“In cammino attraverso l’Italia…” Intervista ad Antonio Moresco

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Questa intervista a cura di Antonio Prudenzano è apparsa su Affaritaliani.it il 28 agosto 2012.

In viaggio a piedi, in gruppo, “per ricucire l’Italia”. Si è conclusa nella prima metà di luglio la seconda edizione di “Cammina Cammina”: i protagonisti di “Stella d’Italia”, uomini e donne di tutte le età, hanno attraversato il Paese in recessione, passando da numerose città, fino a raggiungere L’Aquila, tappa finale, dal forte valore simbolico. E anche quest’anno lo scrittore Antonio Moresco ha preso parte al progetto, di cui parlerà il prossimo 7 settembre al Festivaletteratura di Mantova.

Un’idea basata sul volontariato, che ha coinvolto decine di cittadini, oltre a numerosi intellettuali. Migliaia di chilometri a piedi, e la condivisione di esperienze molto diverse tra loro, con le inevitabili tensioni del caso. Moresco, per oltre due mesi si è allontanato dalla scrittura: cosa si prova a riprendere il complesso lavoro su un libro dopo un’esperienza così forte? A che punto si trova Gli increati, la sua opera definitiva?

In realtà i mesi saranno alla fine cinque o addirittura sei, perché ho dovuto staccare a fine marzo e dedicarmi a viaggi per incontrare sindaci e assessori di varie parti d’Italia, a riunioni di preparazione, conferenze stampa, presentazioni dell’iniziativa e molte altre cose. E ancora adesso ci sono riunioni tra i camminatori, presenze a Festival (come quello di Mantova) e ad altre iniziative a cui siamo invitati. Per cui riuscirò a immergermi di nuovo in questo libro solo nella seconda metà di settembre. Perché questo è un libro che richiede una concentrazione assoluta, non posso scriverlo nei ritagli di tempo e con la testa presa da altre cose. C’è un’onda, e o ci sono dentro completamente o niente. O mi ci dedico anima e corpo o niente. Inoltre, prima di potermici gettare di nuovo dentro, c’è il lungo lavoro di riavvicinamento, per riconquistare il grado di fusione e di combustione -anche psicofisica oltre che mentale- che rende possibile la ripresa del lavoro con lo stesso grado di intensità e di visione. Riletture di quanto è già stato scritto per far riaffiorare anche mnemonicamente tutto, appunti, nuove invenzioni… perché non è come schiacciare un tasto e immediatamente sei su un altro canale. Ma adesso, dopo tutti questi mesi passati in un altro vortice, provo una forte emozione sentendo che, piano piano, mi sto riavvicinando a quel primo vortice, alla linea di caduta della cascata. Lavorerò a questo libro fino alla fine dell’anno e poi nei primi mesi dell’anno nuovo, per cercare di finire la seconda delle sue tre parti. Ho constatato che, quando sono nelle condizioni di potermici dedicare, riesco a procedere velocemente, a passi da gigante, anche se è un libro che richiede, a ogni pagina, a ogni riga, il massimo di invenzione e pensiero. Spero, credo che riuscirò a finirlo tra due o tre anni e che alla fine questo libro mi sarà costato cinque anni di lavoro, soltanto cinque, al posto dei quindici anni che ho impiegato a scrivere e a terminare sia Gli esordi che Canti del caos. E spero anche, e credo anche, che questo sarà il mio libro più bello, più travolgente, più sorprendente, più ardimentoso e spiazzante. Poi non vorrei più pubblicare niente di nuovo per il resto della mia vita, se ci sarà, solo un libricino di favole per la mia nipotina, quando sarà abbastanza grande per poterlo leggere, come quasi trent’anni fa ne ho scritto uno per mia figlia. Perché ho un disperato bisogno di tirarmi fuori, di passare gli anni che mi restano per conto mio o, al massimo, vedendo ogni tanto qualcuna delle persone che stimo o a cui voglio bene, perché in questi anni di scrittore emerso è cresciuta anche in me fino all’intollerabilità la mia delusione, il mio dolore nei confronti del piccolo mondo perduto che gravita intorno a ciò che resta della letteratura, di cui non vorrei più fare parte.

Cosa accadeva nella mente di uno scrittore durante le lunghe giornate trascorse in cammino?

Non ho ancora capito bene perché, a questo punto della mia vita di scrittore e di uomo, mi sono gettato in questa impresa e anzi ho addirittura proposto in prima persona questi cicli di cammino, iniziati l’anno scorso con il cammino da Milano a Napoli, proseguiti quest’anno con Stella d’Italia e che avranno probabilmente una nuova proiezione l’anno prossimo con un cammino europeo, e poi, l’anno dopo ancora, con un cammino africano che arrivi fin dove sono conservati i primi scheletri fossili della nostra specie appena alzata su due sole zampe, perché è lì che mi sembra debba finire o magari ricominciare su basi nuove tutto questo cammino. Si vede che, mentre scrivevo a grandi passi questo libro, o meglio questa terza e ultima parte dell’unica opera cominciata con Gli esordi e proseguita con Canti del caos e poi con Gli increati e che alla fine si intitolerà L’increato, avevo, ho bisogno di mettere sull’altro piatto della bilancia una cosa altrettanto forte e totalizzante, a costo di dovermene poi separare violentemente e completamente, per poi ritornarci di nuovo venendo come da molto lontano e potenziato da altre forze inaspettate che si vede erano latenti dentro di me e a cui avevo bisogno di attingere, anche fisiche, atletiche, nonostante la mia età e il mio corpo non precisamente da atleta. Così ho continuato a camminare portando in giro dentro di me, in uno stato di immanenza e di assenza, lo scrigno dimenticato di questo libro interrotto in un suo punto culmine. Tutto ciò è difficile da spiegare e non è neppure completamente chiaro a me stesso. Però è certo che, mentre camminavo sotto il sole cocente e mi sembrava di spostarmi quasi in un’altra dimensione, non ho mai pensato una sola volta a questa cosa che sto scrivendo, non una sola idea, un solo appunto scarabocchiato in fretta durante una sosta, niente di niente. Eppure mi sembrava che, proprio per questo, fosse ancora più presente e crescente dentro di me, che si fosse solo trasformata e trasfigurata per un istante in un’altra cosa. Così, giorno dopo giorno, ho camminato insieme a molti altri sotto un sole africano, con lo zaino in spalla, dormendo spesso sui pavimenti di piccole scuole o palestre, svegliandoci alle tre di notte per guadagnare qualche ora di cammino prima dell’alba, percorrendo anche tappe lunghe e dure (mi è capitato persino di fare una tappa di 60 chilometri in un solo giorno), fino agli attraversamenti delle zone e dei paesi devastati dal terremoto, e poi all’Aquila ancora sigillata come una crisalide nelle sue armature di ponteggi e di tubi, meta ultima dei nostri cinque bracci attraverso l’Italia.

L’Italia vive un momento difficile di crisi non solo a livello economico: cosa le ha lasciato l’incontro con tanti italiani durante questo viaggio, arrivato in una fase così particolare?

Abbiamo lanciato l’idea di questo cammino attraverso l’Italia -che in questi anni e in questi mesi sembra tramortita- proprio come gesto di ripresa di movimento e invenzione, come un piccolo cerchio che possa generare altri e più grandi cerchi concentrici sulla superficie dell’acqua ferma, come gesto che unisce le leve del corpo e quelle della mente, la fatica fisica e la dilatazione degli spazi e la prefigurazione e il sogno. Abbiamo voluto attraversare da tutte le parti l’Italia come delle piccole luci e delle piccole fiamme che potessero incontrare -e che in molti casi hanno incontrato- altre piccole luci e piccole fiamme che già ci sono, numerose, disseminate su tutto il territorio del nostro Paese. Così ci sono stati durante i cammini continui incontri con persone singole e associate che vivono in modo inarreso nei loro territori, ma anche sindaci, assessori particolarmente sensibili alle ragioni e agli intenti del nostro cammino, nelle regioni del sud, in Basilicata, Puglia, Calabria dove quasi a ogni tappa ci sono stati incontri con associazioni, con ragazzi che operano in condizioni dure, che gestiscono terreni sottratti alla ’ndrangheta e coltivati, con i ragazzi africani della rivolta di Rosarno che hanno fatto una tappa di cammino con noi, con sindaci che ci hanno accolto all’arrivo delle tappe, in piedi all’ingresso dei paesi, donne che ci portavano da mangiare cose cucinate da loro. Abbiamo camminato attraverso le distese di oliveti e agrumeti con i frutti ancora sugli alberi e non raccolti perché il prezzo dato ai coltivatori non consente la spesa della mano d’opera, paesi fatti per metà di case morte, non finite e non intonacate, da cui spuntano i ferri delle armature e siepi di vegetazione che erompono dai varchi delle finestre, strade e piante ricoperte di limatura e polvere metallica rossa alle porte di Taranto, le zone terremotate del centro Italia ma anche quelle degli ultimi terremoti in Emilia, avvenuti proprio durante il cammino, e poi ancora incontri con assessori che ci hanno consegnato i simboli delle loro città, il Leone di San Marco a Venezia, il primo tricolore a Reggio Emilia, il bastone dei pastori abruzzesi della transumanza… Passandoci così da vicino, da dentro la sua pancia, abbiamo visto e toccato con mano la presenza di un’Italia che altrimenti non avremmo potuto intercettare, tenace, piena di dedizione e di aspettative, inarresa, a cui i media non danno la giusta rilevanza e che non valorizzano, tutti tesi a inseguire le bolle mediatiche del momento, mentre la radice forte è qui, e se con tutto quello che è successo negli ultimi anni il nostro Paese non è sprofondato è anche perché esiste questa silenziosa e inattuale forza che lo pervade, fuori dalle istituzioni ma a volte anche dentro. Così come questa nostra piccola impresa è stata resa possibile solo dalle centinaia di persone -sconosciute in molti casi fino a un momento prima- che ci hanno creduto e che l’hanno sostenuta in vario modo come singoli o all’interno di organizzazioni di grande rilevanza nazionale (come l’Anci e il Cai), da tutti quelli che hanno camminato nei vari bracci utilizzando i periodi delle ferie o strappando il tempo a mille altre cose, da quelli che hanno organizzato per mesi e mesi i percorsi, i pernottamenti, gli incontri, e che in molti casi hanno poi guidato fisicamente i bracci in condizioni di vero e totale volontariato, mettendoci mesi della propria vita e anche i loro quattrini. Ne voglio nominare almeno alcuni: Serena, Fabiola e Laura per il braccio di sud-ovest partito da Messina e da Reggio Calabria, Maurizio e Beatrice per il braccio di nord-est partito da Venezia, Roberta e Giacomo con la sua famiglia per il braccio di nord-ovest partito da Genova, a cui si sono aggiunti nell’organizzazione di altri tratti dello stesso braccio Lorenzo e Simina, Rita, Riccardo e Fernando per il braccio di sud-est, e poi Graziella, Nicoletta e Pierluigi dell’Aquila, Tina, Lulù, Giovanni, Tiziano, Andrea, Irene, Emma, le organizzazioni di camminatori come Lunga marcia per l’Aquila che ha guidato il braccio da Roma all’Aquila, Speleo Trekking Salento, Associazione Trekking Falco naumanni di Matera…

L’obiettivo per il 2013 si chiama “Stella d’Europa”. Moresco, attraverso quali paesi camminerete, in un momento “nevralgico per il nostro continente, che ha smarrito ogni grandezza e invenzione”? Mentre lo spirito unitario sembra smarrirsi, lei crede nell’Europa e nel suo futuro?

Stiamo cominciando proprio in questi giorni a ragionare con chi ha partecipato a Stella d’Italia sul possibile sviluppo europeo dei nostri cammini. Speriamo di farcela, ma non è scontato. Forse chiameremo questa nuova impresa, invece che “Stella d’Europa”, “Freccia d’Europa”, perché in questo momento abbiamo bisogno di ripartire stretti, piccoli, bassi, per poi magari allargarci pian piano, se ce ne saranno le condizioni, anche facendo tesoro dei problemi creati la volta scorsa dal grande allargamento e dalla divisione dei compiti, senza i quali non sarebbe stato possibile fare la Stella. Così vorremmo partire con una direzione soltanto, quella dall’Italia, a cui si potranno eventualmente unire via via altri cammini che partiranno dalle zone europee attraversate e andranno a convergere con la punta di questa freccia. Non sappiamo ancora quale sarà il percorso preciso né quali altri paesi attraverseremo. Quello che è certo è che vorremmo rimettere al centro la condivisione profonda delle motivazioni, anche esistenziali e sentimentali oltre che civili e politiche in senso lato, l’affiatamento, il senso dell’ amicizia e dell’avventura, la tranquillità e la pazienza, l’alleggerimento del carico di angoscia, inimicizia, intossicazione e competizione che caratterizza spesso la vita di uomini e donne nella vita di tutti i giorni e che non vorremmo che, cacciato dalla porta, rientrasse dalla finestra durante i nostri cammini, la libertà, la responsabilità, anche personale, che dovrebbe contrassegnare ogni vero cammino. Bisogna essere leggeri per portare il carico di un grande sogno. Vorremmo partire questa volta da Mantova, in particolare da quei due scheletri di ragazzi preistorici abbracciati che sono stati trovati alle porte di questa città, per dire che l’Europa comincia da prima, da molto prima delle sue spaventose guerre e stermini, che anche noi veniamo da lì, da quell’abbraccio che ci indica un’altra possibilità e un altra strada. Perché non ci interessa tanto l’Europa così com’è, non ci interessa fare la respirazione bocca a bocca a un cadavere, perché il continente boreale d’Europa potrebbe diventare non un continente stanco e ripiegato su se stesso e sulle sue dinamiche implose terminali e senza futuro di fronte al sorgere di nuovi giganti planetari che stanno spostando il baricentro del mondo, ma, nel suo piccolo, un crogiolo dove si sperimentano altre possibilità di vivere e si inventano e si corrono nuove e prefigurative avventure. Mentre oggi sembra tutto schiacciato sull’unica dimensione totalizzante dell’economia e sulla prosecuzione delle antiche guerre con altri mezzi, sembra che ci sia solo l’altalena delle borse, dello spread, sembra che non possa esistere altro, ogni altro diaframma è saltato, è tutto svuotato, non c’è più niente, la dimensione economica implosa si è mangiata tutta la vita e ha pervaso ogni cosa come se al di là di essa e dei loro officianti non ci fosse e non ci potesse essere nient’altro che la sostanzia. I cittadini dell’Europa o fanno proprie queste logiche e le riproducono e le moltiplicano o sono espropriati di ogni possibilità persino di comprensione di ciò che sta succedendo, infantilizzati, resi dipendenti e succubi di qualcosa che non possono comprendere e trasformare e vivificare in qualcosa d’altro. Chi, durante il nostro Risorgimento e poi alla fine di due devastanti guerre mondiali nate sul nostro continente, aveva sognato un’unione delle nazioni e dei popoli d’Europa e una loro federazione in Stati Uniti d’Europa aveva in mente altro. Noi vorremmo accompagnare il nostro lavoro di preparazione e organizzazione di questo eventuale cammino con un processo di approfondimento e di studio, andandoci a rileggere e ripubblicando via via sui nostri siti gli scritti sull’Europa di Mazzini, di Cattaneo, il Manifesto di Ventotene di Altiero Spinelli, altri scritti, anche critici, di chi in qualsiasi modo e forma si è confrontato con questo passaggio. E magari, nel lavoro di elaborazione, vedere se possiamo aggiungerci qualcosa anche noi, alla luce di quello che è successo dopo nel nostro continente e nel mondo e nella nostra vita di specie e che prima non si poteva sapere né prevedere. E poi magari portare fin dentro la sede del Parlamento europeo queste altre ragioni e questa spinta sentimentale, se chi ci sta dentro vorrà e potrà ascoltare anche queste voci e questi corpi arrivati fin lì a cavallo solo delle loro gambe e dei loro piedi e dei loro sogni.

Si sente un autore europeo?

Se mi sento un autore europeo? Io ho il privilegio di poter scrivere in una lingua meravigliosa, quella italiana, e mi sento nello stesso tempo un autore europeo, un autore mondiale e un autore della nostra specie, di una specie che è nata non molto tempo fa alzandosi su due sole zampe e che non si sa quanto ancora durerà, se non riuscirà a invertire la propria rotta suicida, che si trova di fronte a una catastrofe o a un’invenzione di specie, a un’implosione o a un passaggio e a una chance mai vissuta e incontrata prima.








pubblicato da ilprimoamore nella rubrica stella d’Italia il 30 agosto 2012