Confini interni, confini esterni

Giorgio Fontana



Via Padova, Milano, un lunedì qualsiasi, ore 20:00. Lo sciame dei colletti bianchi delle due o tre aziende della zona è passato da tempo. È sufficiente una passeggiata da Loreto all’incrocio con via Giacosa per rendersi conto di essere l’unico italiano in giro. Le insegne sono cinesi, sudamericane, iraniane, egiziane: i volti per strada le rispecchiano per intero, con poche variazioni sul tema.
Ahmed ha trentun anni e vive qui da un paio; lavora in un kebab e la sera è uno dei tanti che gironzolano mani in tasca per la strada, in compagnia di amici. È tunisino. Dice che è già stato intervistato un paio di volte, come se avesse sempre qualcosa da raccontare e invece, ride, non ce l’ha. Ma la fame di cronaca è forte, in questa via.
Liang è nato qui da genitori cinesi: seconda generazione, uno dei tanti buchi della cittadinanza italiana. Diciassette anni, la sera lavora al bancone del bar dei suoi. Beviamo un caffè, dice che vorrebbe andare a vivere a Roma. Milano fa schifo. Come dargli torto?
Olena, ucraina, abita a Rho ma fa la badante a una signora della via — un destino che ormai suona legato alla sua nazionalità. Ha studiato lingue e per ora tira avanti così, e manda soldi e cibo ai parenti in patria.
Vite uguali a tante altre, come abbiamo imparato a conoscerle da tempo: ma qui non si tratta di vite. Si tratta innanzitutto di confini.

I confini. All’inizio sembra una banalità: delimitano un luogo, lo differenziano da un altro: qui l’Italia, là la Svizzera. Su questi confini, l’Europa come espressione geografica ha cominciato a mostrare dei cedimenti. Prima sono state le Repubbliche Baltiche, tradizionalmente legate al blocco russo. Nel 2007 è toccato a Romania e Bulgaria. E ora, la Turchia come membro candidato all’Unione solleva polemiche radicali: da secoli il Bosforo è un confine quasi naturale, e alcuni si chiedono se la cultura turca possa essere assimilata a quella europea. Il primo febbraio 2010 Silvio Berlusconi, in visita a Gerusalemme, ha forzato ancora più la mano ribadendo il suo "sogno": Israele nell’Unione Europea.
Naturalmente, qui si tratta in primo luogo di economia. L’UE non nasce come agglomerato culturale ma come figlia dei parametri di Maastricht. Eppure, certe perplessità sembrano di primo acchito comunque pressanti: da un punto di vista linguistico e sociale, fino a che punto è giusto spostare il confine a est? Ora più che mai appare necessario ripensare l’Europa come concetto non solo federativo.

Ma a mio avviso, questo tipo di ripensamento arriva troppo tardi. I confini dell’Europa sono infatti interiorizzati già da tempo. Sono i volti di Ahmed e di Liang e di Olena a ricordarlo. Al di là di ogni discorso su "paesi candidati", "paesi in entrata" e futuri ampliamenti, l’Europa ha già creato dei nuovi limiti interni da superare, sacche prigioniere di una cultura dominante, quartieri lager, Europe di seconda classe nelle città e periferie dell’Europa "reale". La stessa via Padova è considerata un mondo, a Milano: una sorta di bolla a sé stante.
Più in generale, gli impressionanti flussi migratori degli ultimi decenni danno una risposta semplice al problema dell’identità europea: contaminandola fino alla radice.
Certo, è una risposta "semplice" e proprio per questo parziale. E tuttavia, quello che nell’empireo del pensiero è ancora un fattore da valutare, nella vita di ogni giorno è qualcosa che accade ovunque, e si sviluppa in maniera crescente.

La rottura dei confini interni — che si voglia o meno accettare — ha dunque preceduto quella geografica, puramente esterna. Non siamo più europei nel senso in cui lo eravamo prima, se mai lo eravamo stati: non possiamo esserlo, quando i nostri figli vanno a scuola con figli di extracomunitari, siano essi turchi, cinesi, ucraini o cileni.
La nostra storia — dalle Termopili al blocco comunista — è attraversata da un manicheismo silenzioso fra un Occidente più o meno illuminato e democratico e un Oriente più o meno caotico e autoritario. Forse è arrivato il tempo di riconoscere che tale manicheismo non è un problema radicale, ma un relitto del passato.
L’Europa come espressione di culture può rinascere sotto nuove forme, e già rinasce sotto nuove forme ogni giorno, senza attendere benedizioni dall’alto. In questo senso, il gioco retorico fra i nemici delle "minacce esterne" e i sostenitori dei "preziosi contributi dell’Oriente" andrebbe forse svuotato invece che alimentato. L’illusione di una "fortezza Europa" da preservare o ampliare lentamente si rivela così per quello che è: un’illusione.
Per chi cammina lungo via Padova, il confine classico è già infranto e sopra i cocci corrono tanti piedi diversi, tanti piedi europei. La sfida autentica è quella di riconoscerli e valorizzarli. Combattendo le nuove forme interne di difendere ciò che non in realtà non ha più senso d’essere.








pubblicato da a.tarabbia nella rubrica emergenza di specie il 10 febbraio 2010