Con un piede impigliato nella storia

Teo Lorini



Con un piede impigliato nella storia (Feltrinelli, pp. 267, euro 17) è il racconto di una bambina perseguitata dal peso di un cognome ingombrante. Dalla maestra che le chiede se "quel Toni Negri di cui parlano i giornali" è proprio suo padre, al compagno di scuola che viene da una famiglia di sinistra ma "in disaccordo" con le posizioni di Toni e per questo le copre il banco di sputi. Lacerata tra l’aspirazione a un’infanzia normale e l’eccitazione fervida che si respira in famiglia, con le riunioni che vanno avanti sino a notte tarda e i compagni che dormono in soggiorno nei sacchi a pelo, Anna si trasforma in "una piccola Zelig … impeccabile scolara cattolica con le maestre, ragazzina un po’ hippy con gli amici dei miei o bimba viziata con i nonni".
Tra uno shock e l’altro (perquisizioni della polizia, andirivieni di pittoreschi personaggi per casa, periodiche latitanze di papà Toni…) la commovente fragilità di questa trasformista bambina riesce a resistere sino al trauma peggiore, quello che cambia la vita di tutta la famiglia. Il 7 aprile 1979 scatta infatti l’offensiva giudiziaria che porta all’arresto di oltre 100 persone (studenti, sindacalisti, docenti universitari). Costoro sarebbero, in base al famigerato "teorema Calogero", i vertici del terrorismo italiano. In prigione, con l’imputazione di essere addirittura il "capo delle BR" e il gestore del sequestro Moro, finisce anche Toni Negri [1].

Questo libro non è però l’ennesimo cahier de doléance sulle ingiustizie della storia italiana recente, ma uno splendido racconto del trapasso dagli anni dell’impegno collettivo a quelli del riflusso e dell’individualismo: "L’Italia era una grande casa, piena di case amiche. Là fuori c’era un sacco di gente che, anche senza conoscerci personalmente, la pensava come noi, si indignava per le stesse cose e voleva cambiare il mondo. Era ovunque. L’incontro era sempre con un sorriso, un senso di appartenenza". Anna Negri è riuscita nell’obiettivo di "narrare ad un pubblico che non lo aveva mai vissuto il senso del vivere collettivo che si aveva in quegli anni. Io stessa l’ho vissuto molto di riflesso, perchè ero piccola e quindi non ero conscia di quanto fosse speciale, me ne sono accorta dopo, quando questa collettività è sparita".
Con il padre capricciosamente trasferito da un carcere di massima sicurezza all’altro (Rebibbia, Trani, Palmi), la madre perennemente in treno su e giù per l’Italia, Anna cerca un modo per tenere assieme la propria adolescenza. Dalla sua casa in porta Ticinese, che non è ancora il quartiere fighetto degli aperitivi ma una zona popolare con i travestiti che battono e le bische semiclandestine, Anna vede trasformarsi Milano e l’Italia. Assiste ai concerti che segnano un’epoca -il tributo a Demetrio Stratos, Bob Marley a San Siro, gli esordi di Gianna Nannini- alla morte delle radio libere, allo smarrimento di una generazione che trasforma il suo bisogno di aggregazione nel rito vacuo di trovarsi a consumare in bar sempre più lussuosi.

Anna Negri racconta questo snodo con una scrittura vivida e intensa, ma non si sottrae nemmeno a valutazioni critiche importanti ad esempio sul dilagare del pentitismo all’indomani del 7 aprile. Nel paese dell’Innominato spicca infatti la repentinità con cui i delinquenti soi-disant ’politici’ corsero a pentirsi, autoproclamandosi "compagni che sbagliano" e imputando i loro delitti ai "cattivi maestri". Sono espressioni degne di un posto d’onore nello sciocchezzaio degli anni ’70, e nelle quali Anna Negri vede "la viziataggine, l’immaturità pretesca e cattocomunista" di chi è incapace di prendersi le proprie responsabilità ed è pronto, con singolare mancanza di scrupoli, a qualsiasi cosa per ripulirsi in fretta fedina penale e coscienza. Si pensi a Marco Barbone che, dopo aver organizzato ed eseguito l’omicidio di Walter Tobagi, si affrettò a diventare collaboratore di giustizia facendo nomi a centinaia (non di rado di innocenti) per poi finire, come ricorda Anna Negri, "a farsi sposare nel Duomo di Milano dal cardinal Martini". Una parabola simile per Aldo Brandirali, leader dell’organizzazione maoista "Servire il popolo" che si è brillantemente riciclato in Forza Italia attraverso Comunione & Liberazione. Ma questo sguardo affilato non si limita a osservare gli altri: con spietata sincerità, anzi, la Negri mette in luce sia gli errori di un padre tanto ingombrante quanto pieno di contraddizioni sia, come i veri scrittori devono fare, i propri. E così libro passa in rassegna, senza censure, tutti gli sbagli, le fragilità, il dolore di quella ragazzina sempre in equilibrio tra mondi lontanissimi e con un piede impigliato in una storia troppo grande.

Queste impressioni di lettura sono uscite su «Confronti» (n.5).




[1] Sul «teorema Calogero» e sul caso «7 aprile» è utilissima lettura il saggio di Luca Barbieri pubblicato a puntate su Carmilla.





pubblicato da t.lorini nella rubrica libri il 23 dicembre 2009