Io sono l’amore

Teo Lorini



6 gennaio 2009. La neve cade sulla maestosa facciata della Stazione centrale, sulle linee squadrate degli edifici di via Vittor Pisani con il loro gioco di pieni e vuoti e la loro prospettiva metafisica. La fotografia è millimetricamente raffreddata, vira quasi al grigio e gli eleganti caratteri dei titoli di testa rimandano a un cinema italiano che sembrava non esistere più. La sequenza d’apertura di Io sono l’amore prosegue accompagnandoci fino al parco irreale e innevato e dentro le linee razionaliste delle sale di villa Necchi Campiglio.
Fervono i preparativi per il pranzo in cui il nonno e patriarca Edoardo (Gabriele Ferzetti) designerà il proprio successore alla guida dell’azienda tessile su cui poggia la fortuna della casata Recchi. A sorpresa i prescelti sono due: il figlio Tancredi (Pippo Delbono) e il nipote Edoardo Jr. (Flavio Parenti), l’unico dei figli di Tancredi che ha imparato la lingua natale della madre, la russa Emma (Tilda Swindon).
Pronunciata l’investitura è il momento dei brindisi e mentre gli invitati si trasferiscono nel salone, arriva una visita inaspettata. Si tratta di Antonio (Edoardo Gabbriellini), un semplice cuoco che, in una gara svoltasi quello stesso pomeriggio, ha posto fine all’imbattibilità sulle due ruote del primogenito di casa Recchi e ora, quasi a discolparsi, è venuto a portare una torta al rivale. I due ragazzi s’incontrano e si abbracciano sulla porta della villa ma Antonio, imbarazzato, rifiuta l’invito ad accomodarsi e, dopo aver conosciuto Emma, se ne va discretamente. Rientrerà alla villa qualche mese dopo, in veste di chef e in occasione di un’altra festa, durante la quale Edoardo, nel frattempo divenuto suo amico, ha intenzione di chiedere formalmente la mano della fidanzata, Eva.
È qui che tornano a incrociarsi le strade del giovane cuoco e di Emma, che poche ore prima si è imbattuta in un biglietto nel quale la figlia minore rivela il suo amore per una ragazza. Mentre l’austero Tancredi, estromettendo progressivamente suo figlio, procede nello smantellamento dell’azienda di famiglia, Edoardo sembra trovare consolazione e slancio nel progetto di un ristorante che proietterà i suoi sentimenti per Antonio nel quadro di un’unione economica e imprenditoriale. La passione che esplode tra Emma e Antonio però precipiterà la situazione, sconvolgendo in poche ore l’ordine rigido e glaciale della casata.

Io sono l’amore è un’opera di sorprendente compattezza stilistica, una parabola raggelata e maestosa sulla decadenza della borghesia imprenditoriale italiana e assieme una riflessione melodrammatica e intensa sulla potenza insopprimibile del sentimento. Luca Guadagnino dimostra di avere assimilato la lezione dei maestri del cinema italiano, citando in abbondanza l’Antonioni degli esordi, il Pasolini di Teorema e, su ogni altro, Visconti (in primo luogo l’immensa Caduta degli dei). A questi riferimenti illustri si somma uno sguardo che s’inoltra con sicurezza nel lusso misuratissimo delle stanze di villa Necchi Campiglio ma nel contempo riesce a rinnovare anche la più abusata delle locations. Come avviene nella sequenza dell’arrivo di Betta (Alba Rohrwacher) tra i binari della stazione Nord di piazza Cadorna, un luogo che troppi film hanno congelato nella summa del degrado urbano e che Guadagnino invece filma chiudendo il campo fino a cogliere un raro rigoglio di fiori da cui l’intero ambiente riceve una luce inedita.
A supportare il regista palermitano un cast senza cedimenti in cui ognuno è perfettamente in parte e dove Tilda Swindon giganteggia con la mobilità di una bellezza inafferrabile. Accanto all’attrice inglese (che del film è anche produttrice) meritano una menzione almeno Pippo Delbono, capofamiglia algido e spietato, Maria Paiato umanissima nel ruolo della domestica Ida e Marisa Berenson, la matriarca che al pranzo con la nuora russa e la fidanzata del giovane Edoardo esordisce: «Ricordo ancora quando mio figlio mi ha detto di aver trovato una moglie più bella di me», per poi levare il calice: «Alle donne dei Recchi».

Consapevole del rischio di scivolare nell’estetismo, Guadagnino non si tira indietro, anzi lo accetta sino in fondo, sorretto da un’ispirazione compatta e ardimentosa in cui trovano posto tanto le inquadrature solari della natura ligure che contrappuntano l’amplesso tra Emma e Antonio, quanto le stupefacenti immagini dell’uragano che riga e vivifica i volti delle statue al Cimitero Monumentale.
Io sono l’amore diventa così un’esperienza visiva inebriante, capace di rapire lo spettatore e immergerlo nell’atmosfera di una narrazione maestosa, restituendo vigore, come pochissimi altri registi (viene in mente Emanuele Crialese, che però muove da altri riferimenti), alla tradizione degli autori italiani che hanno segnato la storia del cinema mondiale e che oggi sembrano visioni di un passato irrecuperabile.








pubblicato da t.lorini nella rubrica libri il 4 aprile 2010