“Le sette biciclette di César”

Sebastiano Gatto



Ci sono persone che credono di vivere pattinando sulla superficie, fino a quando non si rendono conto che l’irrimediabile è già successo. È ciò che accade al protagonista di questa storia, quarantenne appassionato di libri e musica, sospeso in una permanente transitorietà, come se le cose non fossero mai cominciate davvero. La verità è che era lui a non essersene mai accorto. Durissimo il giorno in cui scopre di avere una fibra talmente intima da risultare teneramente oscena. Leggere la sua confessione equivale a passeggiare insieme a lui, nei viali delle sue frasi accurate, nella sua meticolosa sensibilità sentimentale che gli costerà molto cara.
Tiziano Scarpa

Le righe qui sopra compaiono nella quarta di copertina del romanzo breve di Sebastiano Gatto, le sette biciclette di César, edito da Amos edizioni. Qui sotto, invece, il primo capitolo del libro.

Primo giorno

Dietro la fermata, sotto lo sguardo preoccupato delle nutrie, due addetti al verde del Comune pescavano con un rampone biciclette dalle acque del Brenta. Le guance accese e il sudore abbondante parevano rendere ancora più spessa l’aria serale dei primi di ottobre. Mentre il bus ritardava, all’uscita dal lavoro, arrivai a contarne sette: numero non piccolo a pensare che il calcolo era ristretto a una sola fermata. Dalle alghe abbondanti, dal fango e dai depositi era evidente come fossero lì sotto da anni. Il piccolo pick-up stava a lato: avessi avuto il tempo avrei visto i due uomini caricarvi quegli ormai pesantissimi oggetti, ammonticchiarli fino a formare un intrico di ruote, freni e incrostazioni degno di una Compressione di César. Non pensavo alla reazione dei proprietari delle bici, né alle risate di chi quello scherzo avrà compiuto; non mi interessava sapere se erano finite sul fondale in un’unica volta oppure spinte da mani diverse. Quel che mi turbava era proprio César: la scena cui stavo assistendo mi riportava alla mente un corto a lui dedicato secondo il quale i suoi rottami battuti e ricomposti indicano che ogni cosa ha in potenza una seconda possibilità, una seconda vita. Le carcasse sul Brenta sembravano completare sulla mia pelle quella tesi: era come se mi sbattessero in faccia l’evidenza che io, di vita, non stavo vivendo nemmeno la prima.

Mi chiedo se esistono vite che nessuna metafora può significare, vite senza niente da dire a parte le miserie quotidiane che ognuno può appuntarsi al petto, le miserie che costituiscono il default della vita e che quindi, per definizione, non rientrano nei conti. Inutile dire che la vita al centro di quei pensieri fosse la mia; altrettanto inutile sottolineare come a tali dubbi non avessi alcuna risposta plausibile. Ciò di cui ho invece certezza è che la vista delle bici non mi avrebbe turbato a tal punto se quella stessa mattina non avessi incontrato una persona.

Durante la pausa mattutina dello scorso lunedì, al distributore automatico, aspettavo il mio turno per il caffè. Mi precedeva una ragazza di ventidue, ventitre anni: non più di un metro e sessanta, il naso appena pronunciato e l’orecchio sinistro trapunto di orecchini; capelli castani appena sopra le spalle e nemmeno un filo di trucco. Le Doctor Martens a pestare i calcagni dei jeans consumati. A causa della miopia tendeva in continuazione il collo in avanti: dava l’impressione, quella sua postura, che mentre si sforzava di guardare qualcosa, tutto il resto sparisse, quasi che l’oggetto del suo sguardo cancellasse ogni altra cosa. Non fragilità, ma forza emanavano i suoi occhi. Avevo davanti, perfettamente incarnati, i versi di Montale per Mosca: sapevo che di noi due le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate, erano le sue.

Quando, uscito il bicchiere, allungò la mano per afferrarlo, la borsa dalla spalla scivolò sull’avambraccio, facendole schizzare il caffè sul volto serio di Bowie stampato sulla maglietta. Ne dedussi che, sotto la giacca militare, la ragazza aveva spalle strette. Fece un piccolo salto all’indietro, maledisse qualcosa, ma senza parlare. Quando si accorse di me non potei trattenere un sorriso, quindi mi offrii di portarle una spugna bagnata per tamponare la macchia alla meglio. Mi ringraziò e salii a prenderla. Mentre faceva il possibile per rimediare al danno, le chiesi come volesse il caffè, inserii la chiavetta e glielo porsi. Poi presi il mio dicendo che uscivo a fumare. Ritenendo impudente avvicinare le mie mani al suo viso, le diedi in mano l’accendino per accendersi la Camel. Io, come faccio da vent’anni, mi arrotolai il mio Drum. Non stavamo parlando, ma quando dalle sue labbra uscì un grazie, le dissi che di Aladdin Sane, la cui copertina celebrativa aveva stampata sulla T-shirt – due anni fa ricorrevano i quarant’anni dall’uscita –, amavo soprattutto Time, il pezzo che più favoriva le doti istrioniche del Duca Bianco. La conversazione si spense all’unisono con la sigaretta, senza che ci dicessimo alcunché di rilevante. Ci salutammo distrattamente; la guardai allontanarsi accaldata, con la giacca in mano, a passo spedito.

Le ore successive continuai a pensare a tutta la scena, alla macchia sul viso di Bowie, ai versi di Mosca, allo sguardo della ragazza. Qualcosa di lei non mi lasciava in pace e più ci pensavo, più mi dispiaceva non averle chiesto chi era, dove viveva e soprattutto il suo nome. Sapere insomma qualcosa di lei.

Sono partito dalle bici sommerse; poco sarebbe cambiato se avessi iniziato dagli autobus. L’autobus è per me il contrario del non luogo di Augé: la mia vita feriale e festiva per metà è girata tra i sedili degli autobus e le attese alle fermate. Facessero a me il gioco che fanno a Moretti in Aprile, quello in cui contano su un metro, al netto delle ore di sonno e di lavoro, i centimetri che rimangono al protagonista per vivere “davvero” la sua vita, non potrebbero trascurare il tempo trascorso in autobus. Da mia madre che in zoccoli e tuta aspettava a bordo strada che scendessi dal pulmino, alle assenze strategiche pensate e messe in atto tra i sedili, l’autobus ha occupato e occupa una parte non secondaria del mio immaginario e del mio tempo. In autobus viaggiano storie – una è la mia – che vedo ogni giorno eppure non conosco, facce che, solo per il fatto di star lì, di essere sempre le stesse, di farsi riconoscere, ti dicono chi e dove sei. Svegliarsi la mattina e non vedere quelle facce significa che quel giorno qualcosa hai sbagliato o che è un’eccezione. Per questi e altri motivi, del tempo di percorrenza ho cercato di fare tesoro, trasformandolo in tempo di lettura, appropriandomi di una concentrazione tale da impedirmi quasi di leggere in altri posti che non siano sedili marroni di plastica.

Tornando un istante al gioco del metro, dalla conta dei centimetri risulta che di anni da vivere davvero, grossomodo me ne restano tredici. Ecco, mi chiedo, chi ha ideato il gioco, avrà pensato a una definizione di vita? Intendeva forse il divertimento, le vacanze, la musica, l’arte, l’amicizia, l’amore? Sono prescindibili queste ore “da vivere” dalle altre? Saremmo in grado di sopportare una vita fatta solo di ore “da vivere”? Non posso rispondere a questo, ma se lo scorso lunedì, mentre tornavo a casa dal lavoro, mi avessero chiesto se le ore di autobus andrebbero annoverate tra le ore perse o le ore da vivere, avrei scelto senza dubbio la seconda.

Alzando lo sguardo da un saggio di Girard su cui non riuscivo a concentrarmi, infatti, mi parve di vedere la ragazza. Non ero sicuro che fosse lei, perché fra noi c’era gente in piedi e lei stava di spalle, alcune file più avanti, seduta sui sedili a ridosso dell’uscita. Non mi restava che attendere la sua o la mia fermata per accertarmi che fosse lei: fossi sceso prima io, avrei dovuto inventarmi qualcosa da dire; fosse scesa prima lei, avrei per lo meno saputo in quale zona di Mestre (presumibilmente) abitava. Eravamo quasi alla mia fermata, i finestrini coperti dalla condensa; schiacciai il campanello, riposi Girard in borsa, mi incamminai lentamente. Quando le fui dietro ebbi la certezza che era lei. In un primo momento, probabilmente a causa del suo sguardo così poco periferico, non si accorse di me. La cuffia dell’i-pod sotto i tanti orecchini, le scarpe appoggiate alla lamina di plexiglas. Feci un passo ulteriore e la guardai. Lei rispose allo sguardo e ci scambiammo un sorriso. Indossava una T-shirt nera. Avevo solo qualche istante a disposizione prima che girasse altrove lo sguardo: fui solo capace di fare un commento sulla sua maglietta nuova. Ricambiò con un altro sorriso e, spinto fuori da altre persone, discesi.

Quando mai l’avrei rivista? Possibile che il mio interesse per quella ragazza di sedici, diciassette anni più giovane di me, fosse tale? Non l’avevo mai notata prima in autobus, non era una pendolare. Aveva l’aria di una studentessa all’ultimo o penultimo anno di università.

Una speranza di scoprire chi fosse me la dava il mio lavoro: dal portale del mio ufficio ho accesso all’anagrafica degli utenti che accedono all’ospedale. Bastava controllare quante donne tra i venti e i ventotto anni avevano una visita prenotata per quel giorno, e di queste vedere quante risiedessero lungo il percorso dell’autobus. Ma se era in ospedale per far visita a un parente, allora ogni speranza era persa.

Ogni ora restante di lunedì la passai in attesa del giorno dopo.


Sebastiano Gatto, Le sette biciclette di César, Amos edizioni, 2012








pubblicato da t.scarpa nella rubrica libri il 3 settembre 2012