Il Medioevo

Giovanni Comisso



Il 1954 fu per Giovanni Comisso un anno mirabile, e mirabilissimo l’autunno di quell’anno, ché giusto nell’ultimo trimestre uscirono in sequenza: Approdo in Grecia, esilarante resoconto di un viaggio appena fatto col fido factotum Figallo; Un gatto attraversa la strada, silloge di racconti che avrebbe vinto lo Strega; Mio sodalizio con De Pisis, dall’editor Parise magnificato come il libro migliore del nostro Novecento. Dulcis in fundo, anche il racconto che qui presento in prima integrale risale a quei mesi: consegnato in dicembre a Roger Peyrefitte, comparve il gennaio dopo su «Arcadie» (rivistina fondata dallo spretato André Baudry quale organo di una fantomatica «Società omofila») nella traduzione pseudonima di Jacques Caramella – cautela da poco, ché la censura si abbatté implacabile, inchiodando il direttore a un lungo processo(1). L’autore invece tentò invano di piazzare il pezzo su «Il mondo» di Pannunzio (inorridito all’idea) e mesi dopo, allo scoppio del processo per Ragazzi di vita, pensò bene di farlo sparire, stante che aveva preso spunto da un precedente processo a Pasolini (2).
Dario Borso

Note.
(1) La storia è ora in J. Jackson, Living in Arcadia: homosexuality, politics, and morality in France from the liberation to aids, The University Chicago Press, Chicago-London 2009. La premessa di Peyrefitte suonava: «Comisso, uno dei migliori scrittori dell’Italia contemporanea, si vanta della sua origine campagnola, ma è una campagna ove tutti hanno sangue divino o principesco. La sua autobiografia Le mie stagioni lo dipinge con una franchezza completa e un humour compiutamente classico, e ha fatto scandalo. Grande viaggiatore, Comisso ha percorso il mondo e racconta altrettanto bene della Cina come della Grecia, ove ci mena il suo ultimo libro. Era per lui un motivo in più per regalare qualche pagina ai lettori di Arcadie».
Quanto al traduttore, allora studente dell’École Normale Supérieure, sarà professore di francese e latino di Michel Platini al Collège de l’Assomption di Briey.
(2) Per corruzione di minorenni e atti osceni in luogo pubblico. Da altro processo, per un capodanno di fuoco coi marinaretti di Chioggia, lo aveva salvato Comisso stesso nel 1951 (cfr. N. Naldini, Una striscia lunga come la vita, Marsilio, Padova 2009, p. 58).


IL MEDIOEVO

Giovanni Comisso

Tutto ciò che mi accingo a raccontare qui non si è verificato trecento anni fa ma pochi anni fa, e non nella Spagna delle streghe e dell’Inquisizione ma in questa regione settentrionale dell’Italia il cui sviluppo industriale sembrerebbe implicare anche uno sviluppo dello spirito umano. Comunque non c’è da stupirsi, ché durante quest’ultima guerra, proprio su questa stessa terra, si son visti riapparire i metodi più crudeli e più feroci tanto nella conduzione dei processi quanto nelle esecuzioni capitali. Metodi ch’erano in uso proprio quando si credeva alle streghe. Abbiamo visto riapparire la tortura più spietata come mezzo d’interrogatorio, e uccidere il condannato squartandolo dopo averlo legato a due vetture dirette in senso opposto o attaccandolo a dei ganci da macellaio. Proprio in questo stesso paese dove si è verificato il fatto che sto per raccontare si vide, a una finestra del municipio, addirittura tre volte, essendosi rotta la corda, ricominciare l’impiccagione di un giovane, mentre i boia bevevano e mangiavano in piena orgia. Ingenuamente avevo pensato, tempo addietro, che certe azioni umane intrattenessero sempre un rapporto col paesaggio, più o meno come la conchiglia dell’ostrica condiziona la carne ch’essa racchiude. Questo paesaggio infinitamente dolce di verdi colline, tutte coltivate a vigne sul versante soleggiato e ricoperte di castagni a nord, con chiari ruscelli serpeggianti fra i pioppi e prati ove danzano le farfalle, ove ai canti isolati dei contadini occupati nei loro placidi lavori rispondono, fattasi notte, quelli incessanti degli usignoli, credevo che questo paesaggio, dopo avere ispirato nei secoli lontani i nostri massimi pittori, spingesse ancora la gente che vi abita a sentimenti armoniosi come questa pittura. Ma non andò così.

In questo paesino, fra queste colline infinitamente dolci viveva un infelice, storpio dalla nascita ma di retto giudizio e di mente viva e libera. Essendo povero, non aveva potuto proseguire gli studi, ma attraverso la lettura aveva elevato il suo sapere oltre la media. Pratico e abile, era uscito dalla povertà anche grazie a una donna cui s’era unito più per freddo calcolo – onde meglio lottare nella vita – che per amore, poich’è una legge del nostro paese che bisogna adattarsi a vivere miseramente o fuggire all’estero. Non aveva voluto emigrare come altri membri della sua famiglia, amando troppo la sua terra ch’egli vedeva, nell’incantesimo profondo di queste colline, come il viso della madre perduta quand’era ancora giovane, né aveva voluto sottostare come tanti altri alla povertà. Avendo lottato con la sua donna, che per lui era un socio, da maturo era riuscito ad assicurarsi un certo benessere. Avevano vissuto insieme, in un accordo un poco simile a quello di certi sposi di paese assai moderni dove l’unione matrimoniale, quando ciascuno dà la sua parte di lavoro, non crea difficoltà a un’indipendenza reciproca. Per loro, come legame c’era solo il fatto di abitare la stessa casa, di occuparsi insieme degli affari, di mangiare ogni giorno alla stessa tavola, di nutrire l’un per l’altra la stima che si porta a ogni persona di cui si condivide il lavoro per anni; ma l’amore vero, della carne e dello spirito, quello non era mai esistito fra loro, e questa stessa stima col passare del tempo aveva finito per prendere l’aspetto di un’abitudine. Non avevano avuto figli, ciascuno dormiva nella sua camera e, quando gli obblighi della casa o degli affari (si trattava di piccoli e assai vari commerci) non li riunivano, ciascuno andava per conto suo. Lui d’inverno si accaniva al gioco delle carte dov’era fortissimo, mentre d’estate passava i pomeriggi sui massi del torrente steso al sole, che faceva gran bene alla sua gamba storpia. Lei invece se ne andava al cinema in un altro paese e si appassionava specialmente ai film musicali, ma nessuno dei due comunicava mai quel che aveva fatto o veduto, si concedevano questa indipendenza. Lui, fiero sin da giovane d’essersi fatto da solo una cultura e di riflettere da sé con la sua esperienza sulle questioni politiche, filosofiche e su tutto quanto al mondo si accompagna a interrogativi assillanti, fiero anche d’essere uscito dalla povertà a forza di tenacia, non ammetteva di sottostare a un’altra legge imperiosa del paesino: quella di dover essere religiosi fino alla bigotteria. In questo paesino al castello feudale, che nei tempi antichi aveva tenuto sotto il giogo della paura i poveri contadini e di cui ora restavano solo le rovine, s’era sostituita la chiesa posta su una piccola altura, di fronte alla larga vallata del torrente. Non meno imponente era la canonica, di certo la casa più grande del paese, più grande ancora del municipio, quantunque ospitasse solamente il prete e la perpetua. Essendo stato il campanile distrutto durante la prima guerra, lo si era ricostruito più alto onde imporre il suo scampanio a quelli provenienti dai paesi vicini; dalle quattro del mattino cominciava a sgranare i suoi suoni chiamando a messa prima le vecchie oppresse dall’incubo della morte e dell’inferno. Il prete di questo paese, quando celebrava gli uffici o sottoponeva i suoi parrocchiani a controllo, provava con un tale orgoglio il sentimento di dominare tutti, che non ammetteva alcun altro potere sopra di lui, civile o religioso. Era il signore di questa terra a lui affidata, e sapeva che coi suoi parrocchiani egli solo poteva trattare dal momento della loro nascita fino a quello della loro morte. Il potere civile avrebbe potuto divenire minaccioso per lui se fosse caduto nelle mani di un politico nemico della religione, come si era verificato dopo la prima guerra; perciò bisognava proteggersi contro tale eventualità e tenere la gente, sempre mediante l’incubo della morte e dell’inferno, ben incatenata alla Chiesa e ai partiti che la rispettano. Ogni casa e ogni famiglia che vi abitava era da lui sottoposta a una sorveglianza continua, o diretta o mediata attraverso la confessione delle donne. Voleva sapere quali giornali leggevano i ragazzi, quali erano i loro pensieri, le loro amicizie coi ragazzi degli altri paesi, e lo stesso capitava con le ragazze: facevano l’amore e con chi? andavano a ballare nei paesi dove c’erano sale da ballo? rientravano presto nei giorni festivi? Tutta la vita di questa gente era sottoposta alla sua sorveglianza, ma ovviamente questa vita aveva una sua legge più vasta e lui non poteva incatenarla soprattutto se i giovani, maschi e femmine, uscivano dai confini della parrocchia. C’erano alcune case dove rifiutava d’entrare a dare la benedizione annuale; erano come case di appestati segnate con una croce gialla. Una era quella in cui una donna abbandonata dal marito aveva finito per fare la prostituta, un’altra quella di una vecchia vedova ancora piacente, divenuta l’amante del macellaio. Vedovo e vecchio anch’egli, giungeva furtivo di sera in questa casa per convegni galanti se tali potevano chiamarsi, lasciandosi andare a un dolce abbandono su un divano nel tinello illuminato da una lampada grottescamente tinta di rosso al fine di offrire una penombra seducente, e lei stava al suo fianco. Un’altra casa era quella di due amanti che, dopo avere vissuto insieme parecchi anni, non avevano voluto sentir parlare di matrimonio, quasi avessero temuto, dopo un tempo così lungo, di esporsi a una cerimonia ridicola. Un’altra ancora era quella di certi contadini il cui figlio, un tempo buono e religioso al punto da confessarsi e comunicarsi ogni settimana, s’era messo chissà come, trascinato dai torbidi della guerra, a fare il bandito con altri dopo avere disertato quand’era milite in Piemonte. Poi c’era la casa dell’altro, dello storpio, che chiamavano la casa del diavolo zoppo. Una volta isolate le case dei reprobi, la vita del paesino era proseguita tranquillamente al ritmo delle stagioni, fino alla venuta di un’altra guerra e dei suoi orrori. Tra queste colline infinitamente dolci s’erano verificati dei massacri incredibili, durante i quali il nostro prete non aveva potuto intervenire nemmeno per benedire gli uccisi. Ma appena finita la guerra ed essendo il potere civile in mano a un partito che aveva per base assoluta la Chiesa, egli subito volle riprendere il dominio sul paese. Così decise, stante che con la guerra il terrore della morte doveva essere stato avvertito dai reprobi stessi, di recarsi da questi ultimi per indurli a riconciliarsi con la Chiesa, a confessarsi e comunicarsi da lui. Quando incontrò lo storpio, costui gli rispose con fierezza che in vita sua aveva sempre assunto egli stesso la responsabilità di ciascuno dei suoi atti e che una conversione di quella specie l’avrebbe fatta il giorno in cui glielo avesse imposto la sua coscienza. Il prete se ne andò senza salutare, segnandosi come se gli fosse apparso il diavolo. E la casa fu ancora considerata come infetta e pericolosa. In verità lo storpio finì quasi proprio in mano alle streghe; gli venne il diabete e si vide scivolare verso la fine. Un giorno andò a trovarlo un vecchio pastore col quale scambiava grano per lana e, siccome lo sapeva esperto di rimedi, lo interrogò e più di tutto gli chiese se conosceva qualche medicinale per prolungare la vita e ritrovare la giovinezza perduta. Si sentì suggerire, mentre un lampo passava negli occhi grigiastri del pastore simile a un satiro irsuto, che bisognava far entrare nel suo sangue lo spirito della giovinezza ingerendo il seme di un ragazzo. Nella solitudine e noia del paesino, questo consiglio divenne per lui un’ossessione. Ed egli, la cui mente l’aveva sempre aiutato a risolvere per conto proprio i tanti problemi del mondo, finì per convincersi che quel consiglio partiva da un principio assolutamente vero; ma volle averne conferma dal farmacista, un amico suo e uomo privo di pregiudizi. Si sentì rispondere che già nel sedicesimo secolo Paracelso consigliava tale cura e faceva raccolta di seme umano presso le prostitute per farlo poi ingerire a chi ne abbisognava. Aveva ancora aggiunto che al giorno d’oggi, senza ricorrere a quella pratica un po’ strana, l’industria farmaceutica offriva un prodotto sintetico che non veniva dagli organi dei ragazzi, ma da quelli di certi animali assai più energetici. Fu convinto della verità che gli aveva rivelato il pastore, ma non si convinse che codesta medicina potesse avere l’efficacia di un elemento naturale. Doveva riuscire a ingerire direttamente da fonte umana questo seme e la giovinezza che ne sarebbe risultata per il sangue. Le streghe avevano accerchiato la sua casa e mormoravano alle finestre, di notte, col vento che precipitava impetuoso lungo il torrente, mentre l’inverno finiva sulle cime dei monti e si preparava il fiorire della primavera. Ciò che mormoravano queste streghe, era l’invito a recarsi con loro al sabba per trovare tra le orge diaboliche il gran dispensatore di vita. Dopo lunghe giornate durante cui i capricci del tempo gli avevano impedito di scendere ai massi del torrente, venne infine l’estate calda e fronzuta, ed egli andò secondo sua abitudine a sdraiarsi al sole. Le nuvole sparse avevano cambiato forma, erano leggere, increspate, lontane le une dalle altre, e lasciavano grandi spazi di cielo libero, sicché il sole poteva sentirsi nella sua piena potenza. Scendendo verso i massi per il sentiero serpeggiante nel verde delle acacie, scorse delle orme di bambini su un terreno fangoso, dirette verso il torrente. Erano recenti e cercò di seguirle fino a un altro sentiero che si perdeva tra i massi; ma quando giunse al torrente, non vide nessuno nei pressi. Si accovacciò come un cacciatore tra i magri cespugli, là dove i massi avevano fatto posto a una larga striscia di sabbia. Aveva estratto dalla sua custodia un binocolo con cui s’era sempre divertito, là tra i massi, a spiare i raccoglitori di legna e i rari bagnanti. Non riusciva a regolarlo, lo disturbava un tremito leggero delle mani dovuto all’impazienza, ma infine tutto apparve nettamente in lontananza. Riuscì a distinguere dei sassi grossi come un pugno, e perfino dei minuscoli ciuffi d’erba donde uscivano sorprendenti fiori celesti. Vedeva anche alzarsi da tutta la distesa battuta dal sole un tremolar di vapori ch’era come uno sfavillio incolore. Di colpo, su questi massi che stava scrutando, vide affiorare, come su da una buca, una macchia nera che si mosse e scomparve. Pensò a un topo, si alzò per vedere meglio, fu allora che capì trattarsi di una testa dai capelli neri. Guardò in giro e vide sui sassi qualcosa di colorato che non erano fiori, un mucchietto di vestiti, forse una camicia blu cielo. Allora fu certo che in quella buca si trovava qualcuno, forse steso al sole, ma subitamente vide due teste alzarsi e guardare tutt’intorno come per assicurarsi che non giungesse alcuno. Erano due teste di fanciulli, e di scatto balzarono nudi fuori dalla buca per correre verso le acque. Si accovacciarono al bordo dell’acqua come per lavarsi, si rialzarono, saltarono come puledri, poi scomparvero di nuovo all’interno della buca. Sentiva che doveva vincere la forza crudele di quelle lenti che lo avvicinava ai due ragazzini pur tenendolo lontano; doveva andare di là, ci riuscì.

Sulla sabbia calda del torrente trovò il suo sabba, e gli fu possibile realizzare tutto quanto gli aveva raccomandato il pastore. Ma dall’altra riva, dove imponente si elevava la chiesa con la canonica a lato, il prete con un altro binocolo l’aveva seguito dal primo giorno, nascosto dietro le imposte della sua camera, e aveva visto tutto. Il reprobo, il ribelle gli era in pugno, e lui l’avrebbe piegato fino a fargli respirare la polvere della strada. Tese i suoi fili; identificò i bambini, li confessò, chiamò i genitori, ordinò loro di andare a sporgere querela alla gendarmeria; rapidamente, senza deviazioni, procedé a tutto: lo storpio fu arrestato. Ancora insoddisfatto, il prete chiamò tutti i fanciulli che andavano a bagnarsi nel torrente, e minacciandoli delle pene orribili dell’inferno, fece loro confessare di avere partecipato anch’essi ai sabba solari. Pareva che ogni fanciullo del paese fosse stato preda del diavolo zoppo. Come per una purificazione totale, il prete ordinò una processione solenne tutt’intorno al paese. La donna dello storpio andò a implorarlo di non scatenarsi contro suo marito ch’era malato, povero infelice caduto in un errore terreno. In ginocchio lo pregava di far ritirare le querele, ma lui rispose duramente che doveva ringraziarlo di non avere mosso la giustizia anche contro di lei, che come sposa doveva sapere tutto ed essere complice. Alla prima inchiesta del giudice istruttore tutte le querele indotte dal prete si rivelarono false a eccezione di quella spòrta dal padre dei due bambini. Quando il giudice interrogò lo storpio, costui rispose con serenità che tutto quanto aveva fatto gli era stato indicato come mezzo per ritrovare salute e giovinezza, e a sostegno della tesi citò persino Paracelso. Tosto il giudice lo considerò con altro occhio, e temendo di trovarsi davanti a un pazzo, decise di spedirlo sotto osservazione in un manicomio. Là i medici risero di lui, e lo rispedirono in prigione ad attendere il processo dopo averlo definito: socialmente pericoloso, ma sano di mente. Al processo ebbe la sua condanna: alcuni anni di prigione. Scontatili, un altro centro psichiatrico avrebbe dovuto verificare se era sempre socialmente pericoloso, prima che gli fosse resa la libertà. Anche il prete ebbe la sua punizione per avere indotto false testimonianze, ma da parte del vescovo che lo trasferì di tutta fretta in un altro paese. Durante questi anni la donna dello storpio continuò, più accanita che mai, a far fruttare i suoi piccoli commerci come quando lui c’era, giacché per le spese processuali come per il resto ci voleva molto danaro. Seppure divisi, nulla li separò. Lui non mancò di nulla, lei andava a fargli visita il più spesso possibile e gli scriveva quasi ogni giorno, informandolo degli affari e di tutta la conduzione della casa. In tre anni di prigione, filtrato in queste lettere e negli incontri in parlatorio sbocciò l’amore vero che fino ad allora non c’era stato tra loro. Non era più un freddo calcolo di gente che abitava la stessa casa e si consigliava sui rispettivi affari, era l’amore vero che resiste persino alla morte. Un’altra sposa nelle stesse condizioni avrebbe chiesto la separazione, e la legge, meschina e disumana, gliel’avrebbe concessa; lei invece con una pietà estrema si attaccò a lui, non curandosi di nessuno, battendosi a fondo per la tutela del suo compagno abbandonato da tutti come una bestia infetta. Così intanto il diavolo aveva lasciato il corpo del povero storpio ed era andato ad annidarsi come un serpe nel corpo del prete, al quale ogni giorno arrideva la gioia di sapere il ribelle punito e isolato dal mondo. Tristo figlio di contadini, le mani ossute, lo sguardo spento, il viso coperto di lentiggini, ignorava cos’era l’amore, poiché aveva appreso meccanicamente in seminario le leggi della Chiesa con l’obbligo di divenirne l’esecutore inflessibile godendo del potere concessogli, quando altrimenti avrebbe conosciuto il lavoro miserabile dei campi, perso nella massa, disperatamente simile a tutti gli altri. La Chiesa gli offriva una supremazia orgogliosa, lui l’aveva accettata.

Ora lo storpio à scontato la pena e vinto la prigione al solo fine di poter abbracciare la sua donna. Si potrebbe dire che la giustizia sommaria degli uomini è stavolta servita a risanare una coscienza per farsi, col raccoglimento della clausura, ammonizione benefica; ma tale beneficio il legislatore non poteva assolutamente prevederlo. Aveva previsto solo l’intimidazione e forse, per i due compagni, la possibilità di rompere il legame coniugale. Scontata la pena, lo storpio è passato al centro psichiatrico affinché i medici, questi scienziati dell’anima umana, indaghino se è sempre socialmente pericoloso. Certo, un passo avanti è stato fatto dall’epoca delle streghe e dell’Inquisizione, altrimenti il nostro storpio sarebbe già cenere al vento, dopo esser stato posto sul rogo. I medici non leggono le lettere che invia alla sua compagna e dove fiorisce questo grande amore nato tra le lacrime; devono fare analisi scientifiche che l’indolenza estiva rende lente. Lo storpio à sul dorso la sua etichetta: socialmente pericoloso. Chi à potuto inventare tale accostamento di parole in un’epoca che à tollerato e tenta di glorificare gli uomini che ci governavano? Loro ànno ingerito ben più che il seme dei ragazzi; ne ànno ingerito il sangue, spedendoli a migliaia alla morte, non per aver creduto da uno stregone che ciò avrebbe reso loro salute e giovinezza, ma per aver creduto al loro desiderio orgoglioso di sembrare qualcosa nella vanità del mondo. Il povero storpio non è stato bruciato su un rogo come al tempo delle streghe e dell’Inquisizione, ma continua a rimanere esposto alle fiamme, e queste lo consumano con la più crudele delle lentezze. È inutile volere ingannarci, ancor oggi viviamo in un Medioevo prolungato e gli uomini, al ritmo delle leggi, non fanno che giocare un gioco puerile e senza pietà.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica racconti il 9 aprile 2010