E così tutto vacilla #2

Antonio Moresco



Di che "genere" è questo libro? Di che genere è un diario? Sembrerebbe una domanda inutile e oziosa ma purtroppo non lo è in questi anni, in cui domina una grande paura e un altrettanto grande bisogno di difendersi dalla forza della vita e anche da quella della parola, e in cui l’unica preoccupazione sembra essere quella di separare gli uomini dalla propria vita e dalla propria esperienza, vista ormai come inattingibile e aliena. Così, invece di allargare l’orizzonte, lo si divide e parcellizza in mille sempre più piccole artificiali e specialistiche caselline dove viene diminuito tutto, deresponsabilizzato tutto, depotenziato tutto. Da una parte ci sarebbe la "fiction", dall’altra l’"autofiction".
Non c’è niente da fare, stando all’interno dell’orizzonte culturale-terminale di questa epoca, non se ne esce, non si esce da questo gioco a chiudere e da questo piccolo cerchio e da questa tenaglia. La potenza e la libertà dell’immaginazione, della prefigurazione e della visione che si può liberare a volte nelle narrazioni dove è presente una grande invenzione vengono rimpicciolite e ridotte alla sola dimensione della "fiction". L’irriducibilità dell’esistenza personale vissuta come cruna per guardare a fondo e per scandagliare il sottosuolo della vita e del mondo è rimpicciolita e ridotta alla sola dimensione dell’"autofiction". C’è una produzione continua, in questa epoca, di piccole, fragili ma arroganti teorie con il loro seguito di banalità, per ridicolizzare questa possibilità della visione della vita dall’interno della vita. "Guardarsi l’ombelico" è uno dei luoghi comuni più in voga e più ripetuti a pappagallo su libri e giornali. Come se il proprio ombelico non fosse all’interno dell’ombelico del mondo, come se attraverso la cruna del proprio ombelico non si potesse vedere anche l’ombelico del mondo. Che cosa fa, ad esempio, Victor Klemperer per le cinquemila pagine di questi diari? Si guarda l’ombelico? Possiamo ridurre tutto a questo? O è solo l’eccezionalità dell’ epoca e della condizione di perseguitato in cui si è trovato a vivere a rendere indecente e idiota l’uso di questa piccola e depistante metafora e a sconsigliarne per pudore l’uso?
C’è una resa profonda – nella nostra epoca che pure è gravida di inquietanti cambiamenti e di rischi non solo sociali e politici ma anche planetari e di specie – nei confronti della responsabilità, della libertà e forza agente che si può sprigionare a volte in quella cosa che è stata chiamata insiemisticamente "cultura" e "letteratura". E allora orribili etichette critico-commerciali come "fiction" e "autofiction" (il cui significato viene ancora più impoverito nella traduzione letterale italiana: "finzione" e "autofinzione") servono solo ad arredare culturalisticamente questo vuoto e questa resa allo spirito del tempo e alle sue nuove pervasive potenze viste come irreversibili e invincibili.
"Autofiction"? Si ridurrebbero a questo i poetici, portentosi Racconti della Kolyma di Šalamov, con la loro pienezza, la loro invincibilità umana e la loro purezza? E sarebbero solo questo il Diario di Anna Frank, Se questo è un uomo, o gli stessi Diari di Victor Klemperer? Per non parlare di molte altre narrazioni autobiografiche e memoriali, dalle Confessioni di Agostino a quelle di Rousseau, dalle Memorie d’oltretomba di Chateaubriand alle Memorie da una casa di morti di Dostoevskij e persino di figure come Dante e Leopardi, che sono presenti con la loro irriducibilità personale anche all’interno delle loro opere. E di altri grandi scrittori del passato che hanno tenuto diari (Stendhal, Tolstoj, Kafka, Musil, Virginia Woolf…). Si ridurrebbe tutto a questo, all’"autofiction", non ci sarebbe dentro nient’altro?
E, allo stesso modo, si può ridurre a "fiction" tutta la libertà, verità, anticipazione, invenzione, precognizione, passione, pensiero e profezia che sono presenti nei Viaggi di Gulliver, in Moby Dick, nei Fratelli Karamazov, in Guerra e pace, nei Promessi sposi, nel Processo e in tanti altri grandi libri inventati dentro l’invenzione della vita e del mondo? È tutto lì, non c’è dentro nient’altro? La stessa "fiction" non è dentro qualcosa d’altro? Come mai, da un certo punto in poi, si è cominciato a definire col solo termine di "fiction" ciò che prima si era soliti chiamare anche fantasia, creazione, immaginazione, invenzione, prefigurazione, visione e con altre parole che indicavano qualcosa di nascente e aggiuntivo e non di parodistico e di riduttivo?

Ma adesso ritorniamo al nostro diario. Proverò, con un semplice elenco delle cose narrate, a dare al lettore un’idea della sua straordinaria ricchezza e importanza.
Che cosa vi si racconta?
La paura costante, l’angoscia, la fame. Quello che può succedere quando un intero paese si consegna attivamente alla parte peggiore di se stesso e dei propri incubi e diventa preda di sobillatori senza scrupoli, della sopraffazione e della menzogna. Le miserie quotidiane, la povertà, la caccia al cibo e al carbone. L’ascolto alla radio dei discorsi di Hitler e degli altri gerarchi nazisti, le interpretazioni di ciò che si può nascondere dietro il velo della propaganda che occulta la verità fino all’ultimo. La registrazione sistematica e precisa a volte fin quasi alla pedanteria dei minimi avvenimenti quotidiani, da cui emerge un quadro tridimensionale e ravvicinato di un’epoca. I dubbi continui, le delusioni, gli sbandamenti. L’attaccamento dell’autore e di altri ebrei tedeschi – persino alla vigilia del crollo – alla Germania e alla sua cultura. I momenti di solidarietà nei rifugi, pur in mezzo alla paura che attanaglia gli uomini rintanati sotto terra come topi mentre sopra di essi le città crollano. Il terrore sotterraneo, l’orrore del mondo emerso. L’impressionante caparbietà organizzativa tedesca persino negli istanti finali della catastrofe. Le piccole gioie alimentari. I bombardamenti di Dresda, vissuti e raccontati dall’interno, fino all’ultimo devastante bombardamento del 13 e 14 febbraio che – registrato con l’attonita calma e la superiore pazienza del testimone – rasenta l’irreale, l’inconcepibile e l’allucinazione:

A un certo punto, mentre mi cercava (sta parlando della moglie Eva), aveva voluto accendersi una sigaretta, ma non aveva fiammiferi. Per terra c’era un pezzo di brace e si era chinata per usarlo: era un cadavere che stava bruciando.

L’autore che, durante l’apocalittico bombardamento, trova la forza di strapparsi dal petto la stella gialla. La compresenza di conformismo criminale e di fratellanza dopo anni di terrorismo propagandistico. I discorsi radiofonici di Thomas Mann dall’America, ascoltati di nascosto, da cui emerge la terribile verità dell’Olocausto ancora in gran parte ignota anche all’autore di questi diari. Lo sfacelo materiale e la catastrofe delle coscienze. La terribile atonia provocata dal vivere nel terrore costante, durante il crollo del "regno millenario" che – vissuto dall’interno e così intensamente desiderato – sembra non arrivare mai. Il suo rapporto con la moglie, il loro continuo perdersi e ritrovarsi durante i bombardamenti e le fughe, tra le allucinate fiumane di donne e uomini che si spostano in cerca di salvezza nello sradicamento di ogni cosa e di ogni vita. Gli spostamenti attraverso il paese distrutto e le orde in rotta di soldati, di sfollati e di profughi. I suoi disturbi di cuore. La fuga ininterrotta, a piedi, sui treni sovraffollati e presi d’assalto e altri mezzi di fortuna. Le "Case degli ebrei". Le esasperanti certificazioni di spostamenti e alloggi, fino all’ultimo, la minaccia continua e l’alternarsi di momenti di sollievo biologico e disperazione. I cambi di identità.
A un certo punto, in mezzo a tutto questo orrore e a questo terrore, l’autore, ultrasessantenne, interrompe le sue meticolose registrazioni con questa improvvisa e spiazzante dichiarazione d’amore per la moglie Eva:

Piccola considerazione mattutina scaturita da un grande amore. Di fatto la cosa principale è che noi ci amiamo e ci siamo amati così da quarant’anni, di fatto non sono poi così certo che tutto questo debba aver fine. Certo è che il nulla – en tant que coscienza personale e quindi nulla effettivo – è assolutamente probabile, mentre tutto il resto è altamente improbabile. Ma dal 1914 in poi, e ora, dal 1933 in poi, e negli ultimi tempi sempre più spesso, non ci capita forse di sperimentare le cose più improbabili, le più fantastiche e raccapriccianti, non è forse vero che cose per noi un tempo assolutamente inimmaginabili sono diventate ovvie e quotidiane? Se sono sopravvissuto all’esperienza e alle persecuzioni a Dresda, a quella del 13 febbraio, e di queste settimane da profugo, perché non dovrei sopravvivere (o morirne) all’esperienza di un nuovo incontro, tra me e Eva, da qualche parte con ali d’angelo o in un’altra forma buffa? Non solo la parola "impossibile" è uscita ormai dalla circolazione, anche "inimmaginabile" non ha più alcun valore.

Altre fughe, le notti trascorse in sale d’attesa ferroviarie, nei bunker, sui treni. Rifugi sovraffollati di civili, donne e neonati. I discorsi captati dall’interno di quelle folle di sradicati sottoposte alla terribile esperienza della "strage delle illusioni". Una miscela di superficialità, egoismo, assurdità, paura, speranza. Il viaggio di centinaia di chilometri, dalla Baviera a Dresda, compiuto in quindici giorni e quasi interamente a piedi.
E poi il crollo, lo sfondamento delle truppe alleate, la rimozione collettiva del passato. I sindaci che si affrettano a togliere le croci uncinate prima dell’arrivo delle truppe americane. Le osservazioni comiche. I momenti improvvisi di pietà per i giovani soldati sconfitti. Le leggende più incontrollabili e disparate che nascono e si propagano nell’incertezza generale che segue il crollo, lo sbigottimento, l’obnubilamento. I flash vivissimi: le pose rilassate dei soldati americani sugli automezzi, l’ebreo reduce da Dachau con la divisa carceraria e il cilindro in testa. I saccheggi. Il caos amministrativo, il riposizionamento di istituzioni e persone nelle zone controllate dalle forze momentaneamente alleate, la lotta degli uni contro gli altri per strappare migliori condizioni di vita nel nuovo assetto politico. Il nuovo conformismo, lo spirito del gregge, l’opportunismo. La prima notte – dopo mille peregrinazioni – nella loro vecchia casa scampata con pochi danni al disastro. Gli alberi di ciliegio che, incuranti dell’immane catastrofe, sono stracolmi di frutti. Il nuovo gatto, dopo che, un po’ di anni prima, lui e la moglie erano stati costretti a uccidere il loro precedente gatto perché, tra le numerose, allucinanti e infinitamente sadiche proibizioni imposte agli ebrei, c’era anche quella di tenere animali domestici.
E, dopo la persecuzione, l’assillante richiesta ai pochi ebrei scampati all’Olocaustro di redigere attestati di buona condotta e filosemitismo, da parte di una folla di persone conosciute e sconosciute, indispensabili per riacquistare status nel nuovo paese che stava prendendo forma. I saccheggi, i russi che macellano il bestiame e portano via tutto, fabbriche intere, rotaie, centrali elettriche. Di nuovo la fame. La riattivazione delle università. Le ambizioni dell’autore di avere una cattedra, le sue vanità non dissimulate. La registrazione infantile delle piccole gioie: mangiare bene dopo la fame, avere un posto riconosciuto nel mondo. L’attenzione al linguaggio di quello che l’autore chiama "Il Quarto Reich", dopo le sue analisi di quello del Terzo Reich. La comprensione immediata che, sotto i suoi occhi, a un totalitarismo se ne sta sostituendo un altro. Il ritrovamento dei manoscritti dei diari. Le ambizioni frustrate. La moglie senza scarpe. I mille riassestamenti tra persone che si erano trovate in campi avversi. Il suo disgusto per la religione e per Dio, dopo quanto è successo. La sua adesione al KPD con una lettera dove non nasconde le proprie convinzioni liberali. La sua disillusione sugli uomini e sulla loro storia. E ancora, dopo l’orrore precedente, il nuovo orrore delle tessere di "Vittima riconosciuta e registrata del fascismo". Una tessera anche per questo! Rilasciata dalle nuove potenze occupanti che, come le tessere del passato, garantisce protezione e migliori condizioni di vita nel nuovo stato del mondo. Le sue drammatiche riflessioni finali:

Salvo qualche raro sopravvissuto, gli ebrei sono stati sterminati tutti, ma i pochi che restano ora occupano posizioni chiave. Vittoria – ma a quale prezzo! O Jawe!

Quando mi è stato chiesto di scrivere la prefazione a questo libro, ho pensato che il mio compito non doveva esaurirsi nell’accettazione di questo onore, mettendomi comodamente e profiquamente dalla parte dei giusti e dei buoni all’ombra di questa immane tragedia collocata per autoconsolazione in un passato ormai irripetibile, svolgendo un discorso specialistico o celebrativo e riflettendo con gravità su un’epoca in cui sono avvenuti inauditi misfatti su cui si continua a scrivere a fiumi, tanto da averne fatto irresponsabilmente un genere letterario buono per tutti gli usi. Ma che dovevo cercare di farne una lettura viva e agente anche oggi, che dovevo trarre da questo scomodo diario degli insegnamenti utili anche nella nostra epoca divisa da quella del libro solo da poche generazioni, gettando un rapido sguardo su quanto sta succedendo adesso, sotto i nostri occhi.
E allora – provo a domandarmi – cosa racconterebbe e testimonierebbe, qui, ora, dall’interno, dal basso, attraverso la pulviscolare ed eloquente verità della vita vista in modo libero, sincero e ravvicinato, un diario tenuto meticolosamente e per cinquant’anni da un uomo altrettanto intento a guardare il proprio ombelico e quello del proprio paese e della propria epoca? Cosa sta succedendo oggi, nella pancia del nostro paese, dell’Europa e del mondo?

(2 - continua)








pubblicato da a.amerio nella rubrica libri il 20 aprile 2010