I mandanti

Raul Montanari



Giovedì 17 dicembre ad "Annozero" l’editorialista del "Corriere della Sera", Pigi Battista, ha letto un elenco di libri, film e spettacoli teatrali che a suo parere hanno contribuito a creare odio omicida nei confronti di Berlusconi.
L’ultimo titolo citato, separatamente dagli altri e con particolare enfasi, è stato quello di un mio romanzo del 2005, La verità bugiarda. Battista ha detto una inesattezza grossolana ma funzionale al discorso che stava facendo, cioè che in quel libro si sfiora la realtà effettiva dell’aggressione di qualche giorno fa perché l’omicidio di Berlusconi viene ambientato in piazza del Duomo; "però non dietro il Duomo ma davanti", ha concesso.

Bontà sua.
L’omicidio, nel libro, non solo è un episodio incidentale e secondario rispetto alla vicenda narrata ma avviene in realtà in piazza della Scala. E’ descritto attraverso lo sguardo "sbalordito" (sic) del protagonista, Chris Bergmann, un italotedesco che non ha una fede politica dichiarata e in sostanza pensa solo ai fatti suoi. Chris riconosce nei due attentatori un uomo con il quale ha parlato una sola volta nel romanzo, Adil, e un giovane che appartiene alla Brigata 2001, un immaginario gruppo eversivo che lui credeva si fosse sciolto. Chris ha trovato la foto di questo ragazzo fra le cose che appartengono a Laura, la donna di cui è innamorato, e ha capito che si trattava di un antico amore della stessa Laura. Chris, il protagonista con cui il lettore è invitato a identificarsi, prova l’impulso di avvertire Berlusconi del pericolo mortale che sta per correre, ma ormai è impossibile: tutto avviene davanti ai suoi occhi come in un sogno, senza che sia possibile fare nulla.
Non me ne frega niente che uno legga il libro, anche se questo sarebbe il modo migliore per verificare con quanta acribia d’informazione si sia espresso il vicedirettore del principale quotidiano italiano. Mi limito a riprodurre il passo e a lasciarlo giudicare a chi avrà voglia di scorrerlo anche con scarsa attenzione.

Se questo è incitamento all’odio per Berlusconi o addirittura alla sua uccisione, allora diciamo che qualsiasi narrazione contenga uno stupro è incitamento alla violenza carnale, che il racconto di una morte per investimento da Suv è un incoraggiamento ai pirati della strada e così via.
E’ il solito triste equivoco dei censori: la superstizione che vietando la rappresentazione di certe "oscenità", cioè lasciandole appunto fuori dalla scena, si annullerebbero le oscenità stesse. E’ il contrario: tutto ciò che rimane nell’ombra acquista una forza terribile. Solo ciò che è investito dalla luce può essere visto, osservato, discusso, neutralizzato.
Per una strana coincidenza, la parola ricorrente nelle recensioni al libro, in riferimento a questo episodio, è stata "pietas".

In piazza della Scala, davanti al palazzo del municipio, c’era molta gente, molta polizia. Chris si fermò, perplesso. Poi ricordò il tormentone che era passato su tutti i telegiornali in queste due settimane.
"C’è Berlusconi?" chiese a un gruppo di vecchi che discutevano e tenevano d’occhio l’ingresso del palazzo.
"Sì, proprio quello là" rispose uno in dialetto. "Adesso che ci sono le elezioni vengono fuori tutti."
"Ma sta’ zitto, ma fa’ silenzio, che non capisci niente" ribatterono altri. Il milanese suonava dolce e acuto alle orecchie di Chris, abituate alle gutturali e alle aspirate spaventose del bergamasco delle valli.
"Fra un po’ esce. Vedrai che arrivano quelli dei centri sociali a tirargli le uova!" "E’ venuto a farsi vedere col sindaco per far la scena, tanto gli ordini li dà lui per telefono e l’Albertini dice obbedisco come Garibaldi..."
"Macché Garibaldi, ma dove? Ma ti te se matt!"
Chris infilò le mani nelle tasche del giubbotto e si fece avanti. La piazza era rumorosissima, tutti avevano la loro da dire. I cani sciolti come lui allungavano il collo e si intrufolavano nei capannelli, o restavano in disparte con sorrisi ironici. Salì in piedi sulla panca di marmo, rotonda, davanti al palazzo del municipio, e girò intorno uno sguardo panoramico.
Subito, vide qualcosa che lo lasciò sbalordito.
Due uomini si facevano strada nella folla, sorridendo e rispondendo agli applausi e ai fischi che gli piovevano addosso. Erano avvolti entrambi in quelle che a prima vista parevano bandiere italiane, ma a guardare meglio si scopriva che erano quelle di Forza Italia, il partito del presidente del consiglio. "Non è possibile" mormorò Chris, socchiudendo gli occhi.
Uno dei due era Adil.
L’altro era il ragazzo di cui aveva visto le foto nella cantina di Laura.
Le bandiere erano drappeggiate come toghe, e i due avanzavano fianco a fianco con passo lento e solenne, ed elargivano piccoli gesti di saluto alla gente, con l’unico braccio lasciato nudo dalla stoffa tricolore.
"Ma va là, buffoni!" gridò qualcuno di fianco a Chris, assordandolo.
Altri risposero, li difesero, li insultarono, e loro continuavano a camminare senza che nessuno li toccasse, e tagliavano la folla come due mietitori un campo di grano. Erano a pochi metri dalla panca di marmo, ora. Un poliziotto disse qualcosa a Adil, ma il suo compagno rispose con parole che Chris non sentì e che fecero ridere tutti, intorno. L’agente li ammonì con il dito alzato, ma li lasciò arrivare in prima fila davanti al cordone di poliziotti e vigili urbani che proteggeva l’ingresso, vicino ai giornalisti e alle troupe televisive. Molte telecamere si girarono per inquadrarli, e i fotografi ripresero i due imbandierati. Qualcuno allungò un microfono, e il ragazzo cominciò a dire qualcosa. Laura aveva torto: sembrava davvero ancora un ragazzo.
Adil girò la testa, rispondendo con cenni di assenso ai buuu che gli arrivavano da ogni parte. Non fosse stato per i baffetti, sarebbe sembrato un principe o un senatore dell’antica Roma. Ringraziò un tale in camicia, con una gran testa di capelli ricci, che gli si fece sotto e gli gridò che era un bastardo figlio di puttana, in un coro di dissensi e acclamazioni. Il ricciuto venne bloccato e portato via da due vigili urbani. Adil fece con l’indice e il medio il segno della vittoria, e fu in questo momento che incontrò lo sguardo di Chris.
Per un attimo furono solo loro due.
"Cosa fai qui?" chiese Chris, a bassa voce.
Adil lesse la domanda sulla sua bocca e si portò l’indice alle labbra, come per dirgli di tacere, che tutto andava bene. Strizzò l’occhio e gli soffiò un bacio. Molti si voltarono a guardare Chris e risero.
Poi Adil si girò verso l’ingresso, perché un gruppo di modelli di Armani, che probabilmente invece erano guardie del corpo, erano usciti a ventaglio fuori dal palazzo, e dietro di loro erano comparsi i due uomini attesi. Applausi, boati e grida scoppiarono insieme, e Chris fu quasi buttato giù dal suo punto di osservazione, perché molti altri salirono sulla panca circolare e una ragazza con l’alito omicida gli si aggrappò a una spalla.
Piccoli, calvi e sorridenti, il presidente del consiglio e il sindaco di Milano si tenevano a braccetto. Dietro di loro altri modelli di Armani e tre o quattro politici dall’aria festosa. I due salutarono la folla e cominciarono a parlare a una raggiera di braccia tese e microfoni.
"Pezzi di merda!" gridò qualcuno, e Berlusconi si rizzò nella persona, accentuando il sorriso di cui Chris vedeva ogni singola ruga e piega. Il presidente del consiglio sembrò commentare l’insulto con i giornalisti, mentre il sindaco inarcava le sopracciglia dietro gli occhiali, indulgente.
Durò pochi minuti. Poi Berlusconi salutò con tutt’e due le mani e fece per rientrare.
"La bandiera!" gridarono Adil e il ragazzo di fianco a lui, sollevando i lembi delle loro toghe tricolori. "Silvio! Presidente, la bandiera!"
L’uomo calvo con il completo blu si voltò verso di loro. Sorrise, anzi rise gettando indietro la testa e annuendo.
"Un bacio alla bandiera, presidente!" gridò Adil.
Berlusconi fece tre, quattro passi avanti, e Chris aprì la bocca e alzò un braccio, perché aveva capito.
L’uomo che stava per morire arrivò a due metri da Adil. Erano separati dai corpi dei poliziotti e degli indossatori. L’uomo si portò una mano alla bocca, mentre Adil spingeva verso di lui il braccio avvolto nella bandiera. Senza ascoltare una giornalista con cameraman a fianco, che continuava a ripetere qualcosa tutta eccitata, l’uomo si baciò la mano. La mostrò agli altri intorno, alzò gli occhi e guardò gli spettatori sulla panca di marmo. Guardò senza capire anche Chris, fermo nel suo gesto, e appoggiò la mano sul lembo di stoffa.
Chris vide la fiammata e la fronte dell’uomo bucata, e il fiotto di sangue che gli uscì dalla nuca.
Poi sentì quattro, cinque colpi tutti insieme.
L’uomo già quasi morto girò su se stesso, cedette sulle gambe e si accasciò con la grazia stanca e tremante di un vecchio ballerino al suo ultimo spettacolo, mentre il sindaco si buttava a terra; e in un attimo tutto fu un groviglio di corpi e braccia, le due bandiere sommerse dai vestiti di Armani o di chiunque fossero e dalle divise dei poliziotti e dei vigili, un altro colpo di pistola e un urlo e un agente che scatta indietro buttando sangue dal collo, mentre l’uomo ormai morto è per un istante solo in mezzo a tutti gli altri e poi scompare, e soltanto adesso l’urlo della folla sale come un orgasmo che si arrampica dalle reni alla schiena, e ti riempie di brividi e ti fa gridare cose che fuori dal letto o fuori da questa piazza sarebbero insensate, mentre qui sono le uniche che puoi dire, prima che tutto crolli e tu cada all’indietro, spinto da mani e corpi che non conosci, fino a dover combattere per non morire anche tu, schiacciato, travolto, un ultimo sparo chissà se di Adil o del ragazzo che ha diviso con me il corpo di Laura, una ginocchiata in faccia mentre cerco di rialzarmi, il tacco di una scarpa in fuga su una mano, il mio grido.

Raul Montanari, La verità bugiarda, Milano 2005.








pubblicato da t.lorini nella rubrica giornalismo e verità il 17 dicembre 2009