Il signore del cane nero

Teo Lorini



«Mattei, Matteotti, matti tutti». Forse avrebbe dovuto intitolarsi così il testo di Gabriele Vacis e Laura Curino in cui si parla (tra l’altro) del fondatore dell’Eni. La rievocazione della densa vita e della misteriosa morte di Enrico Mattei è messa infatti in bocca a Celestina, un’ex degente che la legge Basaglia ha rimesso in libertà dopo 25 anni di manicomio e che accumula in uno sconnesso monologo personaggi lontani nel tempo e nello spazio, giustificando di continuo il suo divagare con la constatazione che chi gravita attorno a Mattei, prima o poi è destinato a passare per matto. Con Celestina il repertorio di Laura Curino si arricchisce dell’ennesima figura di marginale, portatrice di una verità "altra" e superficialmente trascurata dal frettoloso scostarsi dei "normali" che "con 50 centesimi" si lavano la coscienza e si sentono meno colpevoli quando affrettano il passo senza stare a sentire.
Mentre su uno schermo bianco passano immagini di repertorio (tra cui la notissima intervista in cui Mattei paragonò l’Italia a un gattino e le Sette Sorelle a molossi spietati) e frammenti del bellissimo film di Rosi con Gian Maria Volontè, la Curino si sforza di sopperire con la sua indiscutibile presenza scenica alle lacune di un testo che non arriva da nessuna parte e che trova i suoi momenti di maggiore forza proprio nell’interazione con le immagini. L’effetto è quello di un bizzarro frullato del lavoro di Rosi, in cui già documentario e interpretazione si mescolavano, ma con esiti ben più felici.
Il signore del cane nero, invece, pare perennemente incerto, tanto nella direzione da prendere, quanto nell’obiettivo che si prefigge. A cosa mirano infatti questi quasi 90’ di teatro di narrazione? La vicenda personale di Mattei ne esce disarticolata tra lungaggini superflue (l’attacco sul padre carabiniere) e bruschi salti logico-narrativi in cui solo chi già conosce la storia si orienta tra il Mattei che ha aderito al fascismo e quello che ha scelto la Resistenza, tra il Mattei ’scomodo’ che fa affari con i paesi produttori e sfruttati e quello che ha avuto a disposizione fiumi di fondi neri per corrompere per oltre un decennio la classe dirigente d’Italia. A complicare le cose, ci sono i riferimenti all’opera di Pier Paolo Pasolini: dagli accenni alle vicende compositive e alle allusioni contenute in Petrolio a una stucchevolissima lettura dei primi paragrafi del celeberrimo j’accuse pasoliniano, quell’«Io so», pubblicato sul Corriere un anno prima della morte dello scrittore col titolo Che cos’è questo golpe?. Ma se il Cane nero non è una biografia, non riesce neppure a proporsi come tentativo di chiarire, formulando un’ipotesi su una morte che ha ispirato, oltre al film di Rosi e al romanzo incompiuto di Pasolini, molte narrazioni e almeno quattro solidi lavori di ricerca e divulgazione [1]. Al momento infatti di rievocare la scomparsa di Mattei, il testo di Vacis e Curino crolla e si sfarina in una serie di appunti che riassume tutte le possibili teorie di complotto e nella quale figurano la Cia, la P2, Ustica, il delitto Matteotti, Pinelli e persino (per incredibile che possa sembrare) Che Guevara, la cui effigie stampata su bandierone rosso viene sventolata in un tripudio di retorica eguagliata solo dalla recitazione del brano di Pasolini, mentre sullo schermo passano in dissolvenza incrociata il Cristo morto di Mantegna e l’immagine di Ettore nel letto di contenzione su cui Mamma Roma si chiude.
Non altrettanto, purtroppo, fa lo spettacolo: Il signore del cane nero accumula altri venti lunghi minuti nei quali, con un procedimento vistissimo, si passano in rassegna come misteri dolorosi i frammenti del corpo di Mattei ripescati nel fango di Bascapè, mettendoli di volta in volta in rapporto con il suo lavoro ("il naso che odorava i fumi del petrolio", "la spalla che reggeva il peso della responsabilità" ecc. ecc.).
Tale scarsa lucidità dispiace e infastidisce, tanto più quando si pensi al modo in cui il teatro di narrazione può incarnare una splendida opportunità di concentrazione, di racconto, di trasmissione della memoria, e qui si riduce invece a un impacco caldo, una pecetta di buoni sentimenti e generica indignazione. Ma anche tralasciando qualsiasi ambizione "civile" o pedagogica e considerando invece le potenzialità di evocazione, spostamento tellurico, immaginazione di cui è capace il teatro, e in particolare questo tipo di teatro, è arduo trattenere la delusione per una pièce che non riesce mai a incantare e neppure, ciò che è peggio, a commuovere.




[1] G. d’Elia, L’eresia di Pasolini, Effigie 2005, Id., Il petrolio delle stragi, Effigie 2006; G. Borgna – C. Lucarelli, L’eresia di Pasolini, in «Micromega», n. 6, 2005; G. Lo Bianco – S. Rizza, Profondo nero, Chiarelettere 2009.





pubblicato da t.lorini nella rubrica libri il 1 aprile 2010