Contrasto dell’uomo e della donna

Fabrizio Sinisi



Volevo sobillare in te la vita,
quel sole scrupoloso che ti fece
nuova ed eterna un attimo, infinita.
Appoggiata al comodino di pece,
la luce ti scalpò la cute, ti
sfolgorò le ossa. Poi si sfece.
E forse solo io lo ricordo. Qui –
potrò tornare a dirti: è stato qui.

*

A lungo ti ho aspettato (ero gelosa)
in quel sole, quella grazia feroce
che mi rendeva brutta, e clamorosa,
insostenibilmente viva. Cuoce
qualcosa in noi la luce che di sera
ci crocifigge gli occhi. Quella croce
che mi scaldò la fronte: una pantera
dolcissima, un amore, ecco cos’era.

*

Se crepita la carne per amore
del cielo tu non spaventarti: succede
che il corpo si dimentichi il suo errore
e strepiti e reclami la mercede
dei vivi: un’infinita nostalgia
di entrare in quel non possumus che eccede
dal tuo spartito. E non so cosa sia
questa brace, in cui tu non sei più mia.

*

E così via. Non serve proseguire.
Eppure qualche cosa ci rovina
questa disperazione, ci fa dire
che non è interminabile, è divina
questa insoddisfazione che ci sale
nelle costole come una slavina
violenta e tenerissima, carnale,
che più ci risolleva e più fa male.

* * *

da Contrasto dell’uomo e della donna, CartaCanta, Forlì 2014.


Ho chiesto a Fabrizio Sinisi di scegliere le ottave che preferiva e che riteneva più rappresentative di questo poema-dialogo maschile-femminile. Sono d’accordo con la sua scelta, ma ne aggiungo altre tre. [T. S.]

* * *

Lungo le scale di via Tre Cannelle
salivi ansimando. Senza pensarci
ti sei voltato, hai detto: «A Centocelle
c’é una scalinata uguale. Vuoi andarci?».
Io ti guardavo, ma senza capire.
Che gioia avevi negli occhi. «Vuoi andarci?»,
ho ripetuto, esitando. Morire,
volevo. Siamo tornati a dormire.

*

Chiamano estate l’eterno patema
di rimanere nel corpo, inchiodati
ai tendini, alla carne. Ci si strema
ad abitarci ancora, abbarbicati
ai malleoli tenui, alle nostre ossa
flebili, alle giunture, arrampicati
dalla vita: la furia; la commossa
combustione dei nervi – la sommossa!

*

Credevo fosse tuo quell’aspro odore
che mi restava a lungo nelle dita
e solo ora ho saputo che il sudore
che mi raschiò le labbra alla Salita
del Grillo non era il tuo: era il mio.
Mi sono chiesto quanto della vita
che credevo la tua fosse il pendio
di me dentro di te, nel tuo fruscio.

* * *








pubblicato da t.scarpa nella rubrica poesia il 30 luglio 2014