SalernoBucarest

Maria Cerino



"Posso?"
Recuperandosi dal torpore, Nina m’ invita a prender posto accanto a lei.
"Sono salita a Taranto e dopo un po’ mi sono addormentata. Si è riempito il pullman: dove siamo?".
A Salerno. Sono le tre di mattina.
Sul pullman Atlassib Italia che ci porta in Romania conto una sessantina di persone e, così a occhio, credo di essere l’unica straniera, qui dentro.
Nina si raddrizza sul sedile per farmi spazio, si lamenta della sciatica, poi comincia ad elencare i fastidi che un viaggio simile comporta, ed è allora che realizza di star parlando in italiano.
"Non sei romena: che ci fai qui?". Un mio amico studia medicina a Bucarest e siccome ho deciso di partire all’ultimo momento ho preso l’autobus, abbozzo.
La signora che ci sta davanti si gira e scandisce: "Bugiarda".
Sorrido cercando di dissimulare l’imbarazzo mentre Nina mi difende.
"Sei coraggiosa", mi bisbiglia cinque minuti dopo.
Al coraggio avevo pensato fino al giorno prima della partenza. L’ambasciata italiana, che avevo contattato chiedendo d’essere accolta alle tre di notte a Rahova, mi aveva risposto via email: "Quello che possiamo dirle è che Rahova è periferia, deve stare attenta. Le diamo il numero di un’agenzia di taxi affidabile basta che telefoni cinque minuti prima di arrivare, dica dove è diretta all’autista e non avrà problemi. Posso consigliarle un’alternativa: perché non viene in aereo?".
Occident Taxi, 0040. 219413: il numero a cui consegnare la mia fiducia, e poco importa che si dica dei tassisti romeni – le romene stesse lo raccontano, – che siano affidabili quanto gli scafisti ("Potrebbero violentarti, derubarti e abbandonarti in qualche posto. Lo fanno spesso. Oppure possono anche solo derubarti, non ti preoccupare"). Accanto al numero per il taxi c’è anche quello d’emergenza dell’ambasciata, 0040.0722314803, da contattare solo se necessario. Le categorie del necessario sono per definizione indefinibili, e questo mi consola. E poi, anche dei tassisti romani se ne dicono tante. Io stessa ne conosco parecchie, di storie sul loro conto. Ladri, li chiamo ladri spessissimo.
Prima di salire in pullman ho provato ancora a misurare i rischi del viaggio (soprattutto quelli dell’arrivo in piena notte nella periferia di una capitale che conosco poco e con una padronanza della lingua che si limita, più o meno, a Sint incintat sa va cunosc, Piacere di fare la sua conoscenza), chiedendo al ragazzo della biglietteria che ritrovo per il check-in: "Il posto dove arriviamo è pericoloso?".
"Mica è Iraq o Afghanistan?", mi ha risposto.
"O Napoli", ha aggiunto una voce fuori campo.
Touché.
Poi lo sento ridacchiare e dire al tizio che sistema i bagagli: "Lei: I-TA-L-I-AA-N-A"; poi mi attacca l’adesivo del Tichet Bagaje sulla valigia: 88168, Bucuresti.
Si parte.
Nina si gira e rigira - la sciatica, - è grossa, ha i capelli corti e tinti rosso mogano. Quando sorride si nota che le mancano dei denti e le due capsule in oro brillano. L’alito le puzza d’alcol.
Dopo circa tre ore mi assopisco, pochi minuti e mi sento spintonare. Apro gli occhi e la donna che mi è davanti – quella che mi ha dato della bugiarda, – Anja, mi mette sotto il naso una bottiglia di rhum senza tappo, Bevi.
Sono le 7:00. Non bevo. Da quel momento in avanti ci toccherà scendere ogni trenta chilometri per cambiare pullman.
"Ci dividono in base alla destinazione".
"Ma non è sempre lo stesso tragitto?".
"Sì, ma alcuni pullman si fermano in certe città e altri no".
Spiegazione vaga ma non indago più del dovuto.
Prima di scendere bisogna togliersi le ciabatte e mettere le scarpe. Si fa così: siccome si rimane seduti per tre giorni, i piedi si gonfiano e quindi è meglio tenerli comodi. Per i cattivi odori, tra l’altro (non ci sono finestrini da aprire), c’è il vaporizzatore al profumo di violette, tre in tutto e uno mi è proprio accanto a farmi Pluffh in faccia ogni quarantacinque minuti.
Prima dell’alba hanno cominciato a scartare merendine, senza che in realtà per i successivi giorni di viaggio si smetta mai. Una donna sulla quarantina dalla carnagione scura e i capelli lunghissimi fermati in una coda si gira, e notando che non mangio né bevo nulla fa a Nina: "La principessa pulita non mangia?".
Nina mi difende ancora, in romeno, perciò non capisco. La donna sulla quarantina ha una borsa taroccata Alviero Martini, mi accorgo che non è l’unica, anzi è molto comune, com’è comune il viola nell’abbigliamento: maglie, foulard, pantaloni, giacche, tutto viola.. La mia compagna di posto dice che ne ha comprato una a sua figlia, di borsa, che adesso si sposa. Per questa ragione sta tornando a Costanza, per questo e perché con la sanatoria il vecchietto che accudiva in Puglia non può permettersi di pagarla e metterla in regola.
Gira le dita intorno al polso sfregando i polpastrelli con intensità crescente: altre volte è tornata, in quattro anni, in Romania ma solo per stare a casa un po’ di tempo; adesso, dice, torna per rimanere visto non c’è più convenienza a lavorare in Italia.
Per le sue amiche che stanno al nord è un’altra storia. "A loro va meglio, gli pagano i contributi guadagnano novecento euro al mese".
Da meridionale questa è una parte di storia che già conosco, le chiedo del vecchietto che ha lasciato a Taranto, invece.
"Aveva un figlio molto geloso della moglie: non la faceva uscire mai! Sono gelosi questi italiani. Una volta lo sai cosa ha fatto? Si è fatto la barba non in faccia ma lì!".
La donna sulla quarantina con la tracolla Alviero Martini s’intromette di nuovo, le mostra una banana e indica un signore che sta seduto davanti a noi, accanto a Anja.
"Ce l’ha così o così?", cambia il verso alla banana facendo su e giù e indicando ancora l’uomo di mezza età che fa finta di niente .
"A me va bene anche metà di così", conclude.
Anja ride, Nina ride, la tizia con la banana ride, faccio finta di ridere anch’io. Dopo un minuto ridono tutti, compreso il signore che chissà se ha capito di chi e cosa si sta ridendo. Nina sottovoce mi spiega che l’uomo è italiano (l’ho visto salire a Salerno) e va a Brasov per "andare a trovare l’amichetta romena, eheheh". Quindi c’è un altro italiano, io – che pure sono salita con lui, – non me ne sono accorta e mi domando come facciano a sapere dov’è diretto e la ragione del suo viaggio, considerato, appunto, che io, italiana e salernitana come lui, non ho sentito né intuito niente.
Trascorsa la prima notte, primo giorno inoltrato si continua a dormire, cambiarsi le pantofole con le scarpe e mangiare. Soprattutto bere, non c’è verso che cambi qualcosa durante il resto del tragitto, ancor meno ora che stiamo per superare il confine italiano. Soprattutto non c’è speranza che cambi la musica: i due autisti che si alternano alla guida scambiandosi i posti passano dalla neomelodica romena alla dance anni settanta. È chiaro chi dei due abbia vissuto con il mito occidentale.
Dopo un po’, assuefatta alla voce di Benone Sinulescu, mi sembra di sentire cantare in napoletano su base e testo romeni. In fondo non me lo aveva chiarito proprio Mihai Mircea Butcovan, lo scrittore, che il romeno e il napoletano hanno lo stesso accento?
Mentre Nina si agita per la solita sciatica che a questo punto ho l’impressione di avere anch’io, mi spiega del motivo che l’ha portata a emigrare, spiega sottolineando che è così per tutti: "Mio marito è malato di tumore perché ha lavorato per molto tempo in miniera. Mi servono soldi per curarlo".
Molte donne hanno un padre o un marito o un figlio da curare e la sanità che è pubblica in realtà non è pubblica per niente.
"Se io vado in ospedale non ho speranza di venire operata o visitata se non do una tangente al medico e l’infermiera mi lascia nel piscio se non le metto in mano almeno un pacchetto di sigarette", ancora Nina.
Anja conferma, la signora della banana annuisce. La chiamano la contraddizione del comunismo e bisogna andare indietro di qualche decennio per capire.
"I minatori guadagnano più dei medici, ancora oggi, però i medici prendono le bustarelle e se, da minatore, hai bisogno di una cura non hai i soldi sufficienti per farti curare in un ospedale pubblico".
Adesso Nina caccia le foto della sua famiglia e mi segna con il dito ogni componente: suo marito è quello seduto sul divano, sua figlia fa la maestra e il fidanzato è nell’esercito.
"Sono fortunata, in Romania si campa con le miniere, le patate e il riso: a loro è andata bene". Anche il lavoro nei campi di riso e patate sta diminuendo da quando i datori sono diventati italiani, cinesi, tedeschi.
"I cinesi stanno costruendo nella zona turistica dove si va a sciare degli enormi e orribili Hotel", aggiunge.
Nina inizia "Quando c’era Ceau…", si blocca, Anja le fa cenno di no.
Si continua a salire e scendere, cambiare pantofole e scarpe, neppure ci chiediamo dopo ore, giorni di viaggio dove siamo di preciso, quello che ci interessa è arrivare. E puzziamo tutti di sudore, pluffh alle violette e rhum alla stessa maniera. Pure gli autogrill si somigliano, non si somiglia solo il clima: adesso fa freddo, lasciata l’Italia alle spalle.
Qualcosa cambia al confine dell’Ungheria: qui, oltre ai documenti, vogliono cinque euro a persona. Servono per corrompere i militari alla dogana, se gli diamo i soldi non ci controlleranno i bagagli e potremmo portare in Romania qualsiasi cosa.
"Qualche volta è capitato che sul pullman ci fossero dei rom e siccome davano fastidio l’autista per punirli non ha raccolto i soldi e ci ha fatto controllare le valigie. Ho dovuto pagare ottanta euro di multa perché avevo troppo (cioè una bottiglia e un pacchetto in più del dovuto) vino e caffé", racconta Nina.
Entrati in Romania, dopo due giornate e mezzo, le fermate aumentano: Arad, Lugoj, Fugaras, Bacau, Suceava, Campina, Bucuresti. La gente comincia a scendere, conosco i nomi di quasi tutti, mi confondo solo con le due gemelle bionde ma non do peso visto che anche il ragazzo che le accompagna ha baciato l’una e l’altra, durante il viaggio, senza distinguerle.
Mentre li saluto mi accorgo della differenza di età, della rappresentanza di diverse generazioni che salendo non avevo notato, volevo solo capire se fossero tutte romene facendo affidamento alla tintura fai da te rosso mogano, nero violetto, biondo chiaro dei capelli.
Arrivati a Rahova, prima che prendano un altro autobus che le porti a Costanza, Nina e Anja mi raccomandano: "Attenta agli zingari: ti rubano la borsa. Attenzione al tassista" – Anja struscia le dita tra le gambe cercando di mimare un pericolo specifico, "però non ti preoccupare: Bucarest è bella".
Se Bucarest sia bella o meno in quel luogo e a quell’ora non riesco a capirlo, non c’è molta illuminazione e in verità neanche passano automobili. L’albergo più vicino che ho prenotato è a cinquanta chilometri di distanza. Mentre cerco di telefonare l’agenzia indicatami dall’ambasciata vedo altra gente salire su un diverso pullman Atlassib diretto in Italia.
Mi avvicino chiedo se posso dare gli ottanta euro del biglietto a bordo, rispondono Da.
Salgo, manco a dirlo.








pubblicato da s.nelli nella rubrica dal vivo il 4 maggio 2010