Tangenziali

Silvio Bernelli



"Yoga" in sanscrito significa "congiungere", "unire". L’antichissima filosofia indiana si propone infatti di collegare in una sola entità corpo e mente, essere umano e universo. Una disciplina del pensare e dell’agire, e anche del non-pensare e del non-agire, che ha tra i propri convincimenti quello che l’organo più importante del corpo umano non sia il cuore, e neanche il cervello, o il fegato, e nemmeno il pancreas o i polmoni, ma la pelle.
La pelle è il confine tra l’uomo e il mondo ma è anche il tramite tra l’uno e l’altro, la cerniera sensoriale che ci connette con la realtà. È il luogo dove, tramite arrossamenti, dermatiti e infezioni, il corpo sfoga i guai che lo minano dall’interno. Se la pelle è malata, l’uomo è malato. Stesso discorso si potrebbe fare per le città, in particolare quelle più grandi, che hanno anche loro una pelle, la sottile pellicola che definisce per convenzione lo spazio urbano: è la tangenziale, il sistema di innervature stradali ad alto scorrimento che delimita il territorio cittadino. Un luogo che da un po’ di anni in qua è stato eletto posto d’osservazione privilegiato di un certo movimento letterario. L’esempio più noto è quello di Ian Sinclair che, nel 2002, con il suo London Orbital, raccontava il suo giro a piedi lungo la M25, l’autostrada che fa il giro intorno alla sconfinata Londra. Una prova di resistenza intellettuale alla presunta non-raccontabilità dei filamenti urbani, i cosiddetti e da tempo superati nella concezione non luoghi di Marc Augé, che deve parecchio alla psicogeografia di Guy Debord. Una filosofia dello scrivere e del camminare che si fa forte dello sguardo avido di storie del Chatwin più celebrato di In Patagonia e Le Vie dei Canti, e sceglie come oggetto dell’osservazione quello del Ballard visionario dei primi anni ’70, l’autore di Crash soprattutto, ma anche del meno noto L’isola di cemento.
A questo filone letterario si ispira Tangenziali - Due viandanti ai bordi della città scritto a quattro mani da Michele Monina e Gianni Biondillo, appena pubblicato da Guanda (17 €). Scrittore e giornalista musicale il primo, romanziere e architetto il secondo, Monina e Biondillo vivono a Milano, ed è proprio il cerchio, anzi il triangolo delle superstrade che assediano Milano, il soggetto della loro osservazione. Costruito a capitoli alternati a firma dell’uno e dell’altro, il libro narra il cammino dei due scrittori, e di qualche amico che ogni tanto li accompagna, lungo la striscia d’asfalto che cinge la megalopoli meneghina.
Nel racconto di Biondillo e Monina capannoni industriali e caseggiati si alternano a incolti fazzoletti di verde, alberi usati come tiro a bersaglio dai tossici con le loro siringhe, e poi ancora improbabili campi da golf, giganteschi svincoli, viadotti colpiti dalla putrescenza del tempo, industrie abbandonate, giganteschi complessi residenziali. E alla fine del viaggio Biondillo e Monina consegnano al lettore la cartolina di un paesaggio radicalmente cambiato nel corso di un pugno di decenni. "La città era circoscritta, definita, limitata, lo sfondo naturale era il paesaggio. Qui invece sembra che lo sfondo sia l’eterna città, la metropoli, per alcuni geografi la megalopoli che parte da Torino e arriva a Venezia" scrive Biondillo in uno dei passi più illuminanti del libro.
Quello messo insieme da Monina e Biondillo è insomma il racconto dell’inesausto crescere della città, ma anche di una follia speculativa e di un disordine mentale prima ancora che istituzionale, che diventano metri, chilometri, decine di migliaia di chilometri quadrati.
Lo spazio intorno alle tangenziali è senza fondo né bellezza, ma è anche ricco di curiose occasioni di racconto, perfetto per guardare alle nostre città e agli organismi cementiferi che sono diventate. È lo stesso scenario dei racconti a temperatura sottozero di Giorgio Falco in L’ubicazione del bene, dell’Asse Mediano di Napoli raccontato da Giuseppe Montesano, della tangenziale torinese delle prime schegge narrative di Dario Voltolini. Un luogo che rappresenta fisicamente l’etica ingovernabile e franante del Paese che è cresciuto intorno alle grandi città italiane. Un Paese ormai condannato al cattivo gusto senza possibilità di redenzione.








pubblicato da g.fuschini nella rubrica libri il 28 febbraio 2010