E così tutto vacilla #1

Antonio Moresco



Il libro che avete tra le mani è il diario scritto dall’ebreo tedesco Victor Klemperer durante un anno cruciale – il 1945 – per la storia della Germania e del mondo. Fa parte di uno sterminato diario (circa cinquemila pagine, uno dei più grandi diari mai scritti) che l’autore ha tenuto per cinquant’anni e che, nascosto presso un’amica nel periodo della più dura persecuzione antiebraica e della guerra, è miracolosamente scampato al disastro.
Leggere questo libro è un’esperienza rara. Si attraversa tramite il suo autore – dall’interno, dal basso, installati nel baricentro di un’esistenza individuale, attraverso la pulviscolare immanenza della vita, con un’immersione profonda nel tessuto ancora palpitante della storia e del mondo e un effetto-presenza ininterrotto e totale – una catastrofe umana, morale, storica e spirituale che ha pochi equivalenti nel corso del nostro tempo di specie.
È una testimonianza unica per ampiezza, articolazione, immersione, dove le convinzioni ideali e le ragioni generali sono intrecciate alle "ragioni" delle singole vite e dove neppure le paure, le contraddizioni, gli opportunismi, i limiti, le debolezze e le piccole vanità e insensibilità del testimone vengono occultati ma, al contrario, mostrati assieme a tutto il resto con disarmante candore e quasi infantile sincerità. Ma è proprio questo che ci permette di avere una visione così tridimensionale e profonda dell’ inconcepibile "normalità" di quegli anni, senza schemi, senza schermi, senza censure e autocensure, senza cancellazioni, senza artificiali posture, senza le grandi sintesi successive e le semplificazioni e concettualizzazioni della "Storia". Anche se non sono di certo assenti in questi diari lucidità e profondità di sguardo e una continua irriducibilità umana e mentale.
Si sa molto dell’orrore dei lager, che Klemperer non attraversa di persona per una serie di circostanze. Qui l’autore registra nel suo farsi e fin nei minimi particolari quotidiani la vita dell’enorme e impazzito organismo ferito a morte, dove ogni rotellina cerca di funzionare fino all’ultimo all’interno della catastrofe, ci mostra ciò che è successo a un intero paese sprofondato nel delirio di superiorità e di potenza e nell’abiezione. Vengono registrati, fin nelle loro più intime nervature, gli scricchiolii interni e gli spasmi dell’enorme, spaventoso edificio che sta per crollare.
Eppure l’autore di questi diari non ha nulla dell’icona del testimone senza macchia e senza paura. Non è una figura che sta perfettamente dentro il suo posto e dentro il suo ruolo. C’è in lui anche qualcosa di spiazzante, di scomodo, addirittura, a volte, di irritante e di inaccettabile, perché appunto non esita a testimoniare anche l’irriducibilità dell’esistenza biologica e mentale dell’individuo dentro il mare più vasto della vita e della cosiddetta Storia. Ed è proprio questo continuo intreccio di particolare e di universale, di infinitamente piccolo e infinitamente grande, che permette all’autore di toccare gli spigoli vivi e di attraversare le zone nevralgiche della sua epoca e della storia del Novecento con una capacità di osservazione, di registrazione e visione che non viene mai meno.
Il fatto è che in quest’uomo per sua natura calmo, antieroico, c’è anche questo particolare eroismo:

Ma io continuo a scrivere. È questo il mio modo di essere eroico. Voglio testimoniare e testimoniare nel dettaglio (diario del 1942).

Vediamo un po’ più da vicino la complessa e a volte sconcertante biografia dell’autore di questi diari.

Figlio di un rabbino ma ebreo non credente (a trent’anni si converte alla chiesa evangelica), Victor Klemperer mantiene sempre un atteggiamento di estraneità critica difensiva e di vulnerabilità nei confronti dell’ebraismo e soprattutto dell’ebraismo orientale e chassidico e stigmatizza il sionismo come una delle tante forme di razzismo.
Anche se proprio a lui è toccato di scrivere quest’opera di enorme importanza e di calare un simile scandaglio nelle viscere del suo tempo, Victor non è – in vita – il più noto e "arrivato" tra i fratelli. Per non parlare di altri Klemperer, come il cugino Otto, direttore d’orchestra di fama internazionale. E nei diari trapela anche qua e là questo tipo di frustrazione e quest’ansia di affermazione personale (ottenere la sospirata cattedra universitaria, diventare un "pezzo grosso").
Volontario in guerra nel 1915 e decorato, è fortemente vivo in lui questo senso di appartenenza nazionale e culturale alla Germania. Ancora nel 1933, quando chiari segni indicavano già inequivocabilmente l’inizio della persecuzione degli ebrei – ed egli stesso ne stava cominciando a subire professionalmente le conseguenze nonostante il suo imbarazzante e inutile "giuramento sul Führer" – si rifiuta di prendere atto completamente della situazione e si illude che i combattenti della Prima guerra mondiale sarebbero stati risparmiati. Più in generale, gli pare impossibile una grossa persecuzione degli ebrei, troppo inseriti nella vita del loro paese perché possa abbattersi su di essi qualcosa di terribile. È inoltre partecipe di tutte le illusioni culturali di molti della sua cerchia e della sua classe sociale: l’umanesimo laico, la civiltà e la cultura che avrebbero fatto argine alla barbarie e all’orrore (che invece partono da una zona precedente e annidata più in profondo e che passano anche al loro interno).
Nel 1938 scrive nel diario:

Comunque evolva la situazione, io sono definitivamente cambiato. Sarò sempre un tedesco e questo nessuno me lo potrà mai contestare, ma il mio nazionalismo e il mio patriottismo sono svaniti per sempre. Il mio modo di pensare oggi è quello volteriano e cosmopolita. Ogni delimitazione nazionale mi sembra una barbarie.

Sposa una donna "ariana" che – a differenza di quanto hanno fatto molti maschi ariani sposati a donne ebree e nonostante subisca forti pressioni – non abbandona il marito nell’ora del pericolo ma gli resta vicino fino alla fine. Grazie a lei riesce a sopravvivere in condizioni tanto precarie e a evitare fortunosamente la concentrazione e la morte.
Di fronte alle compromissioni e ai trasformismi dell’immediato dopoguerra, lui – uomo moderato e professore universitario illuminista e liberale – aderisce alla KPD, il Partito comunista della Germania dell’Est, convinto che solo questo partito non avrebbe riciclato i nazisti e avrebbe davvero sradicato il fascismo. Nonostante nel nuovo partito e nel nuovo paese scorga immediatamente e lucidamente le tracce di un nuovo totalitarismo, rimane fino alla morte nella Germania dell’Est e nel suo Partito comunista, svolgendo anche incarichi culturali e politici di rilievo (è delegato alla Volkskammer e membro di importanti organizzazioni culturali statali).

Ecco, questa è, a grandi linee, la controversa vita (non "politicamente corretta", si direbbe oggi, a posteriori) dell’autore di questi diari. Ma, prima di tuffarmici dentro profondamente, vorrei fare una piccola riflessione su questo tipo di opere.

(1- continua)








pubblicato da a.amerio nella rubrica libri il 19 aprile 2010