La lucidità di un suicidio

Stefano Beretta



Si potrebbe pensare che ci sia qualcosa di morboso nel leggere testi che parlano di suicidio, soprattutto se sono stati scritti da autori che poi si sono uccisi davvero e non si sono limitati a teorizzare sull’argomento. Invece, da parte mia almeno, c’è il desiderio di capire dall’interno non soltanto che cosa muove un individuo a commettere questo gesto - e non soltanto a desiderarlo, pensarlo o ipotizzarlo -, ma anche, in qualche misura, di esorcizzare questa possibilità, come quando ci si fa forza per guardare qualcosa che spaventa e attrae allo stesso tempo. I migliori, tra questi testi, sono quelli di autori capaci anche di elaborare un’interpretazione del suicidio e, in molti casi, di spiegarne il significato, di giustificarlo togliendolo dall’ambito del pregiudizio preventivo a cui è delegato (anche questo, direi, una forma di esorcismo da parte dei più, uno stratagemma per rifiutarsi di capire o di tentare di capire). Libri di questo genere sono Levar la mano su di sé di Jean Améry e Suicidio di Edouard Levé. A questi si aggiunge - pubblicato da poco - La parola fine. Diario di un suicidio di Roberta Tatafiore.
Roberta Tatafiore si è suicidata l’anno scorso, in una camera d’albergo a Roma non lontano da casa sua - l’Hotel Novecento in una traversa di via Manzoni -, con un cocktail di farmaci e alcol che l’ha mandata in coma per diversi giorni. Non si è trattato, però, di un atto improvvisato, ma al contrario di una scelta lungamente meditata che addirittura affonda le radici in tutta la sua biografia. Questo libro è proprio ciò che promette il sottotitolo: un diario che Tatafiore ha tenuto negli ultimi mesi di vita, dal primo gennaio fino alla fine di marzo del 2009, con il proposito di registrare giorno per giorno le sue impressioni e, soprattutto, di riflettere - anche in maniera teorica - sul tema del suicidio, passando in rassegna la letteratura che in passato se ne era già occupata. Riprende anche la lettura di quelle poetesse, in particolare, che in passato hanno percorso la sua stessa strada: Sylvia Plath, Anne Sexton, Marina Cvetaeva e Amelia Rosselli, che tra l’altro aveva la sua stessa età quando si uccise tuffandosi nel vuoto. Questo periodo-cuscinetto è quindi il modo di fare il punto della situazione e nella scrittura di questo diario Tatafiore dimostra quindi di non cedere a un impulso, come spesso vuole la vulgata di chi s’interroga sul perché qualcuno commetta un suicidio, obbedendo piuttosto a una scelta lungamente meditata. Come precisa subito l’autrice nelle prime pagine: "Preferisco comporre la mia morte. (...) Comincio a familiarizzare con il suicidio come copus letterario e scientifico (...). Comincio a familiarizzare con il suicidio come obiettivo da realizzare senza cedere alla disperazione di un momento bensì prendendomi tutto il tempo che occorre per costruirlo a poco a poco".

Le pagine che seguono non sono quindi, grazie a questo presupposto, un urlo scomposto di disperazione, bensì testimoniano grande lucidità e notevole forza argomentativa. Roberta Tatafiore si lancia spesso in un’appassionata difesa della libertà dell’individuo che comprende anche la libertà di scegliere quando e come morire, all’occorrenza. "Non credo che il suicidio sia una morte come un’altra. Ciò nonostante credo che vada annoverato tra i modi di morire che l’essere umano può scegliere, pur nei limiti stretti di una condizione molto dolorosa". Lo fa, per esempio, contestando punto su punto il discorso prevalente in psichiatria sull’eziologia del suicidio e ribattendo alle argomentazioni dei principali suicidologi, ma soprattutto opponendosi alla mania di volere a tutti i costi "prevenire", come se il massimo bene fosse di impedire sempre, a tutti i costi, la "libera morte" (a Tatafiore piace infatti uno dei termini che i tedeschi usano per indicare il suicidio: Freitod, che significa proprio questo: "libera morte"). Paradossalmente, in questa sua polemica c’è una grande vitalità, che è innanzitutto la vitalità della sua intelligenza e della sua determinazione a difendere la libertà individuale sopra a ogni altra considerazione. Tra l’altro, la sua riflessione sul suicidio s’inserisce nel contesto sociopolitico italiano che in quel periodo era segnato dal putiferio scatenatosi intorno al caso Englaro, sicché le parole di Tatafiore diventano anche una difesa del diritto dell’essere umano di disporre del proprio corpo: "Infine, seguo con più attenzione del solito dalla stampa quotidiana quella lotta senza quartiere che si gioca ovunque in Occidente, ma in Italia in modo peculiare, per il controllo della morte". Tuttavia Tatafiore si dichiara contraria a qualsiasi legislazione che regoli eutanasia o sospensione delle cure, timorosa che possa ridurre l’effettivo spazio di libertà dell’individuo: "Da anarchica impenitente penso che dove avanza il diritto la libertà arretra: siamo guastati dalla superfetazione dei diritti e non riusciamo a trovare altre formule di ordine sociale se non quelle mediate dallo Stato".

E’ un diario sì, quello di Tatafiore, ma non è un esercizio di solipsismo. Leggendolo, ho sempre avuto la sensazione che si stesse rivolgendo a qualcuno. A un certo punto mi sono imbattuto in una frase che iniziava con un: "Fateci caso...", chiaro segno del fatto che l’autrice di queste pagine aveva in mente un interlocutore a cui rivolgersi, malgrado la solitudine che si era imposta negli ultimi mesi, inventandosi un viaggio di diversi mesi a Zurigo, quella che lei definisce una "menzogna-cocomero" - tali sono le dimensioni della bugia -, per sottrarsi alle domande importune e indiscrete degli estranei che avrebbe potuto mandare a monte il suo intento. Solo a una persona l’autrice rivela quello che sta per fare: è "l’amica-che-sa" e che, rispettando la volontà di Roberta Tatafiore, non la tradisce e non le impedisce di mettere in atto il suo proposito, anche se in extremis cerca timidamente di dissuaderla. E’, questo, uno spazio di silenzio in cui falliscono le parole: Tatafiore è ben consapevole del dolore e dell’incomprensione che il suicidio provoca in chi rimane tanto che arriva a fantasticare di poter morire circondata dalle persone che ama: "Ma non è possibile perché il suicidio esistenziale non crea tra il morente e i sopravviventi quei legami reali (...) consolidati da secoli e secoli di significazioni. Non dà spazio, come la morte volontaria per malattia o vecchiaia, a forme di coralità".

Accanto alla notazione quotidiana di pensieri, emozioni e sensazioni e di tutti passi necessari all’organizzazione della propria morte nel dettaglio, c’è anche una parte autobiografica, tanto che La parola fine presenta questo continuo andare e venire tra presente e passato, quasi a cercare in quest’ultimo le tracce e la continuità di una disposizione dell’animo. In poche pagine di grande densità Roberta Tatafiore racconta la storia della sua famiglia, ripercorre i rapporti tra lei e i due genitori e in questo modo risale alle origini della sua fissazione della morte, con i relativi tentativi di "rimozione di quella prossimità con il suicidio appiccicata all’anima come un velo di cipolla".








pubblicato da a.tarabbia nella rubrica libri il 21 aprile 2010