Il più sano c’ha la rogna

Teo Lorini



Frequentavo forse la quarta ginnasio quando mi capitò in mano per la prima volta un testo di Vittorio Messori. Si trattava del suo giustamente celebre best-seller, Ipotesi su Gesù, e l’amico che me l’aveva prestato me ne aveva parlato in termini entusiastici, come di un testo fascinoso, profondo, illuminante. Tanta densità, aggiungeva quel mio amico quasi volesse rassicurarmi, era sviluppata in una scrittura disinvolta, moderna e decisamente scorrevole.
Ho tenuto quel volume per mesi, ostinandomi a rileggerlo da capo a fondo o ad aprirlo a caso, per concentrarmi su qualche singolo paragrafo. Tenevo molto a non deludere quel mio amico, ma alla fine ho dovuto arrendermi e confessargli (amicus Plato sed magis amica veritas) che il volume di Messori mi era parso di una piattezza e di una banalità desolante. Il numero di copie vendute da Ipotesi e la sua durevole fortuna danno senz’altro torto a quella mia lettura giovanile e ragione invece al mio amico che tornò a consigliarmi un libro solo anni dopo e -purtroppo- con identico esito. Si trattava di Va’ dove ti porta il cuore.

In seguito mi sono imbattuto altre volte in scritti di Messori e in una occasione l’ho perfino incontrato a Verona, la cattolicissima città in cui sono cresciuto e dove il giornalista di Sassuolo era venuto a presentare Pensare la storia - Una lettura cattolica dell’avventura umana, la raccolta dei suoi corsivi d’argomento storico usciti settimanalmente su "Avvenire". A organizzare quella serata era stata una pittoresca associazione di cattolici integralisti riuniti sotto la sigla di "Sacrum Imperium" [1], che tra la fine degli anni Ottanta e la metà dei Novanta solevano ciclicamente riempire la città di volantini sui pericoli del rock satanico o dell’omosessualità corruttrice di costumi e che ogni tre mesi spedivano a mio padre una sorta di giornalino intitolato «Controrivoluzione», il cui obiettivo dichiarato era quello di riportare le lancette dell’orologio a prima del 1789.
Dato che mio padre quella sera ha acquistato Pensare la storia, nei mesi successivi ho avuto modo di sfogliare quel volume scoprendo che il metodo messoriano consiste sostanzialmente nell’idea che l’insieme delle vicende storiche come noi le conosciamo sia stato messo assieme da una serie di studiosi disonesti, parziali e soprattutto ferocemente anticattolici. Per restaurare la verità storica è dunque sufficiente concentrarsi su singoli fatti, meglio se di forte valenza simbolica, estrapolarli da qualsiasi contesto e confutarli sulla base di trouvailles archivistiche o -in mancanza d’altro- con la perizia retorica in cui eccelle il Messori divulgatore. Il risultato ripristinerà, per dirla con il sottotitolo del libro una Lettura cattolica dell’avventura umana, premessa decisiva a una ricostruzione del passato più onesta e meno faziosa.

Così ad esempio la Giornata Internazionale della Donna diventa una ricorrenza priva di senso perché Messori, bibliothecis plurimis investigatis, segnala che non c’è mai stato, nel 1908, l’incendio della fabbrica statunitense né l’eccidio di operaie che, secondo una (non l’unica) vulgata l’8 marzo commemorerebbe. Anche sorvolando sul fatto che un incendio vi fu (a New York il 25 marzo del 1911) e che vi morirono numerose operaie, e persino se nessun incendio o morte di lavoratrici si fosse mai verificato nell’intera storia dell’industrializzazione americana o di quella europea, argomentare con Messori che ciò svuoterebbe di significato la giornata dedicata alla questione femminile, resta un paralogismo pretestuoso e balzano. In base a questa logica, se domani qualche studioso dell’epoca dei descobrimientos rinvenisse in un archivio la prova che il nome della prima caravella non era Nina ma -poniamo- Lina o che lo sbarco a San Salvador è avvenuto il 15 anziché il 12 ottobre, dovremmo affermare che l’intera avventura di Colombo abbisogna di una seria rivalutazione.
E, a proposito di America, ricordo ancora il passaggio della presentazione di Pensare la storia in cui Messori passava in rassegna le "leggende nere" [2], vere e proprie fandonie anticattoliche nate in epoca illuministica da complottatori in odore di framassoneria, come quella sulle responsabilità dei cattolici conquistadores nella scomparsa delle civiltà precolombiane. Una responsabilità tutta da verificare, aveva sottolineato Messori e, mancando forse di qualche pergamena che attestasse il suicidio di massa di Aztechi e Maya, aveva richiamato l’attenzione del pubblico sulla malafede dimostrata da chi si ostinava a considerare proprio quel particolare evento storico e non le malefatte compiute nella parte settentrionale del Nuovo Mondo dai protestanti.

È un genere di argomentazione ’calcistica’ (da "ammettiamo che la squadra X abbia rubato un rigore, ma chi può in coscienza dire che quella Y non sia mai stata favorita dagli errori arbitrali?", a "è tutto uno schifo" o "il più sano c’ha la rogna" ecc.) che ha avuto grande fortuna nel recente dibattito politico ma, quasi a rivendicarne una sorta di primazia, Messori l’ha rispolverata in un articolo apparso l’altro giorno, non su "Avvenire" ma sul "Corriere della Sera". Messori è infatti intervenuto, esprimendo il suo parere sulla questione delle pratiche pedofile emerse di recente anche nella Chiesa tedesca (19 su 27 le diocesi coinvolte) dopo gli analoghi casi di sistematici e decennali abusi venuti alla luce negli Stati Uniti, in Irlanda, in Austria, in Italia e così via.

Il pezzo parte dunque dalla tesi che così fan tutti, accennando a casi analoghi di violenze su bambini verificatisi presso altre Chiese. "In America" così l’articolo "nella nebulosa delle innumerevoli chiese, chiesuole, sette, comunità religiose non ve ne è alcuna che non debba affrontare denunce di fedeli, maschi e femmine, per le attenzioni riprovevoli di ministri del culto" [3]. E ancora: "Neanche le istituzioni della vasta e variegata comunità ebraica americana sono esenti dal dilagare del contagio. Preti, pastori, rabbini si ritrovano spesso insieme nelle aule dei tribunali". Fa un po’ tenerezza constatare come il paziente ricercatore di inoppugnabili Realien sulle colonne di "Avvenire" si faccia qui bastare affermazioni vaghe e inconsistenti, prive di qualsiasi dato di fatto, nome, circostanza per ribadire la sua eterna tesi del "complotto" ai danni della Chiesa cattolica.
Ma l’argomento è tanto delicato da spingere Messori un po’ più in là nella sua foga apologetica. L’opinionista ingaggiato dal Corriere infatti surroga la documentazione che gli manca con il racconto di alcune esperienze personali. E descrive tre situazioni di sistematici abusi perpetrati in contesti non ecclesiastici. Il primo è un collegio per "i virgulti di ricchi borghesi" a cui Messori appena laureato aveva fatto domanda di assunzione come "assistente", sentendosi assicurare da un ammiccante cinquantenne che il magro salario sarebbe stato compensato da un "benefit riservato", ovvero la possibilità di adescare gli allievi le cui stanze erano accanto a quelle degli "assistenti". Messori menziona ancora un"capitano di mare" che gli raccontava ridendo "della sorte che toccava, e tocca, ai quindicenni imbarcati come mozzi nelle infinite navi di ogni bandiera che solcano i mari". A leggere questa frase, incerta tra il sublime Billy Budd e l’indimenticabile Manuel Fantoni inventato da Verdone, verrebbe da ridere se Messori non proseguisse rievocando le sue visite come inviato di un non precisato quotidiano a molti (e altrettanto imprecisati) manicomi dove "i ricoverati minorenni erano un bottino tanto appetito da scatenare lotte accanite tra medici e paramedici" e, naturalmente, sindacalisti che "tacevano: anzi, mi dissero, in una di quelle case si erano riservati un diritto di prelazione sugli imberbi".

Dalla lettura del testo sembra dunque di poter dedurre che l’autore di Ipotesi su Gesù e di due celebri libri-intervista a Joseph Ratzinger e a Karol Wojtyla, ammetta di essersi imbattuto in una situazione agghiacciante di violenze e abusi su persone indifese e di averne taciuto.
Se così si sono svolte le cose -e in caso contrario appare lecito invocare una documentata smentita- la situazione che si configura è la seguente: Messori, in veste di giornalista, è venuto a conoscenza di un grave reato penale, e tuttavia non ne ha denunciato i responsabili, né si è mosso presso gli organi giudiziari preposti affinché fossero avviate indagini per accertare le responsabilità dei colpevoli e, ciò che più importa, proteggere future vittime. Al contrario, ha appuntato quelle informazioni nel suo notes da cronista e le ha conservate per sé, per anni, tirandole fuori solo per asseverare la sua apologia -tanto ostinata quanto disonesta- della Chiesa che protegge e nasconde gli stupratori, che sa ma non dice, non ammette, non denuncia ma anzi guarda la sofferenza delle vite violate con superiorità venata di mondana ironia.
Proprio come fa Vittorio Messori.




[1] Si veda a riguardo il prezioso volume di Emanuele Del Medico, All’estrema destra del padre (se ne è parlato anche qui).

[2] Pare interessante rilevare che in Spagna è stata pubblicata una selezione dei corsivi messoriani su "Avvenire", il cui titolo è proprio Leyendas negras de la Iglesia, (ed. Planeta, 1996).

[3] Per inciso, dubito che ai cattolici possa far piacere il paragone fra la millenaria storia di un’istituzione dell’importanza morale, culturale, economica e politica che ha la Chiesa di Roma e gli strampalati culti e sette che fioriscono "nella nebulosa" del frammentato panorama spirituale americano. Viene da chiedersi anzi quale sarebbe la reazione di Messori se un irriverente agnostico paragonasse il magistero di un prete cattolico alla lettura dei tarocchi da parte dei sedicenti sacerdoti di Horus e Osiride che affollano le tv locali.





pubblicato da t.lorini nella rubrica giornalismo e verità il 14 marzo 2010