Strane cose, domani

Grazia Verasani



Come nella copertina di questo decimo romanzo di Montanari, Danio, il protagonista di Strane cose, domani (Baldini Castoldi Dalai), è un uomo che gira con la proprio ombra a mo’ di guardia del corpo, e l’ombra è anche il suo incubo ricorrente, quello che di notte gli fa sognare il Ragno, personaggio equivoco finito in un pozzo quando Danio era bambino, e simbolo di un rimorso che è al contempo incolpevole e inespiato. Il vitalismo egoistico di Danio adulto si mescola al travaglio dei suoi “crimini” benintenzionati; con paraculaggine d’ordinaria amministrazione, ma senza farsi sconti o compiacersene, Danio è un traditore consapevole: tradisce la moglie, tradisce l’etica professionale (è uno psicoterapeuta che va a letto con le pazienti), tradisce Chiara che è troppo solare, troppo “do maggiore”, per infiammarlo anima e corpo e, in ultimo, si innamora della giovinezza di Federica, una diciottenne che abbandona diari sulle panchine come “fiori del male” che celano grida di aiuto, pudichi e sanguinanti S.O.S., a cui la maledetta saggezza di Danio non può resistere. Non sa ancora, però, che il rivale in amore è Tommy, suo figlio, e che la tentazione di proteggerlo, senza per questo sentirsi un uomo migliore, potrebbe essere la causa di un suo possibile riscatto.
Pedinato da un detective che ama la cucina cinese e che fa le veci della sua coscienza, non dovrà scontare altra pena che quella del senso di colpa (ancestrale, a-laico) ed essere in grado, anche, di ribellarsene, dato che è il prezzo da pagare quando si è spietatamente sinceri con se stessi, e quando essere uomini (fallibili, fragili, persino bastardi) non significa né autoassolversi né mettersi in croce.
In Strane cose, domani coesistono alcune “ossessioni” poetiche proprie di Raul Montanari: la lucidità crepuscolare dell’età matura, la perdita dell’innocenza, la doppiezza dei sentimenti, la carnalità, temi che formano una sorta di elegia dell’ambiguità, dove è proprio dall’ombra che esce quella luce forte capace di illuminare sia il peggio sia il meglio di noi, quasi fosse un “pasto nudo” che occorre imparare a digerire, se non si vuole essere né ipocriti né irresponsabili, e per ritrovare una dignità anche nella sconfitta o in un mancato lieto fine dove la verità più amara è sempre meglio di una sdolcinata e manicheistica finzione.








pubblicato da t.lorini nella rubrica libri il 24 febbraio 2010