Colite ulcerosa a Santo Stefano

Maria Cerino



A venti anni se hai un basso elettrico lo suoni senza preoccuparti che sono le quattro di pomeriggio ed è Santo Stefano e qualcuno magari dorme al piano di sotto perso in un torpore da troppo cibo, troppo alcol, inutili chiacchiere tirate fino a notte fonda quando i bambini e i vecchi hanno smesso di piegare il collo portando la testa avanti o indietro (tenendo la bocca aperta un po’ di lingua fuori riuscendo a russare in un meccanismo anatomicamente inspiegabile, visto che respirano con la bocca e hanno tanto di bava), hanno abbandonato il divano per andare a letto, e poi Ti è piaciuto il regalo? Sì, come no, ne avevo proprio bisogno. Mentre per i quarantenni che ne avrebbero eccome voglia di urlare Vattene via, proprio oggi, cavolo, proprio oggi non ti sopporto per niente, togliti davanti con le tue premure del cazzo che è Natale sì, ma cosa vuoi che conti, cosa vuoi che cambi, rimangono fermi in quel torpore lì così inumano, neppure lo sentono il frastuono del basso del figlio di Giacomo – come cavolo si chiama – che a ventidue anni e dieci di lezione non è in grado di suonare decentemente (direbbero da cristiano ma nella settimana natalizia cristiano suona troppo lezioso o troppo vecchio, o semplicemente troppo) e ripete all’infinito una scala di The wall. Cosicché invece di pensare all’albero addobbato, alle luci, al figlio di Ester che la sera prima hai tenuto in braccio, e sapevi che avresti dovuto guardarlo, fotografarne il viso, le espressioni – tipo le labbra tirate in giù di un secondo in anticipo sul pianto – perché ti toccherà vederlo crescere e dovrai dargliene conto quando si volterà in attesa di vederti annuire, dopo che glielo avranno raccontata gli altri – la madre e la zia più giovane in primis – la faccia che aveva a un mese e mezzo di vita, e invece di guardarlo, appunto, hai chiuso gli occhi e hai annusato il suo odore come se non avessi che atteso di bere latte da sempre e preso dal profumo di neonato hai pure taciuto la stranezza degli spasmi delle piccole gambette e braccine, alternati e isterici quasi, dimostrandoti ancora una volta lo stronzo ignobile che sei, solo che avevi proprio bisogno che quella creatura fosse una sensazione bella e nient’altro. Cosicché invece di pensare alle tette di Ester dal poco latte e farla arrivare per la strada maestra l’impressione di dover morire adesso, in un attimo imprecisato dopo le sedici del giorno di Santo Stefano, ti è entrata nel cervello l’immagine dei piccoli alunni mandati al macello con la testa di porci. E a un tratto la fine è così assurda che neanche è vero che si muore.
Da dove sei, sbracato sul divano, riesci a intravedere la sagoma di Luciana mentre prepara il caffè all’americana, ha soffiato nella tazza per pulirla e la polvere nera le è schizzata nelle orbite, da dieci minuti non fa che strofinarsi gli occhi, tutto questo per cambiare la tazza vecchia (quella che usa di solito da oltre tre anni) con quella nuova che ha da poco scartato. Senti gli anelli di calamari fritti salire l’uno sull’altro fino alla gola girando intorno alla tiroide come una catena che tira verso il basso l’aria, fino ai piedi, anzi al centro del culo visto che sei disteso, e il cibo metà digerito monta verso l’alto per lasciare spazio. L’aria accompagna il mangiare già melmoso nei pressi dell’uscita posteriore con una forza tale che ti ritrovi nel bagno senza aver neppure deciso di alzarti.
L’aria e i medaglioni di spinaci amalgamati alle polpette vengono fuori come un soffio d’acqua e nell’avvertire un crampo lancinante, un pizzico alla sfintere, quando ormai è passato mi sento sollevato. Mi tiro su dalla tazza e – cosa che faccio sempre in forma di abitudine mai ratificata – guardo nel water e vedo che la mia merda è ricoperta di sangue. Avvicino la testa per capire che rapporto passi tra i resti del cibo di due giornate e il mio sangue, cioè chi ha accompagnato cosa da dentro a fuori, se il mangiare incattivito ha violentato il mio corpo a tal punto da punirlo, da trascinarsi con sé verso la propria fine con quel poco di cui poteva appropriarsi in una corsa violenta, o se invece le mie interiora abbiano mandato qualcosa a dire. Mi pulisco rimanendo a tre quarti e spio sulla carta igienica: la quantità di feci è di gran lunga superiore e il colore rosso è una leggera sfumatura ai bordi. Mi sento rassicurato, do un’altra sbirciatina e poi scarico lasciandomi la patta aperta mentre raggiungo il divano.
Luciana ha aperto le tende, fuori piove. Guarda oltre i vetri sorridendo, si gira verso di me e io so bene cosa significa quella gioia muta che le ha cambiato i lineamenti decisi del volto. Per lei dietro le luci attorcigliate alle balaustre dei balconi ci sono famiglie felici divise in due adulti che dormono in poltrona con il telecomando del televisore uno e quello del digitale l’altro, bambini che giocano con i regali ricevuti il giorno prima e donne che lavano i piatti raccontandosi pettegolezzi stupidi. Gente che digerisce l’euforia e la trasforma in qualcosa di paziente e duraturo. Quella gente che prende un giorno come la sintesi di un anno e festeggia e riposa e mangia e parla e progetta.
Tutt’al più io riesco a notare un uomo sulla quarantina che scende con ansia le scale e parla al telefonino infilandosi la giacca e aggiustando il bavero alla meno peggio. Ha la camminata di chi si guarda le spalle intimorito e un po’ corre e un po’ è lento tanto è la fretta di fuggire quanto è immobilizzante il terrore d’esser scoperti, sembra che ce l’abbia pronta intorno alle labbra la frase da ripetere qualora la moglie venisse fuori al balcone e gli chiedesse dove deve andare, Faccio due passi non riesco a digerire. Luciana è tutta presa dalle ombre che intuisce oltre le finestre e non nota l’uomo che fugge. Ho la tentazione di indicarglielo ma sarebbe come confidare a un bambino di cinque anni che Babbo Natale non esiste, rimango in silenzio e accompagno, finché riesco a vederlo, il tizio. Ma anche quando ormai è scomparso dal mio campo visivo non riesco a distrarmi da lui, dalla sua storia. Lo immagino mentre sale altre scale con l’asma e entra da una porta lasciata socchiusa, lei gli si stringe dentro le braccia, non si dicono niente per un paio di minuti, poi lo scaccia come se quella di abbracciarla fosse stata un’idea tutta sua non autorizzata. L’uomo le dice Neanche gli auguri, la ragazza inizia a piangere allora si abbracciano di nuovo e insieme, muovendosi verso il letto in un appartamento tutto buio senza raccontarsi niente. Mia moglie si tocca la pancia come se stesse esprimendo un desiderio con un sorriso disteso e conciliante, le luci delle balaustre le accendono lo sguardo e mentre si volta di nuovo verso di me, prima che possa vedermi, chiudo gli occhi e simulo un sonno profondo, perenne.








pubblicato da s.nelli nella rubrica racconti il 28 dicembre 2009