Infelici e contenti

Maria Cerino



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Nell’assurdità di quella situazione la prima cosa che ha pensato Maurizio è stata che quarantacinque più cinque fa cinquanta e che quindi, secondo le previsioni di quella che è stata la sua donna fino a qualche minuto prima, morirà a cinquant’anni. Come e il giorno preciso non gli è stato comunicato – magari glielo avrebbe pure chiesto se Clarissa non fosse scappata via tanto velocemente, forse per lasciare un po’ di mistero, o più semplicemente perché dichiarazioni come queste risultano essere, proprio mentre le pronunci, o troppo stronze, o troppo cretine o, comunque, terribilmente imbarazzanti –, ma considerato il tono scommette su una morte violenta. Devastante, se non altro. È indeciso tra finire sotto un treno in corsa – uno di quelli ad alta velocità – mentre si piega per raccogliere la pagina centrale del giornale (una fine da coglione, sicuro, per recuperare l’inserto d’economia che neppure legge), o malato di cancro, un cancro ai polmoni di quelli che li conti gli ultimi respiri e tanto ti soffocano che uno in più è un peso oltre il dovuto del morire. La verità è che non se l’aspettava. Cioè, che loro due si lasciassero se lo aspettava, eccome. Anzi, un tantino si è reso complice di questa fine. Quello che non si aspettava è morire. Morire per davvero – non come si muore quando si muore nel corpo e la fine la senti pure ma mica lo puoi dire Sono morto – immaginandosi un uomo di cinque anni più vecchio – furba, la Clarissa. Mica scema da dire tra un mese o tra dieci anni, sarebbe stato inverosimile pensarsi di tanto più vecchio o sentirsi pronto al macello così in anticipo sui tempi – è una prospettiva tanto vera che lo inquieta. Soprattutto adesso che avverte il peso sullo stomaco di quell’abbandono. Ora come ora non uscirebbe sul balcone per urlarle dietro Ma che idiota sei, non ti vergogni della stronzata che hai detto? No, uscirebbe sul balcone – rischiando pure di prendere un bel colpo di freddo, come se la salute non è già quella che è, e lo sappiamo – per gridarle con tutta la rabbia annidata tra le tonsille Ma che donna sei a lasciare uno che sta morendo? Eh, sì, perché Maurizio ora lo sente che sta morendo. Di più: ne è convinto. E pensare che ne avevano fatte di ipotesi, loro due, sulle loro rispettive morti. Lui finiva sempre col dire che lei non sarebbe morta – oggi sa che uno tanto più vecchio non riesce ad immaginarla la morte di uno tanto più giovane perché è un po’ come camminare sulle mani, non è detto che non ci riesci, solo che non è naturale – anzi, era bella (sente un leggero imbarazzo adesso che quasi deve morire – è un quasi morto, ecco – per la banalità di certe sue affermazioni, o addirittura convinzioni, come quella di porre il bello come zona franca di qualsiasi altra categoria). Clarissa, morto o meno di ogni morte, si sarebbe presa cura di lui. Non si spingevano nella descrizione di una specifica malattia ma avevano due certezze: la pancia e le calvizie di Maurizio. A letto gliela tocca, la pancia e ridono del futuro peso. Adesso quasi sorride per la dolcezza, un secondo e il buco dello stomaco fa come per aprirsi fiducioso e leggero. Senza neppure accorgersene Maurizio ha vomitato la cena sul tavolino del salone. Sto morendo.
Clarissa l’ha conosciuta più di due anni fa, a un bar mentre ordinava ad un cameriere dell’Est europeo del succo a mirtillo, sorridendo. E lui aveva avuto quel moto di gelosia che si prova in uno spazio chiuso quando qualcuno pensa a qualcun altro presente per scopare e tu tra i due sei il terzo. Allora le aveva parlato; alla seconda uscita lei non era stata niente male con il sesso orale e quindi se n’era innamorato. Che stia pensando, proprio ora che sta quasi morendo, al cameriere (mirtillo, lo chiama) non è casuale. Mirtillo ha meno di trent’anni, come Clarissa, e scommette che se fosse stata con lui – o se Maurizio fosse stato lui, negli anni – non avrebbe avuto questa cattiveria qui di misurargli la morte. Mentre s’interroga sull’effettiva età del cameriere (la porta in avanti di due anni e mezzo) si rende conto di quanto tempo rimanga ancora a Clarissa per bere il succo di frutta a un tavolino e sorridere senza sembrare patetica e si sente – con la gola che si incarta – geloso di quella gelosia tra sconosciuti come quel giorno in cui ha rischiato di essere il terzo. Ha come un prurito all’inguine, una leggera eccitazione. Uscirebbe sul balcone per intimarle – se la vede già davanti, sotto sulla strada, mentre ancheggia su quei tacchi troppo alti – di tornare indietro, che se ci prova a sedersi al bar gliele rompe le gambe, altro che quella volta che l’ha solo spintonata e lei si è pure messa a piangere in mezzo alla gente. Torna subito sopra e no che non ci lasciamo, ora ti spogli e ti mordo tra le gambe. La prende da dietro, le assesta schiaffi sui fianchi. (Si danno buffetti sul culo delle amanti, perché si ricordino che c’è una dipendenza esterna al piacere – fantastica – si richiami la loro attenzione, gli si apra la pelle, gli si eviti di diventare un punto addormentato dove possono sì ospitarti e godere ma non riconoscerti. Persino quando gli si dice all’orecchio genericamente Sei la mia troia, la mia puttana, io solo ti scopo – e glielo direbbe, come glielo direbbe a Clarissa, adesso – tutto quello che si desidera è che il godere non le allontani troppo. E ugualmente dal canto loro, le amanti, smaniano d’essere violentate: non vogliono ritirarsi in un punto preciso dove è impensabile che possa nascer qualcosa. Ecco come le più grandi mignotte ti comunicano un’impazienza di figlio e ti tengono stretto in un capezzolo e improvvisamente hai voglia di dire Mamma. Si accorge, però, che Mamma a Clarissa non l’ha mai detto, le ha confidato – al massimo – di voler mangiare dal suo seno. E Clarissa quella notte lì ha pianto a causa dell’aborto, si è messa un dito in bocca per soffocare il dolore e lui l’ha stretta aspettando che passasse e al risveglio hanno bevuto il cappuccino come se nulla fosse.)
Ha paura di tutto, la ragazza. Maurizio ha creduto più volte che oltre ogni cosa Clarissa temesse la vita, la piccola gioia di non morire. Magari gli ha augurato di crepare come qualcun altro può augurarti di vivere a lungo, con la stessa generosità umana. Chissà. È certo che lei non resisterebbe a lungo, lì fuori e sola. Un giorno gli ha scritto che doveva diventare suo marito Perchè la mia vita è troppo grande, troppo bella, troppo drammatica, troppo asfissiante, troppo inquieta, troppo sensata con te dentro. Ho bisogno della tua presenza costante per sopravvivere a tutto questo. E lui si era tirato indietro. Adesso è tutto diverso, adesso Clarissa è una quasi vedova che va consolata. Adesso Clarissa ha un motivo per avere davvero paura. Adesso Clarissa ha ragione ad aver fretta, è ragionevole temere il peggio ora che è certo che tra cinque anni la lascerà per sempre, finito tutto, abbandonata a se stessa. Adesso Clarissa ha diritto di pretendere perché lei rimane mentre lui inconsapevolmente viveva e conosceva la prima versione della morte. Cosa avrebbe fatto mai se non ci fosse stata lei a spiegargli tutto questo?
Maurizio non infila neppure la giacca – la salute, oramai è certo, è tardi per preservarla – e corre verso la strada. Serviranno pochi minuti per raggiungere Clarissa. Altri pochi minuti per riportarla a casa.








pubblicato da s.nelli nella rubrica racconti il 5 marzo 2010