Busi e l’isola che non c’è

Roberta Salardi



L’Isola che non c’è è quella della sincerità e probabilmente anche della libertà d’opinione, visto che ci troviamo davanti, nel giro di poche settimane, all’ennesimo caso di censura.

Fra gli espulsi dai programmi RAI di questo periodo ecco arrivato anche lo scrittore istrionico anticonformista e ribelle Aldo Busi. Sarà un caso, sarà una pulsione dettata dal gusto per la provocazione e il protagonismo, che ha spinto il colto letterato a partecipare a un reality show e a mettersi nelle condizioni ideali per esserne presto espulso come un corpo estraneo; o sarà al contrario una tendenza all’ostracismo che, inventata per le immediate settimane preelettorali, sta già diventando un’abitudine e in pochissimo tempo si sta estendendo a macchia di leopardo in vari programmi e per diversi motivi.

È doveroso sottolineare innanzitutto che Busi non è solamente un personaggio bizzarro e superlativamente narcisista. Non è insomma quello che appare in televisione a uno spettatore superficiale. Egli stesso l’ha precisato nei suoi scritti nell’eventualità che non ci si accorga della sua acuta sensibilità.

Nel saggio a lui dedicato, Busi in corpo 11 (Il Saggiatore, Milano 2006), Marco Cavalli fa un’osservazione interessante a proposito dell’empatia umana che nelle nostre abitudini di italiani medi stiamo perdendo, salvo imprevisti o piccole catastrofi. Siamo abituati da una vita a frequentare persone molto simili a noi: i compagni di scuola provenienti dallo stesso quartiere (non si tiene conto naturalmente dei bambini che sono bambini oggi), i colleghi d’ufficio, il gruppo di amici più o meno coetanei, le persone con gli stessi interessi. Si è persa o molto ridotta la possibilità d’incontro con individui di estrazione sociale molto diversa o con chi ha esperienze di vita radicalmente differenti. In altre epoche storiche non era proprio così. Oggi la tendenza delle classi medie a vivere in compartimenti stagni si è accentuata, consuetudine che Busi decisamente non approva. Tra i motivi che l’hanno spinto ad accettare l’invito del programma di Simona Ventura dev’esserci stata pure la volontà di andare controcorrente e tuffarsi in un ambiente che poteva rivelarsi del tutto incompatibile. Un po’ per sfida, un po’ per desiderio di conoscenza e un po’ per simpatia nei confronti di un’umanità che offre sempre un nuovo lato da scoprire ed è meritevole di attenzione agli occhi di uno scrittore molto poco snob, in qualunque ambiente ci si trovi. «Io sono un uomo di esperienza e di esperienze, sono una coscienza storica ed emozionale dell’Occidente» si trova scritto in Grazie del pensiero (Mondadori, Milano 1995). Perché non fare dunque anche questa esperienza “estrema” e chissà magari scriverne un giorno?

In questo desiderio di mettersi così violentemente in gioco inoltre l’autore dimostra un’energia e una giovinezza interiore che lo legano ancora moltissimo al protagonista autobiografico del Seminario sulla gioventù (Adelphi, Milano 1984), ventunenne dotato di una curiosità e di un’apertura verso gli altri ai limiti del rischio della vita, come sa chi ha letto il romanzo. Il suo modo di vivere e di scrivere s’incardina nell’incontro con gli altri. Ciò che scriveva ancora giovanissimo in quel «Diario di un barista» che probabilmente fu la prima cellula del Seminario («Almeno la sera, soprattutto la sera, vorrei incontrare una persona per parlarle, per far circolare le emozioni, darmi arie, scoprire me stesso tramite lei, la mia sensibilità formulata se non pallidamente sulla carta». Seminario, p. 142), deve valere ancora oggi, come testimonia la malinconia di uno degli ultimi libri, E io che ho le rose fiorite anche d’inverno? (Mondadori, Milano 2004). Questo testo, edito a vent’anni di distanza dal romanzo d’esordio, mi pare costituisca implicitamente quel “seminario sulla vecchiaia” che non è unicamente rappresentato, a mio modesto parere, dalla breve appendice posta alla fine della sesta edizione del Seminario, quella Adelphi 2003, definita infatti «romanzo interrotto e interrato», un tema a cui l’autore deve avere per lunghi anni pensato in modo latente. E io che ho le rose fiorite anche d’inverno? è il vero “seminario sulla vecchiaia” di Aldo Busi, composto da un uomo saggio e disincantato che in un preciso momento della sua vita scopre di non avere più desiderio del mondo. Un toccante romanzo sulla solitudine, acrobaticamente arrampicato sugli specchi del nulla, su una trama limitata al giro del proprio appartamento, una volta finita la stagione dei viaggi. Dopo una breve serie di voli in capo al mondo molto deludenti e presto esauriti, il narratore protagonista si ritira infatti nel proprio eremo, colpito da una profonda delusione per il genere umano. Ciononostante, con una materia così sfuggente e difficile, lo scrittore è riuscito a comporre un’opera che può stare alla stessa altezza del celebre Seminario, contrapponendoglisi specularmente.

Può darsi che sia stato anche per reazione allo stile di vita degli ultimi anni dedicati alla scrittura, che Busi si è lasciato persuadere dall’invito di RAI 2 e ha voluto prendere il toro per le corna. Spronato da un temperamento impavido ed esuberante come dal gusto per la contraddizione, che non vede di frequente la partecipazione attiva di intellettuali a spettacoli televisivi ritenuti per molti versi “degenerati”, si è deciso a questa full immersion nel girone infernale di un reality show.

Il rapporto con gli altri giocatori si è rivelato fin dall’inizio tempestoso. A giudizio di tutti ha dimostrato di non avere rispetto per gli altri. A questo proposito è doveroso fare alcuni distinguo. In primo luogo, se ha fustigato un po’ tutti per i loro atteggiamenti o limiti, va detto che, a differenza di molti personaggi del gruppo, non se l’è presa con i più deboli. Non gli si è riconosciuto abbastanza, per esempio, che nei confronti di alcuni partecipanti particolarmente ingenui, indifesi e per questo esposti al pubblico ludibrio, egli ha invece assunto un atteggiamento protettivo.

A differenza che nei suoi libri, tuttavia si è comportato più da combattente che da psicologo. Forse esasperato dalla prolungata convivenza gomito a gomito con persone tanto diverse, ha combattuto più di quanto si sia limitato a osservare, ha agito più che interagito. Alcuni suoi interventi deponevano a favore del suo impegno etico-politico, ma lo esponevano molto sul piano dei singoli rapporti umani. In una delle ultime dichiarazioni sull’isola si è definito un combattente nato, avendo impostato con i suoi compagni d’avventura un rapporto conflittuale ma sano, puro e vergine nonostante tutto, perché incapace di rancore o di intrighi segreti. In qualche modo per lui l’incontro con un altro essere umano è sempre finalizzato allo smascheramento degli errori, delle piccole ipocrisie o mancanze, con l’obiettivo del miglioramento dell’altro e di sé. È il doloroso processo della conoscenza a entrare in gioco nel rapporto con Busi e non si può sfuggirgli. Di un elemento importante della psicoanalisi tuttavia egli non tiene conto, probabilmente perché gli importa più della diagnosi che della terapia: la resistenza. Se uno sbatte in faccia a un’altra persona quello che è (o che pensa di lei), potrà anche colpire nel segno ma non smuoverà di un millimetro quella persona dalle sue posizioni, anzi contribuirà a irrigidirle ulteriormente, poiché ognuno è attaccato affettivamente alle sue maschere, c’è un dover essere delle strutture psicologiche, insomma l’io è pur sempre un meccanismo di difesa, per citare un celebre titolo della letteratura psicoanalitica. Ne deduco che Busi sia più interessato a cambiare la società che i singoli individui che incontra, nei confronti dei quali manifesta in principio viva attenzione e rara umanità priva di snobismi, salvo poi, nella maggioranza dei casi, attaccarli aspramente in quanto immaturi, condizionabili, deboli, incapaci di esigere di più da se stessi, di coltivarsi, di guardare oltre il loro orizzonte originario, di formarsi delle idee autonome, come i naufraghi dell’isola che definisce “marionette”. Busi denuncia senza mezzi termini i limiti psicologici e morali dell’umanità del nostro tempo, ha fretta di chiarire subito come stanno le cose, perché in lui prevale il combattente: desidera fortemente che il mondo cambi e non ha tempo di aspettare, non può fare troppe concessioni perché ciò che è veramente in gioco è il destino collettivo, è la storia. Infatti subito dopo le critiche ai “naufraghi” (emblema anche nel nome di un’umanità semidisperata alla deriva), arrivano prontamente i fendenti menati a destra e a manca alla politica. La critica alla destra è di non avere mantenuto una delle sue principali promesse, la riduzione delle tasse; ma anche sulla sinistra si abbatte un giudizio pesante: «È inesistente. Finché la sinistra sarà clericale, sarà solo la brutta copia della destra». Il discorso sul clericalismo s’intreccia subito strettamente con quello della secolare condanna dell’omosessualità. Non capisco perché ci si debba scandalizzare tanto se lo scrittore riporta una teoria ragionevole e condivisibile, asserendo che l’omofobo è un omosessuale represso che non tollera le scelte omosessuali altrui perché in fondo non accetta componenti omosessuali che sono presenti anche dentro di lui, con un’aggressività che si può prevedere proporzionale alla sua pulsione omoerotica. Questa considerazione sull’omofobia tange la gerarchia ecclesiastica ma non riguarda solamente la Chiesa (in ogni caso semmai si potrebbe annoverare tra i fatti di costume più che fra le questioni di fede), e la si è voluta leggere come un’offesa diretta al papa, che tra l’altro non risulta nemmeno nominato distintamente durante la trasmissione. Da quello che ho udito, si parlava in modo generico del clero e comunque in cosa consisterebbe l’offesa? Nel dare a qualcuno dell’omosessuale da parte di un omosessuale dichiarato che si è sempre battuto per i diritti dei gay? Dobbiamo pensare che l’offesa sia il termine “omosessuale”? O forse Busi viene radiato dalla RAI per parole che gli si attribuiscono ma che non ha neppure pronunciato?

L’invettiva di Busi aveva toni accesi ma non da vilipendio, e le parole non erano dette a vanvera. Soprattutto non erano pronunciate per fare del male ma semmai per modificare atteggiamenti scorretti e discriminanti. Quanto al finale battibecco con la Venier sulla chirurgia plastica, si è trattato di un trascurabile battibecco.

A parte quest’ultimo episodio davvero irrilevante, non bisogna dimenticare che elementi entrati prepotentemente nel costume attuale, come la chirurgia estetica e la moda, non sfuggono alla sottile analisi di Busi. La seguente frase dello scrittore è riportata nel saggio di Marco Cavalli sopra citato: «Sapere, come Benjamin, che nella moda sono in gioco gli interessi di un sistema economico, e saper indicare come agisce questo sistema in cui la moda è un ingranaggio e insieme uno specchietto per le allodole, non dà luogo ad alcuna conoscenza, se non si è compreso che la gente si fa schiava della moda proprio per poter ignorare il funzionamento dell’economia» (p. 53).

È una persona capace di riflessioni così profonde che si è voluto escludere «per sempre» dalla televisione di Stato.








pubblicato da g.giovannetti nella rubrica libri il 23 marzo 2010