Come corsari sulla filibusta

Giovanni Giovannetti



A proposito di regole e di notizie di reato: i nostri sobri amministratori sanno che in Italia è in vigore una legge, la 431/85 meglio conosciuta come "legge Galasso", istituita nell’agosto 1985 per tutelare le bellezze naturalistiche? Quelli pavesi evidentemente no. La "Galasso" rende inedificabili per 150 metri le sponde dei corsi d’acqua, come la Vernavola, registrati tra le acque pubbliche, sottoponendoli anche a vincolo idrogeologico a fronte del rischio di esondazioni.
Sanno che il Piano regolatore generale di Pavia, nella premessa alle Note tecniche di adozione, indica il Parco Visconteo, la Valle della Vernavola e quella del Navigliaccio tra i territori su cui è fatto divieto di costruire? Sono le stesse «aree con valenza storica, ambientale e paesaggistica» che videro fronteggiarsi, il 24 febbraio 1525, i re di Francia Francesco I e di Spagna Carlo V d’Asburgo, nella sanguinosa battaglia di Pavia.
E proprio tra le tavole del Piano regolatore di Gregotti e Cagnardi, si incontrano evidenti incongruenze: non c’è corrispondenza tra i confini del Parco della Vernavola (tra i più estesi parchi urbani d’Italia) disegnati nella tavola 6.1 ("Patrimonio storico e ambientale", approvata dalla Regione) e quelli riportati nella tavola 4.1 ("Azzonamento delle aree normative"). Nella prima correttamente il tratteggio corre lungo il perimetro verde del parco; nella seconda, nonostante la legge Galasso, il confine vira a stringere sui due lati del corso d’acqua e per circa 250 metri corre parallelo vicino alla sponda, escludendo così dal parco – guarda il caso – proprio le due aree su cui i parenti dell’ex presidente della Commissione comunale territorio Alberto Pio Artuso pensano di edificare 18 villette e 2 condomini. Bella porcata.
Ma facciamo un passo indietro, a quando il 29 novembre 2004 il Consiglio comunale ulivista pavese approva la variante al Prg. La cronaca della serata la troviamo in un articolo di Gian Antonio Stella, publicato nientemeno che sulla prima pagina del "Corriere della Sera": «La sera della variante, tre consiglieri di sinistra vicini a Elio Veltri han deciso di mollare la maggioranza: "Non possiamo avere due pesi e due misure sul conflitto d’interessi". E si son uniti all’opposizione di destra e al rifondarolo Maurici uscendo dall’aula. Così che la variante è passata solo grazie al voto di due consiglieri della Margherita, Alberto Artuso e Matteo Pezza, la cui suocera e il cui padre sono tra i proprietari beneficiati dal lussuoso ritocco». Insomma, quella variante se la sono fatta e se la sono pure votata.
Ma c’è di più: per l’approvazione servono la presenza in aula e il voto favorevole di almeno 21 consiglieri. Votano in 22, compresi Artuso e Pezza: un voto da invalidare, per l’evidente conflitto di interesse scoperto di lì a poco. Non basta: ogni seduta del Consiglio comunale viene registrata e trascritta. Allora non chiedete la trascrizione del 29 novembre 2004: potreste scoprire che quella seduta risulta mutilata di ben tre ore.
Torniamo «sulla GreenWay». Negli anni in cui si disegnano le tavole qui messe a confronto, dirigente dell’assessorato all’Urbanistica era ancora l’architetto Roberto Alessio, dall’ottobre 2005 in pensione, accompagnato da una buonuscita di 64.000 euro, oltre alla liquidazione.Uno che porta lo stesso nome e cognome nel 2009 figura tra i progettisti della discussa lottizzazione. Come mai nella Valle della Vernavola oggi l’omonimo di Alessio progetta costruzioni per conto dei parenti di Artuso a non più di 50 metri dal corso d’acqua, ignorando leggi, regolamenti e la stessa storia cittadina?
Come mai il capogruppo Pdl Sandro Bruni e l’assessore leghista all’Urbanistica Fabrizio Fracassi – a parole intransigenti difensori del verde pubblico quando erano minoranza consiliare – nei fatti, oggi che siedono al governo cittadino, sono diventati molli come fichi molli e in empatia con i cementificatori?
Come mai si continua a costruire su ogni zolla verde di territorio anche se a Pavia dagli anni Settanta a oggi si sono persi oltre 17.000 abitanti? (nel 1971 eravamo 88.839; oggi siamo 71.400); carte alla mano, si sarebbero liberati circa 2.500 appartamenti, in parte sfitti, in parte affittati in "nero" agli studenti: una tracimante rendita parassitaria, la terza "industria" dopo l’università e l’ospedale.
Più che case di lusso come quelle progettate addosso al corso d’acqua della Vernavola, non servirebbero lussuose case popolari e il recupero delle abitazioni già costruite? A Pavia ci sono 819 famiglie in lista d’attesa. Nella provincia 411 appartamenti dell’Aler risultano sfitti e male in arnese (150 nella sola Pavia), e l’Aler non ha i soldi per ristrutturarli e renderli abitabili. E sapete perché? «Perché – rileva Giovanni Galliena – l’Aler spende decine di migliaia di euro in consulenze per problemi che potrebbero essere risolti con l’esperienza dei propri dipendenti». Alla denuncia del membro del consiglio di amministrazione Galliena sono forse da collegare altre irregolarità in emersione: ad esempio, i rimborsi spese pretesi dal suo presidente, il leghista Franco Zecca, indagato per truffa dalla Procura pavese. Contemporaneamente, più del 25 per cento degli inquilini Aler versa in condizioni economiche particolarmente disagiate a causa della crisi e non sono più in grado di pagare regolarmente l’affitto.
Ad alimentare il consumo di suolo è una impostazione culturale figlia di un modello di sviluppo che ignora i limiti fisici dell’ambiente. L’arrogante senso d’impunità di questa classe politica autoreferenziale (senso d’impunità alimentato dalla scarsa vena investigativa sin qui dimostrata dalla Procura pavese) nella provincia di Pavia in quarant’anni ha provocato l’urbanizzazione di 13.085 ettari di territorio vergine agricolo e forestale, equivalenti a 19.000 campi di calcio. Nell’arco di cinquant’anni lo spazio occupato da abitati e case è quasi raddoppiato, passando dal 3,4 per cento al 9,3 per cento del territorio (una velocità e una percentuale che in Lombardia è inferiore solo a Milano). Sono terreni tra i più fertili del mondo, una risorsa ambientale, paesaggistica ed economica di valore strategico.
In Italia, in soli 15 anni il "partito del mattone" ha urbanizzato 3.663.000 ettari di suolo, nonostante la disponibilità di 28 milioni di case (2 milioni delle quali abusive, con una evasione fiscale di oltre 3 miliardi di euro!): il 17 per cento del territorio nazionale, una superficie pari a Lazio e Abruzzo insieme. In testa troviamo Liguria, Calabria e Campania, regioni ahinoi governate dal centrosinistra, regioni devastate da speculazioni impressionanti, regioni per le quali l’ambiente non è stato considerato come risorsa ma come intralcio alla crescita del loro Pil di riferimento: quello in quota alle mafie ingorde, che riciclano il denaro nell’edificazione e nella compravendita di immobili.








pubblicato da g.giovannetti nella rubrica democrazia il 9 marzo 2010