Un sogno probabile

Dario Borso



È noto che, alle nozze celebratesi in Vicenza il 29 agosto 1957, Giovanni Comisso fece da compare a Goffredo Parise, donandogli per l’occasione un anello composto di: giada da lui medesimo acquistata decenni prima in Cina raffigurante un libro + montatura d’oro ottenuta per fusione dai pennini delle varie stilografiche con cui aveva scritto le sue opere. Meno si è meditato invece sul senso del dono, peraltro inequivocabile: l’ultrasessantenne Comisso passa le consegne "tecniche" al giovin pupillo, indicandogli pure la meta (ché Parise, manco a farlo apposta, raggiungerà la Cina anni dopo).
Questo bisogno di figliare, così classicamente pederastico, fu una costante del trevisano, il quale già nel ’47 aveva battezzato in casa Giuseppe Berto, patrocinandogli Il cielo è rosso. Certo però che quello con Parise fu un gran colpo di fulmine se, giusto terminata la lettura del freschissimo Prete bello, Comisso si precipitò a Vicenza per incontrare l’autore, ahimè assente.
L’incontro tuttavia era solo rimandato di poco: a metà luglio del ’54 infatti Comisso presentò Parise in un convegno a San Pellegrino Terme, dove esaltò gli svolgimenti di una linea veneta che, originatasi dalle relazioni degli ambasciatori della Serenissima, pei lombi congiunti di Nievo e Comisso stesso era giunta a… Goffredo, appunto.
Da quanto s’è detto, è chiaro che il Parise amato da Comisso fu quello del Prete bello, mentre attenzione minore e solo retroattiva gli destarono i due romanzi precedenti, Il ragazzo morto e le comete e La grande vacanza. Si può ora aggiungere che anche in seguito sarà così, nel senso che i due successivi, Il fidanzamento e Atti impuri, nulla aggiungeranno alla stima, mentre l’ultimo, Il padrone, d’ambientazione milanese (non dunque vicentina come gli altri) e impostazione roman-moraviana, toglierà assai, e non solo alla stima ma ancor più all’amicizia.
Non che fossero mancati screzi anche prima, e uno piuttosto grave nel ’60, quando Comisso tentò d’imporre alla Longanesi Il soldato nudo di Giampiero Bona, romanzetto su un’iniziazione in caserma che Parise reputò "non eccezionale" scatenando le ire del mentore. Ma fino al ’63 l’amicizia tiene, nutrendosi per varie vie dell’humus veneto; e a dimostrarlo è un secco scambio epistolare a cavallo tra il ’61 e il ’62.

Nell’unica lettera a Parise in assoluto che ci sia rimasta (e ringrazio Manuela Brunetta d’averla scovata, entro un volume della biblioteca parisiana di Ponte di Piave), Comisso il 22 dicembre 1961 scrive: "Sono stato a Vicenza con Alfredo e il Conte Perusini, il quale deve fare pubblicare un libro di ricette della cucina friulana compilate da sua madre, presso Neri. Neri mi à fatto vedere tutti i libri stampati da lui: una meraviglia. È straordinario. Poi tutti assieme li ò portati in Corso Padova 18 dalla mia vecchia amica Guerrina De Vettori. Prima cosa la casa (la stamberga) dentro al cortile di un vecchio palazzo (che lo stesso Scapinnon conosceva) fece a tutti gridare, io in testa: questa è la Vicenza di Edo. Tu avessi visto, ossia tu l’ài già visto. Cumuli di biciclette vecchie, ballatoi, gente povera di famiglie che si odiano tra loro, brave massaie, mistiche e puttane, saffiche diventate idoli delle giovanette, lei poi, la Guerrina, che non si sapeva se era uscita da un manicomio, da un carcere o da una emigrazione in Svizzera. Di una memoria limpidissima ricordava tutte le lunghe estati calde passate con lei a Vicenza negli anni della guerra. Tutte le sue amiche che concedeva a noi, ora sono oneste donne con 7 o 8 figli. Pensa in questa sua grande stanza a piano terra: una poltrona settecentesca che offriva a tutti, un alberetto di natale, tre letti disfatti, un tavolo con bicchieri sporchi bottiglie e fiaschi vuoti, un’aringa salata. Su una sedia un catino con acqua sporca. E fuori sulla portiera in gingillo natalizio una lampadina con grandissimo paraluce di cartone pendeva dal soffitto. Diceva che ora va a messa tutte le mattine. Una donna che tu devi vedere. Legge romanzi gialli. Un grande volto tra capelli bianchi tagliati corti, grandi occhi chiari, mammelle sode e spaziose, corpo immenso. E parlò sempre lei senza una inflessione dialettale, volubile, spigliata, affettuosa, considerava Virgilio un ragazzino. Vieni su per vederla e contemplarla. Tutti erano istupiditi".
Giusto per chiarire: Alfredo Beltrame è il trattore trevigiano che di lì a poco avrebbe fondato "El Toulà"; Gaetano Perusini, etno-collezionista di Udine, sarebbe stato nel ’77 ammazzato da ignoti durante un gioco erotico; Giuseppina Pertusini Antonini avrebbe visto assai prima uscire da Neri Pozza il suo ricettario, con prefazione di Comisso; Virgilio Scapin, del quale Comisso aveva appena sponsorizzato un paio di racconti sul "Mondo", stava mollando il bar di Piazza dei Signori per farsi sempre lì libraio.

Di lettere di Parise a Comisso ne risultavano invece trentaquattro (pubblicate da Luigi Urettini e Ilaria Crotti). Ora, ispezionando il medesimo Fondo Comisso della Biblioteca Comunale di Treviso ma attingendo da un altro fascicolo, ho scovato la trentacinquesima, del 2 gennaio 1962: "Ti ringrazio delle rapide, tizianesche pennellate, fosche, cupe a tratti ma come fumiganti di incenso o fumo di vecchio focolare incrinato e cadente sotto la volta ancora più oscura e befanesca della cappa, da dove scendono i folletti nani, gobbi bitorzoluti e col cazzo enorme che rendono folli le menti delle vicentine. Conosco quella casa e quella stanza, e conosco Guerrina, e il negozio di erbivendola, sorta di teatrino, di sipario multicolore che come una scena nasconde dietro di sé quel sogno dell’interno, quel cupo allegro incubo di cui è fatto il nostro mondo veneto. Lo conosco e ora, dopo la resurrezione fatta da te e i fumi miei personali che annebbiano ricordi e precisione di particolari, mi pare sorgere dal ricordo come un antro gonfio di vecchie e ferruginose latrine, di gatti vestiti da ballerini professionisti di tango e fox trot, o da telepati e maghi di stazione termale, di seleghe dall’occhio grande bistrato, seleghe avide, querule e nascoste sotto croste di anni, di cieli e di spirali natalizie appena più giù dei tetti, e immagino la grancassa panza di Virgilio inoltrarsi in quella oscurità giallo scuro, illuminata visceralmente dalle lampadine di poche candele di prima della guerra, la panzona virgiliana coperta di gualdrappe scintillanti, berretto a corno, e Giovanni poeta con tricorno e polpe, e occhio lucente, di barone di Munchausen e il topone Neri, re dei topi del Bacchiglione che gli mantengono la sua casa editrice col rodimento ai culi delle banche che affondano nel fiumaccio lordo di preservativi, di testamenti fatti e rifatti di malattie e di feti, e il tondo Alfredo con viola d’amore, o mandolino, roseo e liscio dal labbro avido e ricevente, e la matta Guerrina troneggiante, oramai pingue sibilla del settecento veneto e la notte … la notte stellata e fredda distesa su tutto ciò, bleu di Prussia, bleu zaffiro, tagliente, e vagamente rumorosa, con sottili strisci come di diamante sul vetro.

Forse è il caso di aggiungere in coda che sélega s.f. = passero s.m. (e polpe = calzoni al ginocchio dell’Ancien Régime).








pubblicato da t.lorini nella rubrica libri il 8 marzo 2010