“In mezzo a un incendio...”

ilprimoamore



Questa intervista a cura di Antonio Prudenzano e la breve risposta a Emanuele Tonon sono uscite originariamente su Affaritaliani il 27 aprile 2010.

Antonio Moresco, partiamo da “Gli incendiati”, il suo ultimo romanzo, appena pubblicato da Mondadori. Comincia con il protagonista, solo e disperato, che in piena estate prende l’auto, fa mille chilometri senza meta e arriva in una località di mare. Qui incontra una donna misteriosa e bellissima, che gli pone con accento straniero una domanda destabilizzante: "Vuoi bruciare con me?". Com’è nata l’idea del libro?

Questo romanzo è una cosa incalcolata e imprevista ed è stato scritto di getto, in un mese da infarto, alla fine del 2009. Nasce da una costola di "Canti del caos", dove, in poche righe, si accenna a un ragazzo che salva una donna da una casa in fiamme (la stessa coppia, alla fine della terza parte, si trova di fronte al cofano dell’investitore). Si vede che queste poche righe e queste figure hanno lavorato a mia insaputa dentro di me fino a chiedere vita e a diventare un romanzo. Ma ci sono anche molte cose autobiografiche. Mi è successo davvero, ad esempio, di trovarmi molti anni fa in mezzo a un incendio, in una località del sud Italia dove ero in vacanza, e di dover fuggire assieme a molti altri, in piena notte, fino a uno strapiombo di roccia dove il fuoco non poteva arrivare. In quel posto, improvvisamente, mi è venuta vicino una donna che non avevo mai visto prima e che ha cominciato a parlarmi con inconcepibile intimità e che un minuto dopo è scomparsa. Questo inspiegabile incontro in mezzo al fuoco, evidentemente, non l’ho mai dimenticato, ha continuato a lavorare dentro di me. Ma poi ci sono moltre altre cose, dietro e dentro questo libro, e c’è soprattutto il mio sentimento e il mio stato d’animo attuali. Questo romanzo nasce da una grande disperazione, di cui è nello stesso tempo l’espressione e la disperata risposta.

"Gli incendiati" è un libro molto diverso da "Canti del caos"…

Fino a un certo punto. In "Canti del caos" c’erano delle storie d’amore, che costituivano le orbite stesse del libro. Qui ce n’è una sola che ha richiesto e che si è conquistata un intero libro. Si vede che, dopo i quindici anni passati su "Canti del caos", avevo bisogno di uno scarto improvviso, di uno scatto, di un passo di lato, prima di intraprendere il lungo lavoro sul nuovo libro, alle cui soglie questo romanzo mi porta.

C’è già un titolo per il libro che sta per iniziare a scrivere?

No, non c’è ancora. O meglio, ne ho più di uno in mente e tanti li ho anche scartati. Quest’ultimo libro mi terrà accupato per molti anni -se li avrò- e porterà a compimento e a inveramento ciò che è cominciato con "Gli esordi" ed è poi proseguito con "Canti del caos". Tutti e tre questi libri diventeranno alla fine un’opera unica. E’ per questo che, adesso, mi è indispensabile avere un titolo definitivo e una luce per poter cominciare a entrare in quest’ultimo -o primo- passaggio.

In futuro tornerà a mettere mano a "Canti del caos"?

No, l’ho rivisto per l’ultima volta alla vigilia della pubblicazione definitiva e completa dell’anno scorso. E poi ho rivisto anche "Gli esordi", libro ormai da tempo introvabile, che Mondadori ripubblicherà in forma altrettando definitiva l’anno prossimo. Quella che non è ancora finita è l’opera nel suo complesso, che ho cominciato a scrivere nei primi anni Ottanta con "Gli esordi" e che spero di avere gli anni e la forza per finire. Su questa frontiera vorrei attestarmi per gli anni che mi restano prima di crepare.

Anche ne "Gli incendiati", come in quasi tutta la sua opera, i generi e le atmosfere si ibridano fino all’estremo. Lei è uno scrittore radicale. La letteratura ha senso oggi solo se vissuta in modo totale e anticonformista?

Posso parlare solo per me, non mi va di esprimere regole universali. Per quanto mi riguarda, scrivere è anche superare dei limiti -fisici e letterari- contiene un’anticipazione, una precognizione, una trascendenza. Forse questo libro può apparire più "tradizionale" rispetto ai miei ultimi, ma non è così, tanto è vero che a metà romanzo si sfonda il pavimento e che alla fine salta addirittura il soffitto. Si superano delle soglie, della percezione della nostra vita ma anche narrative. Stiamo vivendo in una condizione inconcepibile all’interno di qualcosa di infinitamente più grande di cui non sappiamo nulla, stiamo andando a toccare un limite o un passaggio di specie e mi sembra inconcepibile che uno scrittore di questa epoca non possa e non debba esprimere tutto questo anche nel corpo stesso della sua scrittura.

Viene in mente un’assonanza tra il suo percorso e quello del regista di culto David Lynch: entrambi siete alla continua ricerca dello sfondamento dei limiti…

Io, per quanto mi riguarda, necessariamente, vedo anche le cose dal mio interno, e perciò vedo anche le differenze. Però di sicuro David Lynch è uno che si è reso conto di quello che abbiamo sotto gli occhi e che molti non vogliono vedere. Si è reso conto della soglia che tutti stiamo varcando, che abbiamo già varcato.

Nei suoi libri la vita molto spesso appare come un incubo a occhi aperti…

Non lo so se è così. Oggi i nostri critici -sempre pronti ad afferrare per la coda scampoli di vecchie categorizzazioni che già conoscono e che non creano loro problemi svegliandoli dal loro torpore, nella loro beata ignoranza rispetto a ciò che sta avvenendo nelle scienze, nell’antropologia, nella fisica, nell’astrofisica, nella genetica…- parlano tanto di ritorno al realismo da parte degli scrittori italiani e additano anzi questa inclinazione come nuovo (o neo) atteggiamento virtuoso per gli scrittori. Ma quella che abbiamo di fronte oggi è una realtà completamente sfondata. Di che "realismo" stiamo parlando se non cogliamo questo aspetto della cosiddetta "realtà"?

Ha dovuto subire rifiuti dagli editori per oltre quindici anni prima di vedersi pubblicato, a 45 anni, il suo primo libro, "Clandestinità" (Bollati Boringhieri). A questo proposito lei ha detto che nella sua vita di scrittore ha preso "talmente tanti pugni" che oggi le è difficile montarsi la testa per gli elogi che riceve. Ma non le dispiace non essere mai preso in considerazione per il Premio Strega?

Mi rendo conto che finora a nessuno degli editori che hanno pubblicato i miei libri è mai neanche passato per la testa di propormi ai cosiddetti "premi importanti". Però non ci faccio certo una malattia. So bene che situazione c’è allo Strega, ad esempio, e come sia micidiale non solo per la propria igiene mentale ma anche per la propria ispirazione giocare la propria vita di scrittore solo su quel tipo di battaglie. Le dico la verità: ogni volta che pubblico un libro e vedo che nessuno mi propone per lo Strega, tiro un sospiro di sollievo.

Che idea si è fatta del caso-Saviano e della polemica con la Mondadori?

Mi pare di avere assistito a questo: all’attuale capo del governo (proprietario -tra le mille altre cose- anche della casa editrice e del gruppo Mondadori) che fa osservazioni allucinanti e assurde su "Gomorra" da una parte e agli uomini della casa editrice che difendono e cercano di tenersi stretto il libro e l’autore che hanno pubblicato dall’altra. Per cui mi sembra che la nostra solidarietà a Saviano debba essere estesa anche alle persone che l’hanno pubblicato. Adesso, dopo l’enorme successo e gli enormi ricavi, anche economici, è facile parlare e farsi paladini di questo nostro prezioso scrittore, ma non sono del tutto sicuro che altri editori -magari gli stessi che adesso sono lì con l’acquolina in bocca nella speranza di addentare questo grosso boccone- avrebbero avuto il coraggio, a suo tempo, di pubblicare "Gomorra". Quello che penso è lo stesso che avevo detto qualche anno fa nel mio scritto sulla "Restaurazione": stiamo vivendo in una situazione di pesante restaurazione, in ogni campo, ma non bisogna schiacciare ogni cosa, appiattire ogni cosa, rendere le cose meno mosse e drammatiche di quello che sono. Esistono anche gli uomini singoli e le singole vite, e qualche volta fanno la differenza, persino nelle grandi case editrici. Non bisogna avere paura di stare nell’occhio del ciclone. Le fessure bisogna tenerle aperte, allargarle, non chiuderle.

La spaventa il fatto che presto "Canti del caos" saranno letti in versione e-book?

Io sono un ragazzo antico e sono abituato a un rapporto intimo, fisico, con i libri letti e amati nella mia vita. Se in tasca ho, al posto di un libro stropicciato per il troppo amore, con le cicatrici, i segni dei succhiotti, le occhiaie, un piccolo contenitore al cui interno si trova un insieme di centinaia o migliaia di libri che posso visionare, come sarà possibile vivere quel rapporto unico, forte, che si può instaurare tra una vita e l’oggetto separato di un singolo libro e di una singola voce?

Moresco, per la letteratura lei darebbe la vita?

La domanda può apparire stentorea, ma credo che le cose, per me, siano sempre state e stiano così. O meglio, io non darei la vita per la "letteratura", che è solo una parola di convenzione, un contenitore che sta a indicare l’insieme delle cose scritte, per molte delle quali non darei non dico la vita ma neppure un’unghia. Ma per qualcosa che a volte succede, può succedere nella letteratura, qualcosa che mi porta a una conoscenza e a una fusione e a una combustione più grandi e a un passaggio.

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EMANUELE TONON: Moresco, lei ha lungamente parlato nel suo "Lettere a nessuno" del suo continuare a sbattere la testa contro il muro dell’editoria, del suo radicale rifiuto per i compromessi che avrebbero potuto facilitarle la pubblicazione. Ora, davanti all’importanza della sua opera, che può sicuramente non piacere ma della quale è possibile solo in malafede non riconoscerne la necessità, noto che, paradossalmente, sono proprio gli scrittori a darle contro, ad attaccarla visceralmente sul piano umano, oltre che letterario, quasi vedessero in lei e nel suo fare letterario un pericolo alla loro idea di letteratura depotenziata, serva di uno standardizzato cliché editoriale. Dovrebbe far ridere, invece fa piangere, leggere o sentire gli attacchi che le vengono rivolti nel tentativo di screditarla come scrittore e come uomo. "Moresco scrive solo di fica", "Moresco fa la vittima, Moresco è elitario, Moresco si dipinge come l’unico puro, Moresco gioca a fare il maledetto ma è un salottiero", eccetera. Mentre al di fuori dei circoli, delle pizzerie letterarie, la sua opera vive in una sorta di culto, chi dovrebbe sostenerla fa di tutto per cancellarla. Potrebbe tentare di dirci il perché, a suo avviso, di questa avversione da parte delle pizzerie letterarie italiane e, di contro, il perché di questo culto catacombale di cui gode la sua opera?

Ah, sì? Scrivono queste cose? Che io sarei un tipo salottiero e tutto il resto? Cosa posso dire? Non provo neanche a rispondere, non ritengo di dovermi difendere da simili accuse. Se uno lo vuole, può conoscere attraverso i miei libri la vita che ho fatto e anche che tipo di uomo e di scrittore sono. E se dai libri -ma anche dalle altre cose che mi capita di scrivere in rete- non lo capisce o non lo vuole capire, allora è inutile insistere. Tanto più che non ho l’assillo di farmi accettare a tutti i costi.

Io non sono neppure collegato a Internet, perciò queste cose non le so, se non me le dice qualcuno. Sì, certo, mi arrivano in altro modo manifestazioni di ostilità che hanno anche qualcosa di non completamente spiegabile, di viscerale. E vedo che, da parte di alcuni notabili delle lettere, i miei libri -anche se sono lì bene in vista, pubblicati ultimamente da grandi editori, in qualche caso persino di dimensioni enormi- non vengono non dico letti o studiati ma neppure intercettati o nominati. E’ come se non ci fossero, come se fossero cose di altra natura e sostanza e vivessero in una dimensione aliena rispetto alla loro. E so anche che esistono, in varie parti d’Italia, dei lettori -soprattutto giovani e giovanissimi- per i quali i miei libri contano invece qualcosa.

Perché succede questo? Ho scritto alcuni libri (Lettere a nessuno, Il vulcano, L’invasione) dove non solo ho raccontato la storia di una lunga e dura battaglia e di una diversa strada strappata e inventata palmo a palmo, ma dove ho cercato anche di mostrare il contesto e i termini più generali di questo scontro. Altre spiegazioni non sta a me darne.

Quanto agli scrittori italiani, credo ci sia del vero nella sua osservazione. Ci sono naturalmente delle eccezioni, ma ho constatato anch’io che la lista degli scrittori che fino a pochi anni fa non avevano paura di parlare -e magari di parlare con entusiasmo- dei miei libri si è andata via via assottigliando. Adesso per lo più tacciono, quando non esprimono maldicenza e sarcasmo. Altri sono diventati più prudenti, diplomatici e accorti. Eppure, in questi anni, sono andato avanti come scrittore, non indietro, mi pare… E’ strano ma, per me, la differenza la stanno facendo ultimamente più gli editori da una parte e i lettori giovani dall’altra che gli scrittori del mio paese e della mia lingua. E anche questo, forse, significa qualcosa.

La situazione è quella che è, e anche il mondo della cosiddetta cultura non è migliore di tutto il resto, in questi anni. Piccoli autoposizionamenti, piccoli arrivismi, piccoli trasformismi, piccole confraternite e piccoli assalti al nulla. Una piccola lotta darwiniana tutta giocata sull’esserci o sul non esserci, o meglio sull’apparire o sul non apparire. A me pare che gli scrittori del passato che ancora leggiamo oggi non fossero così. Non che non ci fossero anche allora le solite debolezze umane, le rivalità, le piccole meschinità e vanità, i colpi bassi, le invidie. Ma c’era anche altro, esistevano vincoli più profondi e segreti che legavano -persino attraverso lo spazio e il tempo- scrittori molto diversi fra loro (Stendhal, Balzac, Hugo, Dostoevskij…), gesti di generosità divenuti leggendari, commoventi manifestazioni di altruismo e di stima che, lungi dal diminuirli, hanno reso ancora più grandi chi li ha compiuti, scrittori che accettavano di far tradurre i propri libri all’estero solo a condizione che prima venissero tradotti quelli di qualche altro scrittore per il quale nutrivano enorme considerazione, ecc ecc… E anche prima ancora si poteva trovare, tra gli artisti, riconoscimento della grandezza e trascinamento. Tra scrittori, musicisti, pittori… È così che si tiene acceso il fuoco nella notte che ci circonda e ce lo si passa di mano in mano.

Comunque, anche adesso, sempre, uno scrittore non deve farsi schiacciare. Deve andare avanti per la sua strada, da solo o assieme ad altri, se ha la fortuna di incontrare qualche compagno di viaggio durante la sua vita e il suo tempo. Deve cercare di dare il meglio di sé, deve andare a toccare dei limiti, deve varcare delle soglie, deve metterci l’anima.

Il resto, se ci sarà, bene. Se no, fa lo stesso.








pubblicato da a.moresco nella rubrica a voce il 2 maggio 2010