L’icona e il souvenir

Andrea Tarabbia



Ne Il compagno Astapov, romanzo ambientato a cavallo della Rivoluzione d’Ottobre, lo scrittore americano Ken Kalfus riesuma una vecchia diceria a proposito del corpo di Lenin: nel 1924, all’epoca della malattia che avrebbe portato il padre della Rivoluzione alla morte nel volgere di poche settimane, su volere di Stalin – allora un oscuro georgiano con funzioni chiave all’interno del Partito – alcuni medici ignoti cominciarono, assieme alle cure, a somministrare per via endovenosa al corpo di Lenin delle sostanze il cui scopo era quello di cominciare a indurire i tessuti, a solidificarli in modo da «garantirne l’immortalità». Secondo questa leggenda, non appena si intuì che le condizioni del Capo erano irreversibili e disperate, si decise sostanzialmente di ucciderlo facendo iniziare, da vivo, il lento processo della mummificazione. A chi, come la Krupskaja, che aveva intuito la macchinazione di Stalin, protestava ferocemente, il Piccolo padre rispondeva con tono beffardo che quello era l’unico modo per rendere immortale il padre della Rivoluzione: aspettarne la morte biologica, con il corpo già sfibrato per via dei numerosi colpi apoplettici subiti, avrebbe significato, in parole povere, preparare una mummia sfasciata. La leggenda sull’«omicidio» di Lenin non è dimostrabile, ma riflette in modo particolarmente efficace le lotte intestine in seno al Partito al momento della malattia del leader. Kalfus mette in scena in almeno un’occasione un crudele gioco di sguardi tra Lenin e Stalin: sembra che il primo, nonostante lo stato di semicoscienza, abbia intuito le azioni del secondo, e in almeno una scena l’odio tra i due serpeggia nella stanza con una certa violenza, benché Lenin, chiuso nel suo mutismo, non possa esprimerlo concretamente. Vladimir Il’ič muore il 21 gennaio 1924, l’Unione Sovietica si mette a lutto: sulla copertina di «Krokodil», rivista piuttosto celebre all’epoca, compare subito l’immagine di quello che di lì a poco sarebbe diventato il mausoleo sulla Piazza Rossa: nell’immagine c’è già una lunga fila di persone di ogni razza che fa la fila per salutare il Capo. Il 24 gennaio la «Petrogradskaja Pravda» pubblicava un articolo di Trockij che dice quanto segue: «La medicina si è rivelata impotente a realizzare ciò che da lei si aspettavano e pretendevano con passione milioni di cuori umani. Ma il miracolo non si è compiuto là dove la scienza si è rivelata impotente. E così Lenin non c’è più. Come si fa a crederci? Lenin non c’è più, ma è rimasto il leninismo. Immortali in Lenin sono il suo insegnamento, il suo lavoro, i suoi metodi, i suoi esempi che vivono in noi, in quel partito che lui ha fondato, in quel primo stato operaio che lui ha governato e guidato». Seguono i bollettini medici, i resoconti delle ultime ore del leader, le notizie relative alla costruzione del mausoleo. Il giorno successivo, lo stesso quotidiano scrive: «Lenin è morto, Lenin è immortale. Un giorno, quando esisterà una prospettiva storica, sarà scientificamente dimostrato che Lenin ha costituito un punto di cambiamento nella storia dell’umanità. L’umanità prima di Lenin, l’umanità dopo Lenin». Imbalsamato, sepolto ed esposto, Lenin diventa una sorta di Cristo laico, un esempio e un ammonimento. Il suo corpo ricorda tuttora ai russi la Rivoluzione. Gian Piero Piretto, nel fondamentale libro da cui sto traendo la maggior parte di queste notizie, Il radioso avvenire (Einaudi, 2001), ricorda però una cosa fondamentale: Lenin non aveva voluto tutto questo. Egli rifuggiva il culto del Capo, non parlò mai di cerimonie in suo onore e non avrebbe autorizzato – se avesse potuto – tanto l’imbalsamazione quanto il mausoleo. Tuttavia, l’immagine di Lenin divenne ben presto una sorta di immagine sacra, le sue parole una specie di Verbo: si arrivò a sdoppiare la natura leniniana, e si cominciò a riferirsi a «Il’ič» quando si intendeva parlare dell’uomo e delle sue spoglie mortali, e a «Lenin» quando nei discorsi si faceva riferimento all’essere immortale, padre della Causa. Addirittura, i ritratti di Lenin vennero appesi nel krasnij ugol, l’angolo della casa tradizionalmente riservato alle icone.
Il culto del Capo passava per la sua immagine integra, immutabile nel tempo. Ancora oggi, per chi vuole, il corpo di Lenin è visibile la mattina, gratuitamente, in un ambiente la cui atmosfera raccolta ha qualcosa insieme di artefatto e di sacrale. La cosa impressionante della mummia è che è totalmente integra, e sembra riposare. Lenin è lì, a portata di sguardo, placido e perenne.

Il culto di Karol Wojtyla è invece passato per un’idea diametralmente opposta: la messa in scena quasi quotidiana del disfacimento del corpo, del tremolio, della perdita progressiva dell’uso della parola. La sua è stata un’imbalsamazione e un’esposizione temporanea, e in ogni caso, nell’iconografia del nostro tempo, il corpo del papa non è quello che molte persone hanno visitato in San Pietro i giorni immediatamente successivi alla morte, ma è quello di un vecchio aggrappato al suo bastone pastorale, che si scava con la lingua nella bocca alla ricerca della parola da pronunciare, che respira pesantemente e dà la sensazione di poter crollare al suolo in ogni momento. È, è stato detto, l’immagine di un uomo «umano», vicino alla gente, e che, dal momento che vive sul proprio corpo i tormenti dell’uomo comune, gli è vicino e amico. Giovanni Paolo II è stato una guida perché nel suo corpo erano impressi i segni della morte. Il processo mentale con cui credo che un fedele abbia potuto sentirlo vicino è: «É un uomo come noi, è un uomo anche lui. Sta passando quello che potremmo passare noi, eppure è il papa e va avanti, anche attraverso la sofferenza va avanti e ci fa da guida». Con il corpo di Wojtyla, forse per la prima volta, viene lanciato il messaggio che il leader, per essere tale, non deve essere "immortale", anzi: proprio in virtù della sua umanissima sofferenza e della forza che riesce a trovare per continuare, egli è una guida e un esempio.

Il corpo di Silvio Berlusconi sta a metà tra questi due, o forse ne è la sublimazione postmoderna: nel suo Corpo morto e corpo vivo. Eluana Englaro e Silvio Berlusconi (Transeuropa, 2009), Giulio Mozzi riporta una frase del medico Umberto Scapagnini, in cui il dottore dice che il capo è «tecnicamente immortale» in quanto dotato di «un sistema di tipo neuroimmunitario veramente straordinario per cui niente mina la sua salute». Il processo di laccatura del corpo di Berlusconi, con i continui ritocchi, il sorriso ad ogni costo, i continui «tagliandi», le migrazioni in Svizzera per rigenerare il sangue e in USA per registrare il cuore, la tintura dei capelli e così via, hanno come risultato di mettere sulla scena un corpo che mira ad essere sempre più o meno giovane e scattante, ma soprattutto immutabile nella percezione di chi lo guarda. A questo scopo, Berlusconi è sempre vestito uguale (tant’è vero che quando cambia d’abito, mettendosi ad esempio una bandana in testa, sui giornali e nei bar non si parla d’altro per giorni). L’iconografia di Berlusconi è fissata da tempo, plastificata dagli interventi chirurgici, ed è patrimonio di ogni italiano (provate a mettervi una cravatta blu a pois bianchi e vedrete come verrete accolti dagli amici). Berlusconi ha realizzato nel proprio corpo vivo quello che Lenin è riuscito suo malgrado a realizzare soltanto da morto: ha creato l’Immagine di sé. Parlando di Lenin, il pittore Kazimir Malevič partì dall’assunto che la morte lo avesse trasformato in Immagine, in un «LUI» iconizzato che rappresentava l’«idea». Perché ciò avvenisse, però, il leader non ci doveva essere più. Mummificando la propria immagine, rendendola sempre uguale a se stessa nel corso degli anni, Berlusconi ha invece centrato l’obiettivo senza essere morto: in una parola, Berlusconi è vivo, ma «agisce» come se fosse morto. Iconograficamente, il suo corpo è già pronto per il mausoleo.
Ieri tuttavia è successa una cosa che ha de-leninizzato l’immagine del capo: nella sua immagine-mummificata è stata aperta una breccia: il labbro si è lacerato, il naso è stato contuso, due denti sono saltati via. Tartaglia è entrato nel mausoleo e lo ha profanato, spaccando l’icona del leader proprio davanti al suo popolo. Le immagini del volto sfigurato di Berlusconi lo de-iconizzano, e oltre a dimostrarne la propria «umanità» lo decostruiscono e lo ripropongono come «corpo vivo», lontano dall’idea parareligiosa che ha saputo edificare intorno a sé. In qualche modo, da ieri Berlusconi ha facoltà di richiamarsi, nella costruzione della propria immortalità, a Wojtyla. Questa per lui potrebbe essere, se la vorrà cogliere, un’ulteriore occasione.
C’è tuttavia, in questa prospettiva di per sé terribile (il sangue come veicolo di santità), un particolare ridicolo e oltraggioso che dà alla popolazione italiana la possibilità – ma non succederà – di allontanarsi dal culto dell’icona: per attuare la sua profanazione, Tartaglia ha utilizzato un souvenir, la statuetta del duomo di Milano (di cui immagino si moltiplicheranno le vendite nei prossimi giorni). Ebbene, per la prima volta, il corpo-sacro viene profanato da un oggetto kitsch. La situazione di ieri, infatti, al di là di tutte le possibili considerazioni che si stanno facendo sulla violenza del gesto e sulla sua condanna, è profondamente comica: il potere viene attaccato e destabilizzato dal kitsch, da quel kitsch di cui egli stesso è l’alfiere e il patriarca. La statura morale e intellettuale di Berlusconi e del suo potere non vanno molto oltre una riproduzione in scala del duomo di Milano, e proprio con questa riproduzione li si attacca intaccandone e modificandone l’Immagine. Il souvenir ha aperto una breccia dentro la quale è necessario infilarsi per cominciare a liberarci di lui.








pubblicato da a.tarabbia nella rubrica democrazia il 14 dicembre 2009