Quando la scuola non educa alla vita

Giampiero Marano



La scorsa estate, con un provvedimento estremo e forse senza precedenti nella storia italiana, anche se analogo a quelli presi nello stesso periodo in altre nazioni, il ministero della sanità ha acquistato circa 50 milioni di dosi del vaccino contro l’influenza suina. Al di là dei sospetti sulle sue reali motivazioni che l’hanno accompagnata, questa misura ha avuto involontariamente il pregio di mettere a nudo il significato ancora soltanto implicito in alcune fondamentali manifestazioni, in apparenza eterogenee, della civiltà del tardo Novecento: la sconfitta del movimento operaio; l’espulsione della cultura dalla società italiana; il trionfo della videocrazia e delle nuove, subdole forme di controllo/manipolazione del corpo in un contesto compiutamente emancipato e desacralizzato; la diffusione della xenofobia e del rifiuto del diverso; la privatizzazione dei servizi pubblici. E’ come se, all’incirca dalla metà degli anni Settanta a oggi, la nostra "normale" attitudine alla relazione fosse stata travolta da un disturbo del sistema immunitario consistente non nell’abbassamento delle difese ma in una loro ipertrofia, in un eccesso di sensibilità, di reattività. Questo sviluppo aberrante colpisce tutto quanto attiene a una concezione e a una prassi aperte, tolleranti, non identitarie, della convivenza: a pagarne le peggiori conseguenze non sono solo minoranze, individui ed esperienze da sempre marginali ma addirittura il principio stesso di ciò che è senza proprietà, che è comune, pubblico, dunque potenzialmente incontrollabile e "contagioso". Dal momento che nell’accentuarsi del fenomeno ha giocato un ruolo determinante il crollo delle ideologie universalistiche di matrice cristiana o marxista, è probabile che la deriva subirà una battuta d’arresto soltanto quando nuove espressioni di "ecumenicità" ampiamente condivise si sostituiranno a quelle precedenti. Per il momento è importante cogliere ogni segnale controcorrente, a maggior ragione quando proviene da contesti particolarmente caratterizzati da tendenze regressive, come è il caso di questo articolo (LINK: http://www3.varesenews.it/busto/articolo.php?id=158618) scritto per il giornalino scolastico da uno studente di un liceo del Varesotto, Marco Corso. Riflettendo, a partire dalla nota sentenza della Corte europea dei Diritti dell’Uomo, sul fatto che il crocifisso può rappresenta solamente una fra le molteplici radici culturali dell’Italia e dell’Occidente, il giovane Corso dimostra di avere molto da insegnare ai difensori di un simbolo diventato, nelle loro mani, un vero e proprio strumento di discriminazione. Quanto al comportamento del preside, che per la presenza dell’articolo ha impedito l’uscita del giornalino quando ne erano già state stampate cinquecento copie, c’è da ragionare su come a essere censurata, umiliata, anestetizzata, sia stata, ancora una volta nell’Italia degli ultimi trent’anni, l’aspirazione a un mondo non arroccato nella difesa di un’Identità mai esistita ma disposto ad affrontare quel "rischio" continuo di relazione, scambio, rinnovamento che è, in fondo, la vita stessa.








pubblicato da a.tarabbia nella rubrica democrazia il 20 dicembre 2009