Non moriremo padani

Giovanni Giovannetti



Prendiamo il Partito democratico: alle recenti elezioni regionali ha perso il 52 per cento dei consensi in Calabria; il 36 in Campania; il 35 in Basilicata; il 30 in Piemonte; il 19 in Veneto; il 18 in Lombardia; il 14 nel Lazio. Voti in meno che, sommati ad altri persi a sinistra fanno 3 milioni e rotti, voti passati alla Lega o caduti nell’astensionismo (il 90 per cento di chi l’altro ieri non si è recato a votare sarebbero elettori di sinistra).
Nonostante la disfatta (e ogni volta è peggio), il Partito democratico si mantiene camaleontico oltre che rinunciatario nel rimarcare la differenza tra il suo progetto politico (quale?) e quello della destra. Invece di ripulire le sedi dai faccendieri e gli armadi dai molti scheletri, sembrano cercare altrove i mandanti dei numerosi errori di una classe dirigente locale e nazionale chiusa in se stessa, tanto autoreferenziale quanto incapace di visioni e di verità: è la stessa classe dirigente responsabile, quando era al Governo, della «precarizzazione della società» che oggi a parole dice di avversare; la stessa che predica la «riconversione ecologica dell’economia» e intanto ha lasciato che in soli 15 anni si urbanizzassero 3.663.000 ettari di suolo (è il business della variazione di destinazione d’uso), il 17 per cento del territorio nazionale, una superficie pari a Lazio e Abruzzo insieme; la stessa che ha favorito speculazioni impressionanti, soprattutto in Liguria, Calabria e Campania, regioni governate dal centrosinistra; la stessa che ha provato a disfarsi del ’vincente’ Vendola (vincente proprio a partire dall’identità); la stessa che ha imposto agli elettori campani di sinistra tale Vincenzo De Luca (due rinvii a giudizio per associazione a delinquere, concussione, truffa e falso); la stessa che ha chiamato gli elettori lombardi a misurarsi con tale Filippo Penati. Quando era presidente della Provincia di Milano, nel 2005 Penati comprò da Marcellino Gavio il 15 per cento delle azioni dell’autostrada Milano-Serravalle. Così la racconta Marco Travaglio: «preceduto da una serie di telefonate di Pierluigi Bersani, Penati gli ha garantito una ricca buonuscita, strapagandogli le azioni. Una plusvalenza di 175 milioni di euro, di poco successiva all’ingresso di Gavio nelle scalate di Gianpiero Fiorani [il capocordata dei "furbetti", in manette nel 2005] all’Antonveneta e di Consorte – & furbetti al seguito – alla Bnl» ("Giudizio universale" n. 10). Delle azioni Milano-Serravalle, Gavio ne parla in alcune intercettazioni telefoniche: «sto facendo un pensierino sottovoce a vendere tutto per 4 euro». Dopo l’intervento di Bersani, Penati compra con il pubblico denaro le azioni di Gavio a 8,83 euro per azione. È forse questa l’improrogabile alternativa politica e morale al centrodestra?
Persa la classe operaia (al nord gli operai votano massicciamente per la Lega Nord), ora si preparano a cedere a Bossi, a Fini e a Berlusconi anche i voti dei dipendenti pubblici e di altre categorie sociali, senza neppure provare a offrire a loro e agli altri una alternativa al populismo narcotizzante di una Lega imborghesita, razzista e di governo, più romana che padana: un partito maturo e "nazionale" nell’accezione niente affatto lumbarda, e forse per questo capace, come nessun altro, di drammatizzare le paure dei ceti medi bastonati dalla crisi e di tradurre la paura in voti: a sinistra disossando il Pd, drenando voti anche in regioni "rosse" come Emilia, Marche e Toscana; a destra cannibalizzando il Pdl, come è successo in Piemonte, in Lombardia e in Veneto. Nel 2005 Forza Italia e Alleanza nazionale sommavano consensi cinque volte superiori alla Lega; oggi questo rapporto è sceso a due. Insomma, con Veronica Lario, Umberto Bossi sembra l’unico capace di arrecare danno al Cavaliere.
Il progressivo arretramento della sinistra dal sociale ha lasciato praterie alle culture politiche dei Bossi e dei Maroni, che sempre più si candidano a rappresentare il popolo della partita Iva e delle nuove professioni – oggi dissanguato dalla crisi e dalle banche – e cioè si candidano a rappresentare questi nuovi soggetti alla deriva, che non ce la fanno ad arrivare alla fine del mese dopo che, negli ultimi vent’anni, 120 miliardi di euro – l’8 per cento del Pil – sono passati dai salari ai profitti, 5.200 euro in media l’anno a lavoratore (che sale a 7.000 euro se consideriamo solo i 17 milioni di lavoratori dipendenti).
E pensare che solo vent’anni fa, dopo i primi successi elettorali, nella migliore ipotesi Bossi immaginava un futuro alla Juan Carlos Peron, confinato nel ridotto della Padania federale, alla guida di una Lega secessionista né di destra né di sinistra, ovvero "peronista", con una "destra" e una "sinistra" interne. Poi arrivò Berlusconi, e il movimento si vide sottoposto ad un altalenante ridimensionamento e ai notevoli problemi economici dovuti alla Credieuronord, venduta nel 2004 a Giampiero Fiorani (sì, proprio lui, il banchiere della Bipielle arrestato nel 2005) quando la "banca padana" era a un passo dal collasso. Secondo voci, a ripianare il debito avrebbe concorso un assegno di 70 miliardi in lire staccato da Berlusconi. Vero? Falso? Certo è che da allora i rapporti tra Bossi e quello che "la Padania" apostrofava «il mafioso di Arcore» tornano felici, e portano i due al successo elettorale delle Politiche 2001.
Era l’altro ieri. Ora il governo nazionale padano non ha più sede a Mantova, ma a Roma "ladrona". «Oggi la Lega è forte al nord perché governa a Roma. E viceversa», rileva Ilvo Diamanti. Da qui ha origine la sua crescita, tangibile ben oltre il risultato elettorale: secondo un sondaggio Demos, nel 1994 il 4,2 per cento degli italiani ammetteva simpatie leghiste; oggi la percentuale sale a oltre il 31 per cento: l’aumento sembra scontato al nord-ovest (dal 12,2 per cento nel 1994 al 44,9 nel 2009) e al nord-est (dal 7,4 al 54,6 per cento), ma non altrettanto scontato al centro (dall’1,2 al 30,3 per cento) e al sud (da zero al 16,6 per cento). Tutti coglioni? Di certo non quanto i dirigenti di partito che – populisticamente o meno – non hanno saputo restituire identità a ceti senza più identità e una risposta allo spaesamento in luogo della Lega.
Si ridisegna la geografia del centrodestra e perde la sinistra: perde il Piemonte, il Lazio, la Campania del candidato De Luca e la Calabria; in Lombardia Formigoni quasi doppia Penati: tra l’originale e la copia gli elettori lombardi hanno dunque premiato l’originale, che rende grazie al carroccio di Bossi, nonostante Berlusconi. Eppure...
In Italia resiste un’area sociale di minoranza – tanto attiva quanto variegata – che coniuga ambientalismo e diritti umani, biodiversità e società multietnica: l’area in cui opera chi si batte contro il nucleare; chi avversa inutili autostrade; chi denuncia le infiltrazioni mafiose (facendo nomi e cognomi); chi si oppone alla cementificazione del territorio; chi denuncia le speculazioni immobiliari. C’è poi chi lavora solidale tra i poveri e interagisce con i migranti, visti come risorsa (e non come problema).
A sinistra, la rifondazione politica può – anzi, deve – darsi queste fondamenta etiche, ricomponendo il frammentato arcipelago delle troppe "sinistre", tornando a parlare il concretissimo e civilissimo linguaggio della coerenza sui temi che avvicinano alcune liste civiche ai comitati per l’acqua pubblica, contro il consumo di territorio vergine, contro la riconversione a logistica dell’economia, contro il razzismo.
Il passaggio successivo riporta al Pd, virtuale azionista di riferimento per una futuribile alternativa di governo locale e nazionale. Un Partito democratico chiamato ad aprirsi a un progetto politico condivisibile, oltre a ripulire il cortile di casa.
A sinistra andrà trovata una quadra. Localmente, potranno offrire una concreta base di confronto temi – lo ripeto – quali l’acqua, il nucleare, il welfare, l’antirazzismo, la distruzione di territorio vergine, la tutela delle biodiversità, e molte altre cose (altri contenuti storicamente comuni li possiamo dare per scontati, a partire dal lavoro).
A Pavia dove vivo il segretario provinciale Pd Alan Ferrari vuole aprire un "cantiere": work in progress da qui alle elezioni provinciali nel 2011. Ben venga. Ma quel "cantiere", per favore, non apritelo nel Parco della Vernavola!








pubblicato da g.giovannetti nella rubrica democrazia il 1 aprile 2010