La sfigurazione dei Papi, la tomografia dell’italiano

Alessandro Raveggi



"La violenza può mirare solo ad un volto", diceva Levinas in Totalità e infinito. Mirare in italiano ha in sé da un lato il senso dell’ambizione, del desiderio, e dall’altro il senso tecnico della mira balistica. In francese, il filosofo dell’Alterità sapeva benissimo che mirare, viser, può assumere anche il significato di toucher, di toccare, come nella scherma, un toccare che è un colpire. La violenza al volto mira alla sfigurazione del potere, al suo decentramento di forma, perché sfigurare non è tanto il contrario di ’dare figura’, ma il suo spostamento. Se il potere, come in questo caso, è un potere che si emana mediatico e sindonico, unto e munifico d’immagine ad un tempo, incarnato in un volto che controlla da lontano, che si compiace tuttavia di essere visto come tale, già decentrato perché parlato e bisbigliato, ma che ha bisogno di mostrare la dentatura e un mascherone come serragli di una falsa bonomia – la singola sfigurazione avventata di siffatto potere ha un valore traslato: è un dito nella piaga dello stato di violenza insatura di chi vede ossessivamente, dell’italiano ridotto principalmente ad organi di visione e riproduzione, all’occhio e al sesso.
Non può esserci comunque compassione per quella faccia, perché l’orrore e disfacimento che vediamo in quella faccia non è l’orrore di un soggetto nei confronti di un altro soggetto, ma di una raffigurazione, un quasi-oggetto totemico da guardare, che non ci riguarda a sua volta come soggetti. Grondando di sangue però, grondando di un’altra faccia, sfigurandosi, si è mostrato diversamente. Possiamo giustamente condannare l’atto, non partecipare alla convulsione e allo scatto dell’aggressore anonimo, e augurarci che qualsiasi uomo non soffra di violenza altrui, ma bisogna leggere questo atto come una potenza per chi vede, e una potenza per chi non vorrebbe più vedere, più feticizzare il corpo del Premier. Non sarà assolutamente l’atto dell’anarchico Bresci, perché le condizioni della sua diffusione e della sua applicazione al corso politico dei tempi sono diverse. Questo atto non sarà la miccia di alcunché, ma è una tomografia del corpo italiano, è il bottone d’accensione di una Tac. Che ci mostra che un contorno del nostro corpo, le ossa oramai sminuzzate e i due organi suddetti ben ingrossati, è ancora percettibile.
Non si può tralasciare il fatto che quella violenza è latentemente partecipata da buona parte degli italiani: su queste forme di approccio alla violenza amplificata bisogna riflettere. Cosa ci dicono quest’odio e questa violenza? Cosa ci dicono i gruppi nei network online che inneggiano al linciaggio del Premier? Sono solo una banda di idioti della domenica? Quell’immagine ha una potenza totalizzante, voyeuristica, che coinvolge tutti, chi non voleva più vedere e parlare del Premier, e chi parlava e vedeva a ripetizione. È puro occhio che estetizza la tumefazione del volto, impressionante riproduzione di un Bacon, o la versione addomesticata di segno dell’abile fumettista Riccardo Mannelli, nella sfattezza tutta italiana dei suoi corpi e costumi, dove gli abiti non si distinguono molto dalla cute. Nel volto del Premier, per la prima volta, l’abietto, l’orrore si è fatto strada, in quel corpo vestito ma sempre nudo, svelato, cutaneo e unto. Una forma per distanziarcene è stata questa: verificare in un incubo paranoico una violenza ulteriore, che è uno squarcio liberatorio di realtà, come in una scena sgradevole à la Cronenberg o nella faccia contorta dal terrore di Laura Dern in Inland Empire.
L’atto di visione legato all’aggressione anonima (poco importa che l’aggressore abbia un nome, un presente in terapia e un passato come fabbricatore di assurdi specchi musicali) può indicarci una repressione che il popolo italiano subisce: l’impossibilità di toccare con mano il potere che si rende attraente, toccarne la carne, cioè comprenderne la distanza, anche se mascherata. La mancanza e la sparizione della politica in Italia è questo: l’anti-politicizzazione della realtà come anti-realtà. Oggi l’italiano è emanazione diretta del Premier, il Premier è la stessa materia con cui forgiamo azioni, commenti, prospettive. Ma è una materia senza soggetto, fatta di organi senza un corpo, come direbbe Žižek. Che mostra i corpi delle nostre figlie ventenni in luccichii e sculettamenti televisivi, ma solo per privarci della freschezza vitale della loro età nella volgarità dell’organo di riproduzione sessuale tele-visiva. Non abbiamo più alternative, perché siamo schiavi dell’Alternativa: se sei uno scrittore, il dilemma è pubblicare o meno con una casa editrice del Premier. Se sei una casalinga, il problema è se cambiare o meno canale quando passa sullo schermo il Premier. Se sei un genitore, il problema è se vorrai consigliare o meno in buona fede a tuo figlio di abbandonare un Paese in rovina per colpa del Premier, come artefice e risultato delle sue incarnazioni passate e presenti. Queste alternative ci dicono che ogni alternativa prende parte e viene inglobata in una dottrina plotiniana delle emanazioni.
Il sangue che gronda da quella faccia ci fa però avvertire una cosa: siamo ancora nella possibilità di riconoscerci diversamente dal potere più assoluto, perché indistinguibile da noi stessi. C’è speranza ancora di non esserne totalmente schiavi, di essere dei corpi con un volto. È un effetto secondario dell’emanazione tumefatta che aborriamo. L’effetto di un gesto avventato che detestiamo. Noi possiamo solo leggere l’atto nelle sue impressioni su pellicola o in digitale: il Premier che diventa una delle Teste o un Papa di Bacon, oppure il Figure with Meat del 1954, coi due costati di carne livida e dissanguata alle spalle, a rappresentare il corpo degli italiani, segregato e tranciato per anni, ma anestetizzato, mai doluto. Questo gesto non ci fa tanto comprendere l’inermità del Premier, la sua umanità nella sofferenza, perché il Premier è già in misura eccessiva carne e sudore, belletto e umori transustanziati, quanto la nostra mancanza di volto, di carne, il nostro non essere più riconoscibili. La sfigurazione del Capo è la controparte della nostra mancanza di figura, il nostro anonimato inattivo, il nostro essere figure without meat. Se vogliamo fare un parallelo con gli altri atteggiamenti dittatoriali del Novecento, nella strategia decennale del Premier italiano, la vittoria è assicurata da un’idea applicata di Übermensch inedita: il nessun-uomo catodico privo di carne e storia, intrappolato in un presente palincestuoso che imita se stesso e allo stesso tempo dipende dal Riproduttore catodico per vivere.
Figura, come viser in francese, porta nel suo etimo il toccare del toucher, per questo l’iconoclastia si batte contro la raffigurazione divina: dare figura al divino è una contestazione del Noli me tangere, ogni figurazione è potenzialmente una sfigurazione. Molti oggi tentano di applicare l’iconoclastia al contrario e interiormente, di voltare la faccia alla Grande Faccia onnipresente. Il Noli me tangere potrebbe essere epigrafe di ogni azione propugnata dal Premier, per rendersi inavvicinabile dalla Legge e ciononostante rendersi legittimo, visibilissimo e condivisibile. Ma questo squarcio, questo sfregio, questo tocco, all’interno della contraddittoria condizione nella quale ci troviamo, come organi senza corpo, ci ha toccati tutti, volenti o nolenti. L’orrore di quella faccia ci consegna una figura non più umana, ma almeno distinta da noi. Ci riconsegna i costati dissanguati della mucca di Bacon, che il Premier e la sua logica immanente al potere ci avevano sottratto. Ce li riconsegna, per vedere di captare il dolore psichico rimasto tra le ossa di quei tranci martoriati e anonimi.
Siamo noi in realtà sotto la luce della tomografia dell’ospedale milanese che ci vediamo un po’ rimpolpati e contornati di una leggera carne.








pubblicato da a.tarabbia nella rubrica democrazia il 14 dicembre 2009