Il G8, la violenza, le dimissioni

Teo Lorini



I pubblici ministeri che a Perugia indagano sul consorzio di speculatori che pare essersi arricchita con le commesse delle grandi opere per il G8 e con gli appalti per la ricostruzione post-terremoto dell’Aquila si imbattono in alcuni passaggi di denaro che rivelano inquietanti risvolti.
Allo stato dei documenti prodotti dai PM Sottani e Tavarnesi, l’imprenditore Diego Anemone avrebbe fatto transitare la cifra di 900.000 euro sul conto di un suo collaboratore, l’architetto Angelo Zampolini, attualmente in carcere e indagato per riciclaggio di denaro proveniente da frodi ai danni della pubblica amministrazione e trasferimenti di fondi effettuati nell’ambito di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione.

Dalle indagini è emerso che nel luglio del 2004 Zampolini ha versato 900mila euro in contanti sul proprio conto nella filiale 582 della Deutsche Bank di Roma. Quindi li ha prelevati sotto forma di un cospicuo numero di assegni circolari. Ottanta, per la precisione. Il motivo è stato ricostruito da Carlo Bonini che, su Repubblica, ha spiegato come «gli assegni circolari debbano avere importi inferiori ai 12 mila e 500 euro, soglia oltre la quale la banca è tenuta a segnalare l’operazione al circuito interbancario e alla Guardia di Finanza». Gli assegni sono stati intestati a Barbara e Beatrice Papa, proprietarie di un appartamento in via del Fagutale il cui acquirente è Claudio Scajola, nel 2004 ministro all’Attuazione del programma, e oggi ancora ministro ma allo Sviluppo economico. Il 6 luglio, giorno del rogito, le due sorelle Papa incassano gli 80 assegni insieme ai 600mila euro del prezzo "in chiaro" regolarmente rogitato e pagato dal ministro assieme ad altri 200mila euro versati come preliminare. In totale, dunque, per l’appartamento con vista sul Colosseo, a due passi dal verde del Celio e dell’Esquilino il ministro versa la cifra di 1 milione e 700mila euro, dichiarandone meno di metà. A testimoniarlo, oltre all’architetto Zampolini, sono le due venditrici dell’immobile, le sorelle Papa e il notaio che (per incredibile che possa sembrare) di cognome fa Napoleone.

Su questa vicenda di fondi riciclati e soldi versati in nero la sorte aleggia con ironia feroce e non si limita ad allineare cognomi che evocano imperatori e pontefici. Ad essere lambito (seppure non risulti formalmente ascritto al registro degli indagati) da un’inchiesta su appalti irregolari per il G8 è quel Claudio Scajola che era addirittura ministro dell’Interno al tempo dell’altro G8 svoltosi in Italia, nel luglio 2001.
Per chi c’era è impossibile dimenticare che le forze dell’ordine - che dal titolare del Viminale dipendono e delle cui azioni il ministro è responsabile ultimo - tra il 20 e il 23 luglio si resero responsabili dell’omicidio di Carlo Giuliani (un manifestante di 23 anni ammazzato con un colpo di pistola allo zigomo e sul cui corpo in agonia fece manovra per due volte un Defender del peso approssimativo di un paio di tonnellate), della mattanza della scuola Diaz e della sospensione dei diritti civili perpetrata su un numero altissimo di civili (chi dice 150, chi 240, chi oltre 500) nella caserma di Bolzaneto dopo la "macelleria messicana" compiuta alla scuola Diaz.

G8 è dunque la sigla che ritorna a perseguitare Claudio Scajola, e assieme ad essa la violenza. Ieri era quella messa in opera sui corpi delle persone detenute illegalmente a Bolzaneto (una concisa - e non per questo meno agghiacciante - sintesi qui), oggi la persecuzione che, così Scajola, «colpisce con una violenza senza precedenti il mio privato e la mia famiglia».
Da una parte le bastonate, i gas urticanti, i piercing strappati, le minacce di stupro, la desaparición di decine di cittadini [1] riapparsi all’uscita dalle prigioni con fratture e traumi talora permanenti senza che il ministro responsabile delle forze dell’ordine prendesse posizione o muovesse critiche, dall’altra la notizia di un passaggio di assegni circolari e trattative in nero: chi vuole faccia i propri confronti.

Oltre alle violenze, su Claudio Scajola, ministro ieri come oggi, tornano ad addensarsi le richieste di dimissioni. Che lui respinge, oggi come ieri.

In verità Scajola, a distanza di quasi un anno dai fatti di Genova, dovette rimettere la carica, non però per la sua gestione di quei giorni di inspiegabile violenza, ma per un’intervista al Corriere della Sera nella quale (a proposito di violenza) il politico ligure definì Marco Biagi, il giuslavorista lasciato senza scorta e assassinato dalle nuove BR davanti al portone di casa a Bologna, «un rompicoglioni che voleva il rinnovo del contratto di consulenza».

Oggi la situazione è decisamente più rosea: Scajola non è incriminato e quanto alle questioni di opportunità e correttezza per cui da più parti si chiedono le sue dimissioni, il presidente del Consiglio dei ministri risponde spronando il suo collaboratore a resistere difendendosi (a proposito di violenza) «col coltello fra i denti».

In fondo, ciò che le indagini sino a qui documentano e i testimoni asseverano è un banale caso di evasione fiscale. Nell’Italia della crisi economica, dei licenziamenti a catena, degli operai sul tetto e delle scuole senza carta igienica, al rogito siglato dal notaio Napoleone mancano 1 milione e 100mila euro. Viene da chiedersi se sia questo lo Sviluppo economico cui sovrintende il ministro Scajola.





[1] Dinnanzi alla richiesta di informazioni da parte di legali, ambasciate e consolati, l’allora ministro degli Esteri Renato Ruggiero pronunciò la frase: «Sono ragazzi, saranno andati al mare».





pubblicato da t.lorini nella rubrica giornalismo e verità il 30 aprile 2010