I morti fanno il tempo

Maria Cerino



Ma tu riesci a sentirlo l’odore dell’estate? Hai chiesto. Quando andavo alle elementari e le sere, da giugno fino a settembre, passeggiavo, ricordo che mi entrava nel naso il profumo forte di qualcosa, fosse erba tagliata, falciata, bruciata o dei moscerini che giravano intorno ai lampioni, o ancora il sudore della sorella di Gianna che ci camminava avanti per accompagnarci a casa; che fosse una sola di queste cose o tutte insieme miscelate, comunque, ti prendeva le narici e senza che lo pensassi neppure la bocca si muoveva da sola – come se lo avessi masticato, l’odore – e ti usciva la più banale delle frasi: senti, l’estate. Dici così e ti alzi, hai le mestruazioni. I tuoi pantaloncini sono sporchi e tra un po’ arriverà la signora con il grembiule e l’espressione sempre arrabbiata – mi spiegherai un giorno cosa ci fa tutta questa gente qui, in casa nostra? – e guardando il cuscino ancora una volta rigato dal sangue ti urlerà contro di utilizzare l’altra marca di assorbenti, quella che compra lei da quando le hanno fatto la plastica alla vagina. E tu inorridirai al pensiero che si possano confondere così i tuoi vent’anni ai suoi cinquanta, con gli assorbenti. Prenderai a strofinarti la stoffa sul sedere con foga tirando con una mano il bordo dei pantaloni corti, come ti ho visto fare già in passato, almeno una volta al mese, e la macchia diluita darà l’impressione che tu sia caduta, Sei la solita imbranata, diranno, e nessuno oserà ripeterti la marca di quegli assorbenti lì.
La signora con il grembiule mi sta raggiungendo, la vedo avanzare come il suo solito con una bacinella tra le mani piena di acqua e sapone. Mi sistema l’asciugamano sulle gambe, alza dall’acqua un batuffolo di cotone idrofilo e me lo passa sugli occhi, vedo verde, verde striato. Verde pisello che mi si attacca alle ciglia e mi sbarra le pupille, fila fino al batuffolo. Affoga nel sapone della bacinella. Ti arrabbi perché senti che provo dolore, la signora paffuta con il grembiule e l’espressione sempre tesa risponde che non è vero, che è cotone, che non fa male. Mi continuo a strofinare le palpebre da solo, tu mi guardi e aggiungi: - è rimasta immobile, vedi. Ora non so di chi tu stia parlando. Hai quel leggero rossore al viso e mi viene in mente quando ti ho detto che non mi dava fastidio fare l’amore con le mestruazioni, anzi mi faceva tenerezza. Diventava ogni cosa lenta, anche l’aria intorno al collo, avanti e indietro. Entrambi rallentati dal torpore, come se si potesse sentire dolore a venirti dentro. Non credo di avertelo più detto, però, che mi piace fare l’amore con te se hai le mestruazioni. Ogni volta che ti parlo c’è una notizia che ti raggiunge prima della mia voce, così se sto per chiederti Prendimi l’acqua, per favore, ho sete, tu esci dalla stanza infilandoti le ciabatte e girando un elastico intorno ai capelli. Rientri dopo una trentina di minuti e spii dalla finestra i rumori della strada, ti ripeto che ho sete, prendimi dell’acqua per favore e tu ti siedi a leggere. Dopo un po’ ti alzi di nuovo, ti osservi i piedi, muovi l’alluce sinistro poi il destro, ti porti le mani alla vita, mi guardi di striscio e io vorrei ripeterti Prendi quella cazzo di acqua, ho sete ma tu hai già afferrato un bicchiere di plastica e lo stai riempiendo d’aranciata. Ti avvicini e mi dai da bere. Dove sono stato per tutto il tempo? Per questa ragione non ti ho detto che mi piace fare l’amore quando hai il ciclo. O magari sì, perché ricordo un uomo che mi accarezzava e io ero nuda e il sapore acido del sangue – quello che partendo dal ventre ti striscia sulla pelle e mentre ansimi si posa sulla lingua e sembra che l’odore diventi liquido, che la saliva si faccia rossa e tu stia per vomitarlo quell’amore di confine – mi riempiva la gola. Diceva che avevo delle belle gambe. Belle gambe come le tue che copri come me con gonne lunghe fino alle ginocchia. Come mi somigli, hai le mie stesse mani e vorrei accarezzarti ma mi piace il gioco del palmo contro palmo, dita contro dita e tu che ti giri verso la signora con il grembiule e quell’uomo che si trascina dietro – ma santo dio, mi spieghi cosa ci fa tutta questa gente in casa mia? Lasci ancora la chiave davanti al portone? – Guarda, sono identiche!
Non mi piace la signora paffuta con il grembiule, e non per la sua espressione sempre arrabbiata. Lo sarei anch’io se con gli anni avessi perso il collo, arrabbiata. Non mi piace perché ti racconta cose di qualcuno, una vecchia, con me presente e mi scruta mentre te le dice, di quelle cose. Un giorno, per citarne una, se n’è venuta con la storia dei pannolini e delle traverse troppo sottili per poter evitare che le lenzuola ed il materasso si inzuppino una notte sì e l’altra pure. E quando tu, come avrei voluto stringerti in quel momento, hai detto Non ti viene in mente altro di cui lamentarti? e ti sei voltata verso di me sorridendo, lei ha lasciato la cucina dove gironzolava un ragazzo poco più piccolo di te – non riuscirò mai ad accettare che ci sia tutta questa vita estranea tra noi, perché non giri la chiave nella serratura dall’interno qualche volta? – ed è ritornata dopo pochi secondi agitandoti un pannolino sotto il naso (caspita se era sottile, chi cazzo avrebbe dovuto pisciarci dentro, un uomo con problemi alla prostata?) e avete riso. Hai riso e hai farfugliato Che ti ridi? guardando la donna dei pannolini e non me che pure ridevo. Ridevo della vecchia a cui sarebbero toccati quei pannolini tanto sottili e con le scritte LARGE in giallo.
La donna bassa con il grembiule che le fa i rotoli di grasso alla pancia ha un letto nella mia stessa stanza in cui dorme con il marito che si trascina sempre dietro. Per questa ragione la odio. E parla nel sonno, nel sonno è persino più arrabbiata di quanto lo sia di giorno. E il marito con le mutande sformate – vorrei capire se arrossisco quando mi passa accanto e dall’elastico rovinato vedo tutto ciò che non avrei più voluto vedere, da un lato della mutanda sformata che sembrerebbe una vela se solo passasse il vento in quel punto – russa. L’uomo che dorme nella nostra stanza (nostra di chi? In fondo mi chiedo) credo di conoscerlo. Ho messo a dormire lui, magari, prima, accanto al mio letto finché non ha trascinato quella mezza femmina e ha tirato su, tra me lui lei te l’appartamento di notte, le sbarre. Perché non ti versi quella bibita azzurra che bevi spesso e ti siedi per spiegarmi che ci fa tutta questa gente nella nostra casa? Come per esempio quell’uomo con i capelli bianchi che dà l’impressione di seguire la donna sempre arrabbiata ma che appena può mi si mette accanto (non sai quante volte mi ha sistemato seduta sul divano davanti al fuoco, vicini), poggia la testa sulla mia spalla, la struscia, io porto una mia mano ai suoi capelli, ci infilo le dita in mezzo e, allora, scivola sulle mie gambe e inizia a piangere. Come ci siete arrivati tutti voi in questa relazione tra me e lui? Lascia che l’uomo infelice me lo racconti un giorno con voi che siete spariti, lontani, indietro dove non vi si può più vedere. Sono certo che gli saprei rispondere, in quel caso.
I pannolini con LARGE scritto in giallo non trattengono l’urina. Lo so, l’ho saputo da quella vecchia che continua a farsi vedere nuda ogni mattina lasciando che tu e la donna grassa la puliate proprio di fronte a me. Perché la lavi anche tu? E perché ci lavate nello stesso momento? Sapessi che stranezze immagino: ti vedo mentre le passi la spugna sulla pancia e un secondo prima ti ho sentita vicino a me e poi mi giro, dopo, e sei di nuovo qui e tiri dalle mani della grassoccia degli asciugamani con cui mi strofini il ventre. La gelosia. Forse. La vecchia si bagna tutta di pipì e siccome ha capito che non serve a nulla farla nei pannolini, intanto neppure ci rimane la pipì in quei pannolini sottili per gli uomini con la prostata malata, appena rimane nuda piscia e bagna la traversa e le lenzuola ed il materasso e la donna paffuta sempre arrabbiata fa Oh, stupita ogni volta. La vecchia, però, non è più soddisfatta: ha imparato a non trattenere neppure la cacca. E sapessi come mi si chiude lo stomaco mentre la tieni ferma alla schiena con una mano e con l’altra le pulisci il culo con la carta igienica. La vecchiaia non avrebbe dovuto urinarti e cacarti addosso con tanto anticipo, femmina bella. Cosa ti ho fatto? Cosa ci fate tutti voi, qui con me in una casa che non è mia?
Prima che me ne dimentichi dovete dire a quel ragazzo che dorme qui, nella stanza accanto, che la maniglia si spinge verso il basso e poi si tira la porta verso di sé: mi sveglia ogni notte con un frastuono che mi fa temere di averla buttata giù, la porta.
Non ho appetito, oggi, ma la signora del grembiule sta armeggiando davanti ai fornelli domandandomi ogni poco se ho fame. Non so se ho fame; mangiare mi terrorizza quando non sei tu ad imboccarmi. Quella del grembiule mette troppa roba sul cucchiaio e me lo infila in bocca con forza facendo pressione in alto e in basso per farsi largo tra le labbra. Sento il ferro tagliarmi le tonsille e la pasta cadermi nello stomaco senza averla masticata o ingoiata, semplicemente. È buona, ti piace? Cosa cavolo ne so, imbecille. E mi lega le braccia mentre pranziamo, tanto che se le allungo per prendere la forchetta nel piatto arrivo solo al manico e nonostante faccia una fatica mostruosa per raggiungerla ne afferro la punta che è troppo poco per tenerla in equilibrio tra le dita, così cade. La signora ride, ma cosa combini? Vuoi mangiare da sola? L’uomo triste che ci siede davanti sorride commosso, ma chi cavolo l’ha portata questa gente stramba in casa nostra? Potresti smettere di aprire la porta a chiunque? Ti voglio tanto bene ma finirò per mandar via anche te se perseveri a volermi far conoscere certe persone. Giovedì scorso, per esempio, quasi morivo soffocata mentre mi dava da bere: un sorso, due sorsi, tre quattro, il bicchiere intero in una volta, l’acqua mi scorreva da un lato della bocca e arrivava a bagnarmi tutta la maglia, il resto scendeva in gola e io volevo respirare, così correvo a prender aria appena il bicchiere veniva allontanato per un momento e mi sembrava di nuotare in quell’acqua, di esser in apnea con gli occhi rossi di sangue e il cotone bagnato sulla pelle. Tu ti muovevi nella cucina con un oggetto vicino all’orecchio e parlavi senza che nessuno dei presenti ti ascoltasse, tranne me, ovviamente, che alla tua domanda Tu veux venir manger quelque chose? avrei risposto da quando parli il francese? se nel frattempo non avessi dovuto evitare di soffocare mentre tu facevi la parigina. E l’uomo infelice non avesse mostrato tanta gratitudine per il bere e il mangiare riservato a me solo. Ho pensato ad un neonato attaccato al capezzolo, al bere e mangiare insieme senza respiro, con il nasino quasi affondato nel seno materno e le dita piccole che pizzicano piano e rallentano il flusso del latte, col bimbo che spinge dentro di sé ciò che è nella madre senza farlo passare per altro luogo che non sia il loro corpo,e non so perché parlo di queste cose, io, ho solo diciassette anni e non ho mai avuto un figlio prima.
Una mosca si è posata sul naso della vecchia – credete davvero che possa essermi di compagnia che me la mettete sempre accanto, vicino al balcone, all’altro lato del vetro ed è quasi trasparente e mi guarda ogni volta che mi volto verso lei per vedere se dorme? (vi ascolto lamentarvi Dorme, dorme ancora, Maria, ma ti abbiamo appena alzato dal letto, resta sveglia per un po’. E io non la sento, in quel momento non sento neppure me stesso abbandonato come sono sulla sedia) – e mi osserva come se avessi la stessa mosca sul mio naso, quasi lo avverto il solletico delle zampette così faccio destra e sinistra con la testa, la vecchia mi copia e la sua mosca va via, però io ancora penso a qualcosa che rimane sul mio naso, un brivido. Mi chiedo se senta il viso suo, se le appartenga o invece le sfugga come a me sfugge il mio. Mentre tento di scacciare una mosca che non so neppure essere vera e mi agito come se agitassi un ventaglio all’altezza di un collo senza testa. Chissà se è ancora sua quella bocca che lascia aperta come un urlo o se non le stia scivolando via con la pelle, se non le stia cadendo sulle cosce come un velo pesante tirato giù lentamente. E non se ne appropri se non per mangiare mentre sente urtare il cucchiaio al palato e serra tutto non per prendersi il cibo, il corpo, la pastina ma perché fa come il gesso sulla lavagna, il ferro contro le gengive.
La signora con il grembiule ti chiama intimandoti di raggiungerci, Guarda che capelli, guarda. Come sei bella quando ridi e io ringrazio la vecchia con l’urlo stampato che grattandosi per caso ti ha fatto ridere. Ti punto un braccio contro e tu vieni. Mi pettini i capelli con le dita e mi baci la fronte, sento la morbidezza del tuo busto contro la mia mezza persona che dal culo in su tiene in piedi la sedia. Rimani qui, non andare. La vecchia malata mi fa paura.








pubblicato da s.nelli nella rubrica racconti il 17 aprile 2010