prima di coricarmi, su un fogliettino disegno un piccolo stronzo per ogni figura di merda.

E voilà, quando l’aereo atterra a Malpensa, conto trenta stronzi.

“Sa che ho imparato almeno venti parole in arabo?” Mali.
“Brava” rispondo cattedratico “però con venti parole non vai tanto lontana.”
“Mi arrangio” sussurra con quel ghigno.
“Stronza” sussurro io, e voilà, cago pure la lode.

Dulcis in fundo la botta del terrorista che fa esplodere il caffè Argana e la conseguente raffica di stronzettini senza fine:
“Ha sentito il telegiornale, ’sore?… sono morti anche tre ticinesi… Ho fatto benone io a non partecipare… Che culo abbiamo avuto… Ma è proprio dove siamo andati a pranzo quel giorno?… Sei te neh che hai portato un nostra classe a Marrakech?… Mi sa che la direzione d’ora in poi non autorizzerà più una gita in Marocco…”

(Invece a Madrid e a Londra sì.)








pubblicato da t.lorini nella rubrica racconti il 6 settembre 2012