La pasionaria di Danzica

Giovanni Giovannetti



Tra le vittime della tragedia aerea che, in Russia, ha decapitato la classe dirigente polacca, figura anche il nome di Anna Walentynowicz, la pasionaria degli scioperi del Baltico del 1980, l’attivista sindacale il cui licenziamento fu tra i motivi che diedero origine a quella protesta operaia. Nell’agosto 1980 ero a Danzica, per seguire lo sciopero ai Cantieri Lenin. In quei giorni ho conosciuto Anna, Lech Wałęsa e molti altri militanti e futuri dirigenti di Solidarność, che ho poi nuovamente rivisto e intervistato vent’anni dopo per "L’espresso" e per un libro – Ritorno a Danzica – scritto insieme ad Agnieszka Sowa. Ripropongo allora un estratto dell’incontro con Anna Walentyowicz. In memoriam.

Danzica, 14 agosto 1980, giovedì. È un giorno assolato, le ferie di luglio sono un ricordo, le scuole stanno per riaprire. Gli ultimi irriducibili turisti tedeschi oziano ancora sulle spiagge di Gdynia e Sopot, a nord di Danzica, favoriti dal mercato nero della valuta e da alberghi e ristoranti a buon mercato per chi arriva dall’occidente. L’improvviso blocco delle comunicazioni telefoniche tra le città del Baltico e il resto del Paese infastidisce qualche giovane, ma è tollerabile. Del resto, molti degli abituali villeggianti estivi sono nati proprio qui, quando Gdańsk era la germanica Danzig e, dal 1919, "città libera" sotto il controllo della Società delle Nazioni.
Strano mondo. Qui i migliori ristoranti hanno ampie vetrate e buona cucina: si paga in marchi, dollari, franchi, lire. Da quelle vetrate, le lunghe file davanti ai negozi di generi alimentari con poca merce sembrano cose di un mondo lontano. Ma è il mondo della gente comune ormai abituata alla carne razionata, allo zucchero acquistato con la tessera, all’aumento dei prezzi, all’inflazione e al degrado morale di una classe dirigente che vive anch’essa in un mondo a parte. L’altro mondo preme su quei vetri e a giorni trasformerà una rivendicazione sindacale in una pacifica rivoluzione nazionale politica e sociale.
Il 14 agosto i cantieri sono fermi. Gli operai scesi in lotta chiedono che sia riassunta Anna Walentynowicz, 50 anni, trenta passati in fabbrica. Pluridecorata per meriti di lavoro, attivista dei sindacati liberi non ufficiali fondati nel 1978, è stata licenziata a cinque mesi dalla pensione. Chiedono anche la riassunzione di Lech Wałęsa, licenziato quattro anni prima per il suo attivismo sindacale, e 2000 złoty di aumento salariale, una quota di indennità di carovita, sindacati liberi e la garanzia che gli scioperanti non saranno denunciati.

[...] Anna Walentynowicz deve ormai aver fatto l’abitudine al ruolo di donna - simbolo. Dal suo licenziamento, nell’agosto 1980, prende il via la protesta operaia; durante lo sciopero è la più intervistata dalla stampa occidentale; la sua biografia ispira ad Andrzej Wajda la figura di Maciek Tomczyk, il figlio di Mateusz Birkut, ne L’uomo di ferro. Ma c’è un precedente clamoroso nel 1950, quando il volto di Anna viene riprodotto in un manifesto e sui giornali tra una falce e un martello, e Anna diventa una icona laica del socialismo polacco. Come nel quadretto appeso al muro della sua fabbrica, che riproduce il volto di una operaia, al lavoro «per costruire un mondo migliore». Quando Anna lo guardava, si identificava in lei e, piena di ardore patriottico, andava a lavorare: «Ci credevo. Credevo anche alle frasi scritte sui muri, "La gioventù costruisce le navi", e cose del genere. Ero grata alla Polonia popolare che mi permetteva di lavorare e di vivere».
Ha 10 anni quando deve cominciare a guadagnarsi da vivere. Scoppiata la guerra, il padre va al fronte, la madre muore di infarto, il fratello è deportato in Germania. Anna rimane sola. Una famiglia si prende cura di lei, ma la bambina deve sgobbare: si alza alle 4, accudisce alle mucche e ai maiali, poi prepara la colazione per gli altri. Pulisce la casa, cucina, si occupa del bestiame, fino a tarda sera, e così per sette giorni alla settimana. «Nella mia vita ho incontrato molte persone buone, ma il più importante è stato un signore che mi ha consigliato di andare ai cantieri e imparare il mestiere, così sarei diventata un essere umano», ha raccontato nel 1980 la Walentynowicz alla giornalista e scrittrice polacca Hanna Krall.
Anna va ai cantieri. È semianalfabeta, lavora e studia, lava anche panni a pagamento. È una vita dura, ma lei pare non sentire la fatica. Assunta come saldatrice, nel 1964 passa alla gru mobile. L’anno dopo il medico le diagnostica un cancro e cinque anni di vita. Ovviamente si sbagliava, ma Anna non la pensa così: «Se Dio mi ha regalato la vita, forse ha voluto che ne facessi qualcosa di buono...»
Dopo la firma dell’accordo col Governo entra in Solidarność: nei mesi seguenti accompagna le delegazioni delle fabbriche in visita ai cantieri, ma ormai sono frequenti i dissidi con Wałęsa e con parte del gruppo dirigente. Così, nel luglio 1981, le ritirano il mandato di rappresentanza sindacale. Anna torna operaia fino allo stato di guerra. Il 18 dicembre 1981 viene arrestata: undici mesi di prigione e campo di internamento.
Sempre più lontana da Solidarność, la pasionaria di Danzica organizza convegni «per dire la verità su come vanno oggi le cose in Polonia» e per dare voce a politologi, economisti e sociologi non allineati: «Oggi tutto ha un costo: il medico, l’ospedale… Come si fa a vivere con 500 złoty di pensione al mese? Da questo punto di vista, è molto peggio di prima. Oggi, un polacco medio mangia meno carne che nei tempi del comunismo, quando la carne si comprava con i buoni. E tutto questo è avvenuto sotto le bandiere di Solidarność. Una minoranza vive benissimo e fa alzare la media, ma è come dire che, se porto a passeggio il cane, tra me e lui le gambe sono sei, tre in media, anche se in realtà lui ne ha quattro e io due».

[...] «Sono nata a Wolnye, una città a est. A Danzica sono venuta nel 1945. Nel 1950 sono stata assunta ai cantieri come saldatrice. Purtroppo ero semianalfabeta e questo per me costituiva un problema, così lavoravo e studiavo. Facevo anche lavoro straordinario: lavori di bucato. Era duro, ma non sentivo la fatica.
Nel 1952 è nato mio figlio. Un mese prima di partorire ero ancora al lavoro. Lavoravo alla gru mobile, facevo da madre a mio figlio e mi occupavo dei problemi dei lavoratori. Così sono emersi i primi conflitti. Eravamo sfruttati e io mi esponevo sempre di persona nel rivendicare il diritto alla retribuzione del lavoro straordinario e notturno. Protestavo. Così, nel 1968, ho subìto il primo licenziamento. Andò a finire che il licenziamento fu ritirato dopo le vibrate proteste dei miei colleghi di lavoro. Mi hanno solo spostata da un’altra parte.
La mia attività nei sindacati clandestini è cominciata nel 1970. Ho cooperato con gli attivisti del KOR, il Comitato di autodifesa sociale. Nel 1978 è stato creato il primo sindacato libero. Portavo nel cantiere il loro materiale di informazione. Ho scritto anche qualche articolo per "Robotnik". Naturalmente era molto rischioso. Mi sorvegliavano. Ero uscita allo scoperto e ricevevo consensi dagli operai e minacce da direzione e sindacato ufficiale.
Il 30 gennaio 1980 è scattato il secondo licenziamento. Ma anche in questo caso i miei compagni, scioperando, hanno ottenuto la sospensione del provvedimento. Solo un nuovo cambio di reparto.
La terza volta, il 7 luglio 1980, mi hanno proprio cacciata dal cantiere. Le guardie mi hanno fermata al cancello di ingresso, caricata su un’auto e portata direttamente a casa, così che strada facendo non potessi parlare con nessuno. Pensavano di farla franca, invece era l’inizio della rivolta. Alcuni di noi avevano capito che si poteva andare oltre, chiedere di più. Molti operai erano disorientati e indecisi su checosa fare. Un uomo che nessuno conosceva ha preso la parola e ci ha sollecitati a sostenere la lotta degli altri per i quali non era previsto nessun accordo e che ora rischiavano il licenziamento. Il suo nome era Tadeusz Szczudłowski e, se ben ricordo, lavorava sulle navi. Le sue parole decisero le sorti dello sciopero.
Dopo l’accordo del 31 agosto, la mia vita è cambiata. C’era Solidarność e io dovevo occuparmi delle delegazioni delle fabbriche in visita ai cantieri per vedere coi loro occhi gli accordi firmati. Insomma, svolgevo attività sindacale. Ma Wałęsa non vedeva di buon occhio le mie iniziative e nel luglio 1981 mi ha fatto ritirare il mandato di rappresentanza sindacale. Così sono tornata a fare l’operaia. Fino allo stato di guerra.
Il 18 dicembre 1981 sono stata arrestata e rinchiusa in prigione e in campo di internamento, fino al luglio 1982 quando, dopo un mese di libertà, mi hanno di nuovo rinchiusa e poi rilasciata. Sei mesi dopo sono tornati a prendermi altri cinque mesi di vita. Ma io non rinuncio a dire la mia. Così ho dato vita a una "Fondazione per la tutela dell’arte sacra", una copertura legale per rompere le scatole e dire la verità su come vanno le cose in Polonia. Adesso c’è di tutto, i negozi traboccano di merce, ma in molti possono solo guardare». (Anna Walentynowicz 1929-2010)








pubblicato da g.giovannetti nella rubrica il dolore animale il 11 aprile 2010