La fiducia nei giorni feriali

Walter Nardon



D’estate, nella casa di un nostro vicino, veniva a trascorrere le vacanze al mare un ferroviere in pensione che conoscevamo di vista, anche se la famiglia di mia madre diceva di conoscerlo da sempre. È da loro che ho ascoltato gli episodi di questa storia. Dato che me li sono tenuti a mente per tanto tempo, ora ho deciso di raccontarli.
Sapevamo che il Campione del Martedì, o semplicemente Martedì – come lo chiamava il nostro vicino – doveva il suo nome al fatto di essere stato in gioventù un buon ciclista, anzi, a giudizio degli esperti, "una vera promessa". Aveva cominciato, come tanti, grazie a uno zio titolare di un’officina che aveva una grande passione per il ciclismo. Era lui che il sabato andava a casa sua a prenderlo per portarlo alle gare, ed era sempre lui che lo seguiva durante la settimana negli allenamenti. Più che altro, dopo aver fatto tutti quei chilometri "col rapporto leggero, mi raccomando", Martedì doveva rientrare in officina dove lo zio scriveva su una scheda i suoi progressi e gli indicava i percorsi da affrontare il giorno seguente: "Misti, tu vai forte nel misto". In effetti, erano cominciati ad arrivare anche alcuni, piccoli successi. Prima qualche piazzamento, poi una, due vittorie.
Le cose continuarono più o meno nello stesso modo, talvolta con successo, per tutta la giovinezza, finché non passò da juniores a dilettante (e bisogna dire che a quel tempo non è che passassero in molti). Essere un dilettante non era più uno scherzo. D’altra parte, lui era cresciuto e i suoi non la finivano più di chiedergli se avesse voglia di fare sul serio col ciclismo. Suo zio ormai lo seguiva da lontano – aveva un direttore sportivo – andava ogni tanto ad aspettarlo al traguardo. Comunque andasse la gara, era sempre contento.
È strano come la vita, sulla soglia di un’esistenza ragionevole, possa sempre riservare qualcosa di inatteso. Negli ultimi tempi, non solo in gara, ma anche negli allenamenti si era accorto di un fatto singolare: andava forte il martedì. Nelle corse a tappe di una settimana (ne aveva già fatte due), si trovava a suo agio, sapeva di poter far bene, ma il dato, soprattutto, era questo: il martedì si sentiva un altro. Così, durante la prima settimana era andato in fuga quando mancavano ancora quaranta chilometri al traguardo e non lo avevano più ripreso. L’altra volta, erano andati via in cinque, ma li aveva piantati tutti. Sempre di martedì. Non era un fenomeno comune, vincere in questo modo – tanto più nei dilettanti, quando tutto si fa più difficile – perciò era contento di aver fatto questa scoperta, anche se si dispiaceva perché le gare si tenevano per lo più nel fine settimana, mentre di martedì si correva poco. Eppure, anche solo mettendo insieme queste gare infrasettimanali, avrebbe potuto aspirare ad una vera carriera.
Non faceva niente di speciale nell’allenamento, mangiava sempre le stesse cose, ma il secondo giorno della settimana si alzava con una diversa forza in corpo, sentiva, per così dire, di potersi fidare delle proprie sensazioni. Se gli veniva un’idea, qualunque fosse, poteva seguirla perché il momento era propizio. Il giorno dopo tutto tornava normale. Anche se non voleva abusare di quella condizione, privatamente, senza dirlo a nessuno, aveva fatto dei controlli: aveva contato i battiti, aveva fatto delle flessioni, si era anche pesato. Tutto normale, tranne il fatto che la mattina dopo non sentiva più nelle gambe la stessa fiducia. Così, non aveva detto niente al direttore sportivo: lo avrebbe impiegato ogni volta come gregario, mandandolo a riprendere quelli che andavano in fuga per favorire un arrivo in volata, dove primeggiava Vercellesi, il suo pupillo.
A quei tempi, rispetto agli anni precedenti, in fuga si andava sempre di meno e quando lo si faceva era solo per scopo dimostrativo: i direttori sportivi avevano capito che il pubblico amava di più l’arrivo in volata, e d’altra parte anche gli sponsor erano più contenti. Certo, con l’arrivo in solitaria la scritta sulla maglia si vedeva di più, ma questo arrivo era rischioso, capitava di rado. L’arrivo in volata, invece, con un buon velocista, garantiva una visibilità quasi quotidiana (e i premi).
Quando sentiva quella che lui chiamava "fiducia", Martedì partiva, senza voltarsi indietro. Prima si alzava un po’ sui pedali, poi, da seduto, dava vita ad una potente progressione. Filava per i campi e le periferie, in mezzo al verde, tra i condomini; gli sembrava davvero che quello sport fosse più che altro un’espressione di libertà. Stare davanti ed andare a tutta. Le discese in picchiata su di una strada tenuta sgombra apposta per lui. Fare da adulto quello che da ragazzo desiderava fare e che non gli avevano mai lasciato fare (neanche lo zio: "Vai piano quando scendi, staccali quando sali").
Ogni tanto, mentre era in fuga, pensava che in fondo suo zio aveva ragione ad essere sempre contento, a gara finita, qualunque fosse il risultato. Dove si sarebbe potuta provare un’esperienza simile? Insomma, di martedì non ce n’era per nessuno.
Alla fine del primo anno da dilettante aveva vinto quattro gare, tre di martedì e la quarta un venerdì, in cui era stato fortunato (un arrivo in leggera salita, aveva battuto in volata gli altri tre compagni di fuga).
Quello era stato un periodo felice, il primo anno, il primo e l’ultimo, perché a questo punto interviene una di quelle svolte sorprendenti che fanno, del destino di un uomo, un caso che la gente poi usa raccontare quando si incontra. Come siano davvero andate le cose, non è dato saperlo. C’è una buona probabilità che i testimoni oculari si siano inventati tutto, ed ora è forse troppo tardi per mettersi a fare un’indagine come si deve. Ricordo che all’epoca io ero un po’ cresciuto ed avevo incominciato a seguire mio padre nei cantieri. La mattina, nel furgone, ascoltavamo la radio. Io mangiavo un pezzo di pane e sognavo di diventare qualcuno. Posso dire che dalla radio non si seppe mai nulla di preciso. Non si occupavano mai troppo dei dilettanti, ma certo, se un caso così fosse davvero accaduto, qualcosa avrebbero pur dovuto dire. Ad ogni modo, a me non risulta. Molti dicono che il suo direttore sportivo stesse facendo di tutto per metterlo fuori squadra, altri che in fondo non poteva andare troppo lontano. Fatto sta che la carriera di Martedì finì di colpo e, se stiamo a sentire le voci, finì in modo sconcertante.
Si correva una gara in una provincia veneta, il Gran premio del Commercio. Lo si correva di martedì, per far contento lo sponsor che così celebrava i sessant’anni di attività dell’impresa. Si presume che anche quel giorno Martedì avesse fiducia perché, passati i cinquanta chilometri, prese il largo. Il gruppo, dietro, non si era messo subito a rincorrerlo, un po’ perché il traguardo era ancora molto lontano, un po’ per pigrizia e un po’ perché sapevano che, se era in giornata, c’era poco da fare. Sul terreno mosso, con alcune salite impegnative, Martedì aveva guadagnato quasi cinque minuti sugli inseguitori. Qui accadde qualcosa che non è facile ricondurre alla cronaca e che forse è stato bagnato nella leggenda. Al termine di una leggera salita, dopo la discesa dall’ultimo colle impegnativo della giornata, si incontrava un piccolo paese di case sparse. All’ingresso del paese, c’era un piccolo capitello bianco, di quelli che spesso si vedono lungo le strade. Qui, non si è mai capito per quale ragione, Martedì si fermò, scese dalla bici e si mise in ginocchio a pregare. I pochi abitanti del paese che erano accorsi sulla strada per vedere i ciclisti lo presero per matto. I giovani e i ragazzi non la finivano più di ridere, ma soprattutto, il suo direttore sportivo, in piedi sulla macchina, sporgendo dal tettuccio fino alla cintura, non la finiva più di imprecare contro di lui: "Ma cosa fai, deficiente!". Dicono che Martedì abbia risposto: "Prego per quelli che sono rimasti indietro."
Il direttore di gara e il direttore sportivo, incattiviti, erano scesi dalle rispettive auto per rimetterlo in sella, cosa che, pur recalcitrante, in mezzo al pubblico che urlava alla fine Martedì si dispose a fare, senza però mostrare buona volontà e meno ancora prodursi nella sua famosa progressione. In altre parole, si fece riprendere dal gruppo che arrivò, compatto, in volata (vinse Vercellesi).
Sia andata o meno così, quella credo sia stata comunque l’ultima fatica ciclistica di Martedì, come corridore agonistico, anche se potrebbe anche darsi che sia stata inventata dopo, quando lui aveva smesso di correre, solo per giustificare una decisione che a molti non era riuscita comprensibile. Insomma, a quanto dicono, un giornale della provincia intitolò "La crisi mistica di un ciclista feriale" un articolo di costume, più che di sport, mentre altri periodici di orientamento religioso non persero l’occasione di ribadire l’importanza della preghiera in un mondo sempre più lontano dagli autentici valori umani.
Sempre secondo la leggenda, a quel punto Martedì avrebbe voluto farsi frate. Ed infatti per qualche mese era entrato come postulante in uno dei conventi della nostra provincia, dove dava una mano agli altri frati nell’orto e la sera studiava teologia. Altri invece dicono che la sua presenza al convento fosse dovuta solo alla necessità di rimettere in sesto le imposte e che, quindi, si sarebbe fermato a dormire solo per finire più in fretta questo lavoro. Ad ogni modo, che qualcosa gli fosse scattato in testa pare fuori di dubbio.
Quando si arrivava a questo punto della storia, i parenti di mia madre passavano a parlare soprattutto della sua famiglia e di quanto ci fosse rimasto male il padre, che era un buon falegname e che in un certo senso aveva vissuto quel fatto come un disonore. La madre, invece – sempre secondo i parenti – ci era rimasta peggio quando lui alla fine frate non si era proprio voluto fare. Ad ogni mondo, si parlava a lungo dei suoi genitori, e soprattutto di sua sorella, che era una bella ragazza e che per un certo periodo era stata fidanzata di un prozio (poi fuggito in Argentina). Spesso si concludeva dicendo che nella loro gente, pur buona, c’era un che di bizzarro, di cui non c’era da fidarsi.
In ogni caso, come fosse andata a finire la cosa non si sa. Due cose sono certe: che Martedì lasciò l’attività di suo padre dopo il militare, entrando nelle Ferrovie dello Stato; e che proprio durante il servizio militare conobbe una giovane tedesca di cui si innamorò e che sposò pochi mesi dopo. ("Tedesca e calvinista", dicevano i parenti). La terza cosa dipende dalle prime due. Martedì e sua moglie, lavorando lui nelle Ferrovie, si trasferirono presto in un’altra città del nord, e di lì in un’altra ancora.
I familiari ci misero molto a riprendersi. Il padre ci era davvero rimasto molto male. I parenti dicevano che i vicini di casa, ed anche loro, ogni tanto, andavano nella falegnameria a dare una mano, quando il padre si trovava troppo in ritardo sui lavori. Insomma, sembrava che avesse subito una disgrazia.
Martedì in città viveva bene. Ogni giorno andava a lavorare in bici, a volte faceva anche un lungo giro dell’isolato, per non perdere la pedalata. Lavorava un po’ in ufficio, ma doveva occuparsi soprattutto dei controlli sulla manutenzione delle motrici, che faceva portare su un binario morto. Quasi nessuno sapeva che fosse stato ciclista, e nessuno lo importunava sulla conclusione della sua carriera. Talvolta, la sera, si fermava a guardare il tramonto tra i fili della linea ferroviaria, le motrici, i tronchi di treni da risistemare. Poi rientrava.
Sua moglie aveva lavorato alcuni anni in un ufficio postale, ma da quando era nato loro figlio Giovanni, aveva smesso. Senza parenti vicini, non era più possibile andare avanti. A dire il vero, qualche volta suo zio era venuto a trovarli, ma era ormai molto anziano. Era stato contento di vederli sistemati e felici.
Martedì il nostro vicino di casa l’aveva incontrato molti anni dopo in un villaggio turistico, uno dei primi che erano stati costruiti. Vi si trovava – così gli aveva detto – su iniziativa della moglie (si sa che i tedeschi sono arrivati prima di noi in queste cose). Dato che né l’uno, né l’altro amava molto gli intrattenimenti sociali, si erano trovati a fare lunghe camminate insieme, a volte anche con le mogli e i bambini. Così erano diventati amici e quando in estate la moglie andava in Germania a trovare i suoi – e soprattutto a dare una mano alla sorella nell’assistere il padre, che non stava più molto bene – il vicino invitava Martedì a casa sua, dove facevano lunghi giri in bici ed andavano a pesca insieme. Suo figlio ormai era diventato ingegnere. Il nostro vicino dice che Martedì non amava molto ritornare sulla sua giovinezza e sulla vita sportiva, anche se di tanto in tanto spuntava sempre qualcuno che lo ricordava ed anzi, era stato anche intervistato da un giornalista che lavorava per un quotidiano della sua provincia, a caccia di vecchie glorie. Nessun accenno era stato fatto alla conclusione della carriera.
Un’altra volta – ma non so se questo fatto sia veramente degno di fede, o se il vicino se lo sia inventato per darsi delle arie (una delle sue debolezze) – il vicino aveva chiesto a Martedì se sentisse ancora di avere tanta fiducia il secondo giorno della settimana. Lui aveva risposto di no, ma che in compenso ne aveva guadagnata molta di più negli altri.

[Questo racconto è tratto da Il ritardo, Verona, QuiEdit, 2009, collana "Questo è il mondo".]








pubblicato da a.moresco nella rubrica racconti il 21 dicembre 2009