C’è bisogno di Smile

Salvatore Toscano



Ogni volta che mi ritrovo a far parte del pubblico nei concerti all’aperto la mia attenzione si fissa su un bizzarro e ingegnosissimo manufatto: la pedana passacavo. Sembra una di quelle canaline di plastica che percorrono le pareti delle nostre stanze facendo da involucro ai fili della corrente o del telefono, ma, viste le dimensioni, questa potrebbe servire giusto a casa di qualcuno con la corporatura di Polifemo o Godzilla.
La pedana passacavo è stretta e lunghissima, parte da sotto il palco e, dividendo il pubblico in due metà perfettamente simmetriche, si estende fino alla capannella del mixer posta di fronte a una ventina di metri di distanza. È il duplicato esatto di uno di quei dossi artificiali che servono a far rallentare le macchine, brutalizzare gli ammortizzatori e aumentare la quota giornaliera di bestemmie proferite dagli autisti di ogni città a qualsiasi latitudine.
Lo devo spiegare che all’interno ci passano dei cavi? E lo devo chiarire che, di fatto, si tratta di una protezione resistentissima concepita per consentire l’attraversamento di pedoni, macchine e camion che altrimenti danneggerebbero i cavi?
Nei confronti della pedana passacavo la gente tende a comportarsi come fa con i tappeti che decorano i pavimenti di ogni soggiorno o corridoio che si rispetti: “Cazzo c’è un tappeto. Come mi muovo? Lo supero con un saltello? Mi faccio leggero leggero, come Lello Arena in Ricomincio da tre, e provo a spostarmi in punta di piedi sperando che il manto non si spettini? Lo devo circumnavigare? Oppure, visto che l’hanno piazzato proprio a terra e viviamo ancora su un pianeta regolato dalla forza di gravità, e visto che la mia specie non ha ancora imparato a volare senza l’ausilio di veicoli totalmente inadatti alle dimensioni di un tinello, anche se mi preme sottolineare che la razza umana ha fatto indubbi progressi nella manifattura di tappeti raggiungendo un gusto raffinatissimo nell’arte di arredare casa… Insomma, che faccio? Ci cammino sopra e basta?”
Ecco, se uno si mette a osservare ciò che avviene nei dintorni della pedana passacavo scoprirà pure gli indubbi progressi che abbiamo fatto nell’arte di inciampare o nell’arte di restare perplessi al cospetto di ogni piccola sciocchezza inaspettata, persino di un coso di plastica piazzato a terra per evidenti ragioni tecniche.
Comunque stasera ne hanno montata una gialla − immagino che il colore serva proprio per far squillare un allarme negli occhi dei potenziali inciampatori − con ai lati due dolci discese nere che le danno la forma di una piramide tronca molto schiacciata: sarà alta al massimo una decina di centimetri. Nel percorso dal mixer al palco c’è un enorme prato su cui hanno disseminato le sedie per gli spettatori, e la pedana, più che alla striscia continua che divide una strada in due carreggiate, mi fa pensare al Sentiero dei mattoni gialli de Il Meraviglioso Mago di Oz.

Sono seduto con la mia ragazza immediatamente a destra della pedana passacavo che scorre come un ruscelletto stilizzato nei pressi della mia scarpa sinistra. Siamo al Pomigliano Jazz festival. Non dimenticherò mai le parole che qualche anno fa disse il musicista Daniele Sepe riferendosi alla città in cui vivo: “Pomigliano una volta era famosa per le patate, poi sono arrivate le industrie: l’Alfasud, l’Alenia… E mo ce sta ’o jazz!”

Enzo Zirilli, batterista e leader della band che apre la serata, dopo l’esecuzione del primo pezzo presenta i tre musicisti che lo accompagnano e introduce la canzone successiva che è stata scritta da un grande comico (chissà perché penso istintivamente a Malafemmena di Totò): “Il prossimo brano si chiama Smile ed è stato scritto da Charlie Chaplin… Proprio in questo momento ce n’è bisogno.”
Di cosa? Di Chaplin? Di questo brano? Di sorridere? E perché proprio in questo momento c’è bisogno di Smile?
Per un mucchietto di secondi non capisco di cosa stia parlando, a cosa si riferisca. Poi, come succede nei film quando ti passa tutta la vita davanti agli occhi mentre muori, vengo assediato dai ricordi: gli israeliani che entrano nella Striscia di Gaza, l’aereo abbattuto in Ucraina, l’interminabile ecatombe di migranti. Sì, è proprio come quando muori, e sto effettivamente assistendo al funerale di una parte di me, quella sensibile, quella abituata a pensare, quella che avrebbe capito immediatamente perché in questo momento c’è bisogno di Smile.
Non posso fare a meno di prendere atto della mia resa. La metamorfosi è definitivamente compiuta: adesso sì che sono il più tipico concentrato di tutto il peggio della frivola, ottusa, detestabile, egoista idiozia occidentale.

Però devo ammettere che questa versione del brano di Chaplin (chi avesse urgente bisogno di vomitare può invece ricorrere a Smile cantata dal cast di Glee: più efficace di due dita in gola) è davvero perfetta per questa serata, per quest’atmosfera.
C’è un forte odore di erba bagnata: un violento acquazzone estivo ha rischiato di far saltare il concerto. Nel tardo pomeriggio sono venuto a fare i miei soliti cinquanta minuti di corsa in questo parco proprio per sorvegliare la situazione. Ho sudato più del necessario per mettere insieme i passi della mia contro-danza della pioggia che evidentemente ha funzionato, ho ascoltato il soundcheck del gruppo che sta suonando adesso e mi sono goduto il sole che tornava pian pianino dopo il temporale per approfittare dei grossi nuvoloni ormai distanti e mettere in scena uno sfarzoso tramonto mediterraneo.
È una serata estiva bellissima. Sono circondato da gente abbronzata, da ragazze con le infradito, da eleganti signori di mezza età che fumano il sigaro, da coppiette con gli occhi che luccicano, da bambini che si addormentano sfiniti addosso ai genitori, da ragazzi rilassati con gli occhi lucidi che non credo abbiano fumato esattamente sigari: nell’aria galleggiano tutti gli aromi caratteristici delle fiere di paese, dei lunapark, delle Feste de l’Unità, mischiati alle fragranze vegetali che prendono il volo dal prato su cui ci troviamo.
Insomma, se si escludono certi furiosi crescendo dei musicisti che cominciano a suonare davvero bene, o qualche indefinita malinconia che sempre pulsa nelle retrovie, non c’è niente, proprio niente che possa far pensare alla guerra, al dolore, alle tenebre o a qualunque altra variazione sul male disponibile per noi inguaribili ottimisti.

Da Smile in poi il concerto diventa molto coinvolgente. C’è un eccezionale interplay, un’energia che fa funzionare ogni dettaglio alla perfezione: tutto gira, ogni assolo è una meraviglia da godersi in apnea, ogni arrangiamento di pezzi noti è un dono inaspettato. Il pianista, Julian Mazzariello, strappa applausi a scena aperta ancor prima di aver concluso le sue parti soliste, il chitarrista, Jim Mullen, ha un tocco delicato che fa venire voglia di stare tutto il tempo con gli occhi chiusi, mentre la sezione ritmica, con Dario Deidda al basso ed Enzo Zirilli alla batteria, costringe la testa a dondolare e il resto del corpo a fare continui saltelli inconsulti come se dalle sedie su cui siamo seduti scaturissero scosse elettriche a raffica.
Spinto dall’emozione e dal senso di colpa per non avere afferrato subito il richiamo alle cose orribili che stanno accadendo nel mondo, comincio a prendere appunti e a improvvisare insieme ai musicisti. Ovviamente non posso salire sul palco e ho come strumento soltanto la mia attitudine a divagare, per cui improvviso associazioni di pensiero mimando le procedure un po’ spericolate del jazz: mi segno i titoli dei pezzi che il quartetto di Zirilli esegue e leggo la scaletta come un codice da decifrare per capire questo momento storico, il momento in cui c’è bisogno di Smile, di Chaplin, di musica dopo un acquazzone estivo.
Strangers in Paradise
Cazzo! C’è un modo migliore per dire come mi sento adesso? È una metafora banalissima che non avrei mai il coraggio di usare in un altro contesto: sono uno straniero in paradiso.
Django’s Castle
È divertentissimo immaginare che uno zingaro possa essere proprietario di un castello. Cosa ci avrebbe fatto un giramondo come Django Reinhardt con un castello? Lui che nonostante le menomazioni è riuscito a diventare uno dei più grandi chitarristi di tutti i tempi: cosa avrebbe sognato all’interno delle mura merlate del suo dominio?
Il clan dei siciliani
Enzo Zirilli spiega che si tratta di un doppio omaggio: alle sue origini siciliane anche se lui è nato a Torino, e a un film bellissimo con Alain Delon, Lino Ventura, Jean Gabin e altri, in cui c’è la colonna sonora scritta da Morricone… Jean Gabin, Jean Gabin: associo inevitabilmente questo nome a La grande illusione che ho avuto la possibilità di vedere al cinema pochi mesi fa quando un gigantesco Stroheim mi ha profondamente commosso. E non so a quale sfrigolio dei miei neuroni devo questo pensiero desolato: non possiamo salvare nessuno.
Seven Days
È una canzone di Sting che non canticchiavo da chissà quanti anni. Le parole del ritornello suonano quasi come una filastrocca per bambini in cui vengono ripetuti i sette giorni della settimana. La versione di questa sera è strumentale, ma io canto felice mentre guardo la mia ragazza come se fossi l’unico alunno che ricorda il testo e che vuole impressionare la maestra mostrandole quanto è bravo.
Cantaloupe Island
Dopo la consueta scenetta, con i musicisti che abbandonano il palco per poi tornare a concedere un bis, parte l’ultimo pezzo: si affidano a un classico di Herbie Hancock.

E va bene, affidiamoci a un classico. Adesso tocca a uno dei più grandi trombettisti al mondo, in realtà è per lui che sono qui: vediamo se Tom Harrell mi sa spiegare qualcosa in più su questo momento.

Ci alziamo, oltrepassiamo con disinvoltura la pedana passacavo e ci allontaniamo giusto il tempo per fare la pipì nascosti tra le ombre degli alberi mentre i tecnici effettuano il cambio palco per la prossima band.

Tom Harrell fa il suo ingresso fluendo dalla destra del mio campo visivo fino al centro del palco: dico fluendo perché sembra che pattini invece di camminare. È vestito tutto di nero come i criminali de Le Iene e in effetti, per come si muove, potrebbe essere tranquillamente il fantasma di uno dei tanti personaggi che muoiono nel film di Tarantino. Forse è proprio il fantasma di quel pazzo scatenato interpretato da Michael Madsen, Mr. Blonde, quello che taglia l’orecchio al poliziotto e poi ci parla dentro.

Tom Harrell è nato nel 1946, è un uomo alto con barba e capelli bianchi e, per quanto ne so, è uno dei più raffinati trombettisti della storia del jazz. La sua carriera musicale ha avuto molti alti e bassi, rischiando addirittura di interrompersi definitivamente perché soffre di schizofrenia da diversi anni. Visto di profilo ha la forma di un uncino: il collo è lunghissimo, slogato, e la testa pende in maniera innaturale come se volesse tuffarsi dalla sommità del resto del corpo.
Più o meno all’unisono con la mia ragazza mi ricordo una battuta cattivissima che ho sentito nella serie tv Louie. Louis C.K. e un amico sono nella sala d’attesa di un pronto soccorso: mentre chiacchierano vedono una paziente dell’ospedale che cammina trascinando da un lato l’asta porta flebo, si tratta di una vecchina malconcia spaventosamente ricurva su se stessa. Ed ecco la battuta: “Adesso sappiamo dove viene a curarsi la lettera C!”

Queste che seguono sono le impressioni che appunto durante il concerto: le sparpaglio qui come un mazzo di tarocchi da consultare oppure come semi che spero possano esplodere in tanti piccoli germogli.

Tom Harrell è un alieno che concentra in sé tutta la fragilità umana.

Sembra una figura completamente in balia della forza di gravità.

La band sprizza energia a secchiate ma lui resta per tutto il tempo immobile, assente. Gli occhi se ne stanno nascosti dietro uno schermo di capelli bianchi e comunque non li alza mai. Si anima solo quando porta la tromba alla bocca e suona.

Dentro cosa sta vivendo? In cosa si perde? È un luogo da cui la nostra specie deve tenersi alla larga o è una meta incantata a cui hanno accesso solo pochi eletti? E lui, quando suona, ne viene fuori per un po’ o ci sprofonda ancora di più?

La spudorata alterità di Tom Harrell risalta soprattutto nel confronto con la cantante e contrabbassista Esperanza Spalding: lei è minuscola, giovane, guizzante, sorridente, ed emette gemiti vagamente sessuali quando si inerpica attorno al contrabbasso per il suo assolo.

Un Cristo invecchiato imbottito di benzodiazepine.

Magari la croce era il suo tutore, il palo di sostegno che viene legato al tronco di un albero fragile che non ce la fa a star dritto da solo. Ecco cosa diventa Cristo senza la croce: la lettera C più decrepita che sia mai esistita.

Ho l’impressione che non ce la farà mai a reggere fino alla fine del concerto.

Ma devo dire che manifesta pure una specie di consistenza sassosa.

Potrebbe somigliare a un torero impassibile di fronte all’enorme fiera contro cui combatte.

Col passare dei minuti riesce ad apparire illogicamente ritto e affusolato: scuro e immobile com’è, sembra uno dei tagli di Fontana materializzatosi dentro la grana luminosa del palco.

In controluce, quando si staglia sullo sfondo di un’illuminazione verde, i capelli bianchi gli disegnano un’aureola fluorescente intorno alla testa.

Quando non suona tiene sempre la tromba nella mano sinistra: nell’inalterabile immobilità lo strumento finisce col sembrare una protesi fiammeggiante, mi fa pensare ai denti d’oro degli zingari. La manona destra invece, come un grosso animale addormentato, se ne sta appesa dall’altra parte ed è l’unica porzione riconoscibilmente umana di un essere che ha evidentemente preso un’altra direzione rispetto al resto della sua specie.

Se il colonnello Kurtz avesse avuto un po’ di tempo per invecchiare sarebbe diventato come Tom Harrell.

In maniera anche inconscia si accorgono tutti del magnete che hanno di fronte. Nonostante il finimondo messo in scena da una band formidabile e la presenza di una star più glamour come Esperanza Spalding, i fotografi continuano a concentrarsi su di lui muovendosi come grossi granchi ai piedi del palco. Tom Harrell è un centro di gravità pieno di dolore, saldo, immutabile… È il centro di gravità permanente che cercava Battiato: possibile che l’unica cosa duratura e affidabile al mondo sia quest’uomo così fragile, così apertamente inerme?

Nel finale un grosso insetto, probabilmente un grillo, che si trova dal mio lato, si arrampica pian piano sulla pedana passacavo forse con l’intenzione di valicarla e andare verso l’altra metà del pubblico. Invece no, si ferma lì, e resta immobile in controluce: la silhouette di un’imperfezione che guasta una superficie levigata, un bernoccolo, un brufolo. Una miniatura che imita Tom Harrell in tutto il suo splendore oscuro, in tutta la sua magnetica inadeguatezza.
Non posso fare a meno di pensare che nel fracasso degli applausi, nella concitazione del finale del concerto, nell’emozione del bis appena concluso, nessuno si accorgerà di quella minuscola forma di bellezza. Anzi, di sicuro qualcuno inavvertitamente calpesterà l’insetto. Allora mi avvicino e vedo che non è un grillo ma una falena bella cicciona. Il cervello formula senza il mio permesso la stessa domanda che mi faccio sempre quando vedo un piccione che zampetta pigramente in una qualche direzione: perché camminare quando puoi volare? È un peccato che noi esseri umani non possiamo mai porci questa domanda, sarebbe bello, almeno quando ci troviamo di fronte a un tappeto senza un galateo di riferimento.
Provo a battere il piede per spaventare la falena e costringerla a decollare, a mettersi fuori pericolo, ma per qualche motivo non ce la fa: è inerte, forse paralizzata da tutta la luce che le grandina addosso, o imprigionata dentro tutto il caos che le turbina intorno. Quando la tocco con la punta della scarpa, semplicemente rotola verso l’erba come un sassolino.
Non possiamo salvare nessuno.








pubblicato da s.baratto nella rubrica musica il 29 luglio 2014