La politica del meteo

Leonardo Guzzo



Emanuele Tecchi fu sorpreso. Sorpreso e irritato di non trovare il sole che gli avevano promesso. Per lui, meteoropatico fino al midollo, era quasi questione di vita o di morte. Una foschia appena più densa poteva sprofondarlo in uno stato di cieca disperazione, indurlo alla paralisi, minare seriamente la sua fiducia nel futuro.
Eppure l’omino del meteo l’aveva detto chiaro e tondo. Un generale o un colonnello, doveva essere. Con ampi gesti aveva assicurato che "al centro e al sud il tempo rimarrà stabile". Sole come il giorno prima, dunque, al massimo qualche leggera velatura. E lui ci aveva creduto, come il giorno prima: si era messo tranquillo ad aspettare il sole che gli avevano promesso. Fino ad allora, almeno… Adesso, alle quattro del pomeriggio del venti gennaio, un’ora circa al matematico cadere del tramonto, le sue certezze cominciavano a vacillare.
Ma aveva resistito fino a quel momento. La voce calda e rassicurante dell’omino del meteo, la barbetta spavalda sotto la fronte calva l’avevano illuso fino a quel momento. Dal primo pomeriggio, è vero, si mordeva le labbra e si torturava le unghie delle mani, ma in qualche modo aveva resistito. Fino alle soglie della drammatica rivelazione.
Che cosa contava di più, adesso? La delusione acre che masticava all’improvviso o la speranza che l’aveva accompagnato tutto il giorno, come un odore di gelsomino nel deserto. Emanuele Tecchi si sentiva strano. Non sapeva a cosa credere, a quale parte di se stesso.
In vent’anni di misterioso malessere non era mai stato dagli strizzacervelli: già sapeva che cosa gli avrebbero detto. Affetto da nevrosi cronica, questo gli avrebbero detto. Non pazzo, come malignavano i faciloni e qualche detrattore per partito preso. Non uno spostato permanente, ma uno a cui di tanto in tanto veniva la fregola. E quando gli veniva la fregola diventava influenzabile e debolissimo, e allora serviva soltanto qualcuno che riuscisse a convincerlo.
Che cosa significasse esattamente convincerlo, è difficile da spiegare. Aveva a che fare piuttosto con l’emozione che con la razionalità e faceva l’effetto di un lenimento su una ferita ancora aperta. Quando la manovra riusciva, il Tecchi si placava magicamente. Non ci pensava. Non pensarci è da sempre la cura più istintiva e immediata, la più antica e forse anche la migliore. Raramente si guarisce e più spesso poi si muore: tutt’a un tratto e senza essere preparati. Ma almeno si muore una volta sola.
L’omino del meteo sembrava aver capito il meccanismo. Lo aveva capito come lo capisce uno scienziato, scovando la formula, e come lo capisce un artista, imbevendosene fino al midollo, e lo usava come il più astuto dei demagoghi.
La speranza è l’ultima a morire. L’aspettativa si muove su un terreno scivoloso e si sposta ogni volta più avanti. Un po’ come le profezie sulla fine del mondo… Una ne fissa il termine per il tal giorno del tal anno e invece quel giorno passa senza sussulti: subito spunta un’altra teoria che sconfessa la vecchia e rimanda la catastrofe. Sembra quasi che l’uomo non possa vivere senza l’assillo di questo pensiero stravagante. E ugualmente non può fare a meno di sperare che al di là delle sue forze, solo per caso o per combinazione, la sua vita diventi di colpo migliore.
L’omino del meteo non aveva nessuna colpa. Aveva sfruttato la situazione a suo vantaggio, si era solo accodato all’ipocrisia che regge mezzo mondo. E si poteva capire perché.
In fin dei conti l’ipocrisia è un affare conveniente, una scelta quasi mai in perdenza. E’ un gioco lungo e difficile da smascherare, fino alla fine e a volte anche dopo. E se per avventura qualcuno lo smaschera, può sempre decidere di non parlare: per salvare le apparenze, per non suscitare scandalo, perché è dura ammettere di essersi sbagliato. Quanto alla peggiore delle ipotesi, che il gonzo di turno capisca e denunci, nessun problema: scoperto l’inganno, c’è comunque un’altra menzogna da vendere e un altro sempliciotto da gabbare. L’omino del meteo si era semplicemente votato alla filosofia del momento. Aggiungendovi un’unica, brillante intuizione.
Fare dell’ipocrisia una scienza. Cancellare la verità, che a volte può far male, per rimpiazzarla con una rassicurante bugia. Ma che dico?! Con una raffinata, suadente idea di relatività.
Che poi chi l’ha detto che esiste una verità meteorologica assoluta? Il bel tempo di Nairobi non è quello di Stoccolma. Un pallido sole all’equatore può essere un meriggio sfolgorante ai margini del polo.
L’omino del meteo agiva come un abile illusionista. Aveva sviluppato questo argomento di buon senso e scoperto i poteri strabilianti dell’interpretazione. Nell’antro della Sibilla, davanti alla sua bella cartina, interpretava il tempo, e interpretandolo lo faceva. Prediceva secondo i desideri della gente, dava a ciascuno il tempo che voleva; e dopo, che ognuno si combattesse la sua lotta contro la realtà.
La forza della speranza e l’evidenza dei fatti: dal loro scontro nascevano l’illusione e poi, inevitabilmente, la delusione. L’omino aveva successo se allungava a dismisura l’illusione e ritardava il più possibile la delusione. Il difficile stava nel conciliare le aspettative di tutti. Ma anche a questo c’era una soluzione. Bastava contraddirsi, cambiare versione del meteo a seconda degli spettatori.
Nel pomeriggio erano soprattutto anziani, spiegava l’auditel, e a loro il sole non si poteva negare. Per i padri di famiglia e i manager rampanti, quelli del telegiornale della sera, invece era sufficiente l’annuncio di un tempo mite e costante, senza brusche variazioni. Ai giovani non importava nulla, mentre i pazzi disperati, i maniaci del meteo a tarda notte, avevano bisogno di solide certezze. Anche Emanuele Tecchi rientrava nel novero, ma era solo al primo stadio della malattia: doveva essere illuso ma avrebbe sopportato la delusione.
Tranquillità. Una povera piccola felicità. L’omino calvo gliela vendeva gratis in cambio di una minuscola aggiustatina all’indice di ascolto e la promessa di tornare a guardarlo l’indomani. In fondo, per Emanuele Tecchi, il conforto delle previsioni aveva a che fare con l’idea del divino. L’omino del meteo vegliava sopra di lui, svolazzava sulla sua testa come un angelo. E invece doveva essere un ribaldo, quell’omino furbo e calvo. Un ciarlatano vestito di carisma. O forse un genio, che aveva capito esattamente come stare al mondo. Non cosa fosse il mondo ma come viverci, che è dopotutto la vera domanda. Il mondo è come lo facciamo: capito questo, la vita è tutta in discesa.
Scendendola a tutta birra Emanuele Tecchi si era rotto le ossa. E adesso se ne stava malfermo e piagnucoloso, diviso tra il dolore della scoperta e il ricordo del sollievo che il mago del meteo gli aveva regalato.
Quella sera stabilì di non vederlo, per lavare l’offesa con la ripicca. ’Fanculo l’omino e le sue parole di circostanza! Falsità passata al setaccio, ipocrisia finissima… Ciondolò a fatica tra i canali delle televendite e le donnine seminude di qualche spettacolo pruriginoso.
Ma faceva una dannata fatica. Dopotutto ogni giorno è diverso, si diceva per tentarsi. Ogni previsione è una storia a sé. Di doman non v’è certezza… Che ingiustizia, pensò: così quel lurido impostore poteva continuare a fregarlo, ancora ancora e ancora, ogni giorno da capo.
Ne aveva bisogno. Cazzo, quanto ne aveva bisogno… Di una storia e qualcuno che sapesse raccontarla. In una vita priva di interessi e distrazioni il sorriso abbagliante dell’omino era il suo unico punto fermo.
Di notte non riuscì a non sognarlo: un pistolero, stivali cinturone e la canna dell’arma ancora fumante. Aveva appena finito di dire qualche parola e lui aveva appena finito di bersela. Sotto il cappello a larghe tese gli parlò di nuovo, con gli occhi di uno sguardo obliquo. Soffiò sulla colt, aprì la bocca solo per mostrargli lo smalto dei denti aguzzi. Per dirgli senza più parole, in un misto di cinismo e filosofia, "Così va il mondo, baby".








pubblicato da a.tarabbia nella rubrica racconti il 10 marzo 2010