“Barbaropa”

Andrea Amerio



Nell’estate del 1914 tutta l’Europa racconta una sola storia: una storia di irresponsabilità e di entusiasmo, di innocenza e di morte. Nell’ora “più decisiva della storia europea dopo la fine dell’impero romano”, come scriveva su «la Voce» del 28 agosto 1914 il longevo Giuseppe Prezzolini (il “chierichetto di Papini e Croce”, nella definizione di Gramsci, che arrivò a 100 anni «perché», dichiarava «non ho mai fatto ginnastica»), il continente si trova spaccato in una contrapposizione drammatica e paradossale. L’Europa tutta aveva un solo problema, lo stesso. Si credevano unici, diversi, migliori. Si potrebbe parlare di sciovinismo esasperato, di “nazionalizzazione delle masse” (Mosse) ma anche di una “sindrome del papero di Montaigne”, perché l’inventore del genere saggistico che aveva ben presenti gli effetti delle guerre di religione in Europa a un certo punto nell’Apologie de Raimond de Sebonde fa parlare un papero che la pensa così:

Toutes les pieces de l’univers me regardent, la terre me sert à marcher, le Soleil à m’esclairer, les estoilles à m’inspirer leurs influances: j’ay telle commodité des vents, telle des eaux: Il n’est rien que cette voute regarde si favorablement moy: Je suis le mignon de nature? Est-ce pas l’homme qui me traicte, qui me loge, qui me sert? C’est pour moy qu’il fait et semer et moudre: S’il me mange, aussi fait-il bien l’homme son compagnon; et si fay-je moy les vers qui le tuent, et qui le mangent.

Ecco, l’estate di cento anni fa le nazioni e gli imperi erano come questo papero che si crede il centro del mondo e ignora la ridicola parzialità del suo modo di vedere le cose. Il greve nazionalismo di versi come: «wenn wir fallen | fällt die Welt» (Rudolf Alexander Schrtider) o «tu es / La sainte nation qui sauvera le monde» (Nicolas Beauduin) e di troppi altri è pregno di questa scellerata ingenuità, allora dogma. Ovunque era opinione comune e condivisa che il conflitto dovesse prima di tutto configurare uno scontro di contrapposti ideali e visioni del mondo: uno “scontro di culture” ancor prima di uno scontro tra eserciti: una “guerra di religione e di fede” (‘Glaubenskrieg’). Mai prima d’allora la guerra era stata avvertita così nettamente come qualcosa che aveva a che fare non solo con politica, economia e rivendicazioni territoriali, ma con la cultura, l’arte, la poesia. Un qualcosa che nasceva da un sentimento irrazionale e pareva poter trascendere ogni dimensione utilitaristica. Un’esperienza che non di rado sconfinava nel mistico; una vera e propria esperienza spirituale. C’erano in ballo questioni territoriali e grandi interessi economici (Alsazia, Lorena, Balcani, Baltico), ma la stragrande maggioranza dei popoli si fece coinvolgere nel conflitto non per un calcolo politico; al contrario, per una sostanziale “depoliticizzazione” del fenomeno-guerra (Isneghi). “Le milieu intellectuelle presque tout entier sous une forme ou sous une autre soutint la défense nationale” è la formulazione di uno storico francese che può valere per tutta l’Europa. Perché fu un fenomeno trasversale, internazionale, comune a tutti i Paesi coinvolti nel conflitto, che in breve contagiò anche i neutrali. Gli appassionati di humour nero potrebbero interpretare quell’unanime volontà di farsi fuori gli uni gli altri come una radice comune per la futura confederazione: un segno di continuità e d’unità di spirito, un’identità comune. Ma si potrebbe anche parlare d’una tara comune, d’un difetto genetico; innato, imprendibile, ineluttabile. In un’approfondita lettura dei tre volumi che formano il romanzo L’estate del 1914 (1936) – penultima parte del ciclo di otto Les Thibault (1922-1940) che nel 1937 valse a Martin di Roger Martin du Gard il premio Nobel per la Letteratura – Nicola Chiaromonte parlò di “determinismo indeterminabile”, e in un certo senso fu come il dilagare d’una musica nuova, d’un sound che (proprio perché l’Europa era una cosa sola) piacque un po’ a tutti.

Il pezzo che andava nell’estate 1914, stabile in testa alla classifiche delle Hit Parade, si chiamava Kriegsideologie (‘ideologia di guerra’), e ne parla Thomas Mann a proposito delle sue Considerazioni di un impolitico (1918). Tale Kriegsideologie trova consensi a tutte le latitudini facendo perno su una distinzione netta: noi e Loro. Nel mezzo un solco, una trincea più profonda possibile. I tedeschi rispetto a Inglesi e Francesi sono una razza diversa, si ripeteva alla nausea da entrambe le parti. Non in senso biologico, ma antropologico, estetico, di più, spirituale. Sono popoli troppo diversi, inconciliabili; vedono le cose in modo diametralmente opposto, hanno un’altra storia e un’altra cultura. Max Scheler sosteneva che gli inglesi fossero incapaci di distinguere tra comunità (Gemeinschaft), fatta di condivisione e destino, e società e (Gesellschaft) fatta di convenienze, individualismo e mercantilismo. Era un gran parlare di Kultur (tedesca) contro Civilization (francoinglese) di Eroi contro Mercanti (Sombart), di stato autoritario contro viziosa democrazia; di Etica e Destino contro Diritto e Materialismo; di Voltaire contro Federico II, di unanimità contro individualismo, di “idee del 1789” contro “idee del 1914”.

Agli occhi dei tedeschi l’Inghilterra è la patria del vecchio ordine, del comfort borghese compiacente e compiaciuto, dell’arroganza e dello status quo. Impresa, progresso, parlamento e leggi sono espressioni ipocrite del suo imperialismo strisciante, subdolo e individualista fatto di libero mercato e beni materiali. È questa la loro “Civiltà” moderna: un impero di schiavi autoritari che vogliono imporre a forza una modernità prescritta come inevitabile e ingiunta a una comunità “pulita”, che di natura ne sarebbe refrattaria e riluttante, perché “genuina”. La Cultura tedesca è il contrario della politica, del parlamentarismo, della repubblica, dei valori universali, della romanità. La cultura tedesca è fatta di Profondità, Ironia, Pessimismo e la Comunità tedesca non è una Società che guarda al proprio tornaconto, ma una “misitica comunione di sangue”, un’“unità” all’altezza del proprio Destino.

Tali idee incontrarono notevole fortuna in larghissimi settori della cultura e dell’opinione pubblica europea se non che il disprezzo e il senso di superiorità espresso dagli “eroi” tedeschi, era ampiamente condiviso ed equamente distribuito anche tra i “mercanti” inglese e francesi, i quali non si percepivano affatto come tali, ma come eroi anche loro, gli eroi “veri”, i legittimi eredi della civiltà latina, tanto che il Francia il conflitto venne propagandato da un larghissimo schieramento come una sorta di crociata per la democrazia e gli ideali occidentali contro la prepotenza imperialista dell’assolutismo (chiudendo un occhio, ovvio, sulla Russia zarista). All’ostilità tra Tedeschi e Francesi scrittori come Maurice Barrès avevano dedicato migliaia di pagine. Papini un giorno sì e l’altro pure parlava di «guerra ideale» (Le cinque guerre, 20 marzo 1915) e baggianate del tipo «è impossibile che un prussiano così perfetto, che un tedesco così tipico come Kant possa piacere a un latino» (sempre Papini) erano da tempo moneta corrente.

Nessun poeta di guerra forse raggiunse gli abissi di volgarità isterica e disprezzo profusi da Sir William Watson nelle poesie indirizzate al Kaiser, ma l’armamentario retorico e grottesco sciorinato da poeti di tutt’altra caratura non fu da meno. Per esempio un autore oggi dimenticato ma allora molto in voga, Paul Fort, con l’inizio della guerra cominciò a pubblicare i suoi Poèmes de France un “bulletin lyrique de la guerre” (poi riuniti nelle Ballades Françaises) dove attacca e irride i tedeschi. E D’Annunzio da par suo si scaglia contro «Il boia d’Asburgo, l’antico | uccisore d’infermi e d’inermi, | il mutilator di fanciulli | e di femmine, l’impudico | vecchiardo cui pascono i vermi | già entro le nari e già cola | dal ciglio e dal mento la marcia | anima in cispa ed in bava». Per Kipling, “i crucchi” non sono nemmeno degni essere chiamati uomini, avere a che fare con loro significa aver a che fare con “animals who have scientifically and philosophically removed themselves inconceivably outside civilization”. “Oggi ci sono solo due distinzioni al mondo”, scrive Kipling, “gli esseri umani e i tedeschi”. Fu lui a rendere popolare il termine “hun” “Unno”, adoperato per la prima volta dal Kaiser (ma nell’uso che ne fa l’inglese vale anche come un’amputazione dispregiativa di “human”). I tedeschi sono uomini-lupo (“a sort of were-wolf people”), bestie (“A people with the heart of beasts”). E l’ostilità profusa da Kipling in opere minori ma molto significative del clima (come Mary Postgate) non si esaurirà nemmeno con la fine della guerra: “Justice” una poesia scritta poco dopo l’armistizio, invoca una vendetta esemplare e selvaggia, un’annichilazione politica della Germania “That neither schools nor priests, | Nor Kings may build again”. Albert Ehrenstein, un genio della poesia tedesca morto in miseria nel 1950 in una casa per poveri vecchi aveva trovato un nome a questo nuovo, irriconoscibile continente: “Barbaropa”.

Nell’estate del 1914 tutti volevano distinguersi, essere migliori degli altri. Ma vista oggi quanto s’assomiglia la loro diversità! Agitavano da una parte e dall’altra la stessa falsa pretesa. Essere i buoni, combattere per valori di cui gli uni e gli altri si sentivano i soli depositari, gli amministratori unici. Mentre le ragioni da una parte e dall’altra erano più o meno le stesse, gli argomenti, speculari. Intesa e Imperi s’assomigliano quanto si assomigliava l’elaborazione grafica dei rispettivi manifesti propagandistici. Idee poche, ma ripetute in tutte le lingue. Una branca della teoria della letteratura studia (con buona pace di Wellek) l’imagologia, ovvero la storia delle immagini che un Paese o una qualsiasi entità A si fa di una qualsiasi entità B (Orientalismo di Edward Said, del 1978, è uno dei risultati più innovativi di questo tipo di approccio). Ecco, io vorrei concludere riportando un particolare imagologico curioso e cioè che sommando le rispettive immagini denigratorie dei due schieramenti si ottiene un perfetto compendio del razzismo europeo: se guardiamo a quanto sostenuto dall’Intesa, la barbarie la incarnano gli Unni alleati dei Mussulmani; se diamo retta agli Imperi centrali, la barbarie invece la incarnano gli imperi coloniali e le società plutocratiche alleate degli Slavi, imbastardite dall’immigrazione e infettate dal solo contatto con i “negroidi” africani.

Se di mezzo non ci fossero stati dieci milioni di morti e l’Europa non fosse ancora almeno in parte invischiata nei pregiudizi di allora, chissà, fra altri cento anni potremmo sorriderne. Per ora meglio passare la mano perché il primo verso di una celebre poesia di Anna Achmatova dice: “ Invecchiammo di cent’anni e accadde | in un ora soltanto..." (“In memoria del 19 luglio 1914” – quando a Vienna vennero definite le condizioni dell’ultimatum alla Serbia). Per come la vedo io è proprio così: improvvisamente invecchiata di cent’anni la poesia di allora ci ha raggiunto ed è diventata “poesia contemporanea”. I nodi irrisolti, dal verso libero alla ricerca di una pienezza di vita che non debba pagare alla civiltà il pedaggio della repressione, da allora non hanno fatto che ingarbugliarsi.

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Il testo di “In memoria del 19 luglio 1914” di Anna Achmatova nella trad. di Andrea Tarabbia lo si troverà nella piccola antologia internazionale di poesia Guerra d’Europa 1914-1918 che ho curato con Maria Pace Ottieri, in uscita in autunno per le edizioni Nottetempo.








pubblicato da a.amerio nella rubrica in teoria il 1 agosto 2014