Una giornata italiana

Teo Lorini



Arriviamo a Milano dopo l’una. Abbiamo quasi due ore prima dell’appuntamento con Marco e Sarah e così andiamo al chiosco all’inizio di viale Monte Nero, a cui penso sempre come al "mio" giornalaio dai tempi in cui abitavo proprio qui nel 1997. Compriamo i quotidiani e anche qualche rivista che in Ticino non si trova. Oggi è sabato e così prendo anche la Stampa, ma scoprirò solo a casa che TTL avrei dovuto chiederlo all’edicolante; adesso andiamo all’appuntamento con giornali e settimanali fatti su in una sorta di plico, con la Stampa all’esterno a raccogliere tutti gli altri.

Da che ho memoria, ogni anno, all’anniversario della Strage, ci sono diverse manifestazioni che di solito convergono sulla Piazza da percorsi differenti. Oggi ne partiranno due, una è quella per così dire istituzionale con i parenti delle vittime, l’ANPI, le autorità. L’altra, che registra una partecipazione molto maggiore, è organizzata dalle varie componenti della Milano di sinistra e antifascista e include studenti, anarchici, membri di centri sociali, persone mature che erano ragazzini quando la bomba è esplosa e adulti che, come noi, stanno tra i 30 e i 40, non hanno ricordo diretto della strage, ma ne hanno letto o sentito raccontare dai genitori, e continuano a pensare di avere l’obbligo di mantenere la memoria di quel momento e di quegli omicidi e assieme la speranza che, in un futuro, ci sia la possibilità di rivelare una volta e per sempre i nomi dei mandanti, degli esecutori, di quei pezzi dello Stato che hanno deciso, pianificato o semplicemente tollerato che gente normale, cittadini di un paese democratico fossero massacrati in maniera indistinta, repentina e vigliacca da qualche manipolo di terroristi di fede fascista.

Poco dopo le tre i nostri amici arrivano a piazza Missori e, mentre ci stiamo salutando nella folla che si prepara a far partire il corteo, Marco intercetta un signore che scruta la testata del mio quotidiano e mi guarda male. Perché è il giornale del padronato FIAT? ci chiediamo con un po’ di bonaria ironia. O perché il suo direttore è il figlio di quel commissario Calabresi dal cui ufficio precipitò nella notte tra il 15 e il 16 dicembre 1969 il ferroviere anarchico Pinelli? In ogni caso, quell’occhiataccia ci pare di cattivo auspicio rispetto alla riconciliazione che si auspica e per cui quest’anno il Presidente della Repubblica ha fatto tanto, invitando al Quirinale anche la vedova di Pinelli, accanto a quella del commissario Calabresi che lo stava interrogando e che fu assassinato neanche tre anni dopo, e riconoscendo la necessità di rendere a Pinelli l’omaggio e il rispetto che si devono "a un innocente che fu vittima due volte".

Il nostro corteo parte e mi chiedo quante volte sono stato qui, a sfilare per le strade del centro il 12 dicembre, oppure ho mostrato a un amico in visita a Milano per la prima volta, o a qualche studente in gita, la facciata della banca provando a immaginare quel venerdì sera di freddo, confusione e terrore, e tentando poi di riassumere a quell’amico, a quello studente, o magari a una ragazza che mi piaceva, la vicenda della Strage di Stato. E altrettante volte ho anche consigliato qualcuno dei libri su cui, a mia volta, mi ero informato riguardo alla bomba di cui mi parlava, da piccolo, mia madre. Che in quel giorno era proprio a Milano, anzi ci viveva già da qualche anno e aveva sentito il botto fin da Piazza S. Ambrogio dove lavorava, capendo subito che era successo qualcosa di terribile e così si era messa al volante, per tornare a Como, dai suoi (che peraltro non le avevano risparmiato critiche su quella scelta di vivere, giovane donna sola, a Milano). Molte volte mi aveva descritto il batticuore di quel viaggio di notte, nella nebbia, con la polizia e i carabinieri che si affrettavano a organizzare posti di blocco sulle tangenziali e sulle strade in uscita da Milano, specialmente a nord, verso i valichi e la frontiera svizzera. Da quello che lei raccontava, era stata lasciata passare giusto perché quella 30enne minuta, con i capelli tagliati corti corti, su una 500 grigia non faceva paura a nessuno.

Mentre camminiamo mi ricordo il corteo del venticinquennale che ho fatto da universitario tra gli studenti delle superiori e che era partito da piazza Cairoli o la notte gelida del 2002 in cui, passeggiando con un amico che ora non so più dove sia finito, siamo capitati in piazza Fontana proprio in coincidenza con l’arrivo di un piccolo gruppo di persone che portavano bandiere nere e candele e un radiolone a pile mezzo esausto. Solo quando ho visto le "A" cerchiate mi sono reso conto che era quasi mezzanotte del 15 e che quel piccolo drappello era lì per l’anniversario della morte di Pinelli. Ci siamo avvicinati nel freddo, i respiri che formavano sbuffi di vapore bianco e gli sguardi che ci soppesavano, fino a che dal gruppo è emersa, seminascosta da uno sciarpone e un berretto calato fino quasi sugli occhi Marcella, che ci ha abbracciato in quella maniera senza filtri che ha lei, ci ha presentato il suo ragazzo e poi siamo rimasti lì un’ora a parlare nel freddo e ad ascoltare un vecchio anarchico del Ponte della Ghisolfa che ricordava Pietro Valpreda, ucciso da un cancro sei mesi prima. Mi intenerisco un po’ a ripensare alla brina che gelava e ricopriva la piazza come una coltre di neve e così mando un messaggino a Marcella che oggi non abita più a Milano.

Ma manca un quarto d’ora all’inizio della commemorazione e il serpentone del Corteo supera Largo Augusto. Ci sembra inverosimile riuscire a arrivare in piazza per le 16.37, l’ora dello scoppio, così ci consultiamo e decidiamo di sganciarci e tornare sui nostri passi attraverso via Cavallotti per essere in tempo davanti alla Banca. Nel momento in cui sbuchiamo da via Beccaria, l’altro corteo ha già raggiunto la piazza che però è ancora semivuota e così non facciamo fatica a disporci vicino al piccolo palco su cui salgono molto frettolosamente le autorità: il sindaco Moratti, il presidente della provincia, un ras del PdL lombardo che ha fatto tutta la sua carriera in Forza Italia e Formigoni, quella specie di satrapo che, grazie al sostegno compatto e militarizzato di CL, ha oramai trasformato la Regione Lombardia in una sorta di dominio personale. Vola qualche fischio, qualche: "Vergogna", poi si fa avanti Paolo Silva, si presenta e dice: Mio papà è morto in quella banca.
Allora la piazza fa silenzio e tutti ascoltano l’introduzione di Fortunato Zinni, impiegato alla BNA e superstite della strage, che oggi è sindaco a Bresso. Zinni dice una di quelle cose di buonsenso che da anni non mi capitava più di udire o di leggere nei giornali e cioè che in democrazia, quando si fa un comizio, ci può essere dissenso e perciò è lecito che ci siano anche i fischi. Poi aggiunge di soppesare bene questi fischi perché quest’anno per la primissima volta in quattro decenni, il Presidente della Repubblica è stato a Milano espressamente per ricordare la strage e incontrare i parenti delle vittime. Napolitano inoltre ha indirizzato a tutti un messaggio che Zinni legge e dopo il quale prende la parola il sindaco Moratti.
A questo punto torna qualche fischio, qualche urlo, ma soprattutto uno slogan, che ci sforziamo di capire. Da via Larga e dall’angolo di via Santa Tecla stanno gridando: Aprite la piazza. Sarah e Marco ricevono un paio di sms e poi capiamo. La piazza è stata sbarrata dalle forze dell’ordine con transenne e agenti in tenuta antisommossa. Chi ha sfilato nell’altro corteo non potrà entrare, in modo da ridurre il rischio di contestazioni e di portare a termine rapidamente una commemorazione che sembra di minuto in minuto più retorica. Letizia Moratti è l’unica a parlare di "giustizia negata per quarant’anni", e a dichiarare comprensioni per le ragioni di chi fischia. Non ho idea di dove fosse la ventenne Letizia Moratti mentre la città che lei adesso governa veniva squarciata dalla ferita che ora stiamo ricordando e per cui stiamo chiedendo ancora giustizia, non so, né verosimilmente saprò mai se a dettarle il rammarico e la mortificazione che oggi esprime nel suo atteggiamento composto e nelle sue parole sobrie sia il ricordo di quel pomeriggio o semplicemente un senso delle istituzioni che, comunque, le farebbe onore. L’impressione favorevole suscitata dal brevissimo discorso del sindaco è presto cancellata dagli altri due oratori.
Mentre la folla esclusa dalla commemorazione rumoreggia sempre più forte, prendono la parola prima Podestà, poi Formigoni. I loro discorsi ondeggiano tra la retorica e il desiderio di rimozione. Della strage non parlano quasi, limitandosi alla retorica del periodo cupo della nostra storia e delle tensioni da superare con una conciliazione che non si capisce bene su che basi dovrebbe essere costruita. Nessuno dei due menziona Pinelli. La parola "fascista", nel luogo in cui i fascisti hanno ammazzato 17 innocenti, non risuona neanche una volta.
E a me viene in mente un’altra storia. Stavolta a raccontarmela è stato mio padre, ginnasiale al liceo di Lecco quando Formigoni si preparava alla maturità ed era già un astro nascente di GS, la futura Comunione e Liberazione. Mio padre, che a sua volta è stato membro di GS e poi di CL per quasi tutta la vita, mi raccontava che in una cittadina piccola come Lecco ci si ricordava bene (anche se non pareva educato parlarne) che il padre di Formigoni era stato un comandante delle Brigate Nere repubblichine e che in quel ruolo, nel 1944, aveva ordinato l’esecuzione di quattro partigiani ventenni dopo aver scatenato i suoi uomini nel saccheggio di una cascina a Valaperta di Casatenovo.

Intanto la protesta degli esclusi cresce, Formigoni conclude il discorso che aveva aperto con la solita boria. Io rappresento dieci milioni di lombardi, dice, e a farmi tacere non saranno pochi contestatori.
Anche perché gli altri (decisamente più numerosi) non sono solo tenuti fuori dalla piazza ma, come scopriremo da altri sms, vengono anche caricati da una polizia che in Italia sembra di mese in mese sempre più pronta a ricorrere ai manganelli di fronte a qualsiasi manifestazione di dissenso.

La commemorazione blindata si conclude con Carlo Arnoldi, vicepresidente dell’associazione dei familiari delle vittime, che menziona finalmente Pinelli e, tra gli applausi, ricorda che il gesto di Napolitano ha di fatto restituito al ferroviere anarchico morto innocente, la dignità di diciottesima vittima della strage.
A quel punto se ne va anche Formigoni che scende dal palco levando le braccia tese verso il pubblico e sfoggiando lo stesso sorriso tronfio che aveva alla manifestazione dello scorso 25 aprile. Di fianco a me c’è una signora anziana, minuta, con un cappottino scuro che lo vede e sbotta: Ma cussa l’ gh’a da sorridere, quel pirla? Venti morti ammazzati e l’ ride lù. Pirla!

Alle 18.30, ancora frastornati da questa commemorazione a metà, camminiamo fino a via Rovello. Al Piccolo appena restaurato è prevista la proiezione di "Vittime", un documentario di Giovanna Gagliardo realizzato col contributo della Direzione generale per il cinema del Ministero dei Beni culturali presieduto da Sandro Bondi e la collaborazione dell’archivio "Teche RAI".
Il film, se così si può chiamare, consiste in 95 minuti di interviste ad alcuni parenti delle vittime di atti di terrorismo, intervallati da frammenti di Tg rai (quasi solo il Tg2, la regista non ha fatto nemmeno la fatica di cercare nelle altre testate) e da surreali inserti con la stessa funzione delle cornicette che si facevano sui quaderni delle elementari tra un dettato e l’altro. Negli intermezzi di "Vittime" c’è una bambina, filmata con una camera a mano, che scatta delle foto. Quale sia il senso di questa apparizione resta oscuro: non solo un bambino, ma persino un adulto che vedesse questo sedicente "documentario" senza sapere nulla degli anni di piombo, uscirebbe con le idee, se possibile, ancora più confuse.
I parenti delle persone uccise si susseguono in interviste rapidissime e senza alcun filo logico, anzi, a impedire ulteriormente la comprensione delle dinamiche e a ingarbugliare ancora di più il quadro complessivo, mistificando contesti, cause, effetti, azioni, reazioni, snodi, passaggi, epoche, si parte dagli omicidi più recenti, Biagi (2002) e D’Antona (1999), attraversando poi altri delitti di matrice rossa (sequestri, omicidi, gambizzazioni) ai danni delle persone più disparate. Dopo venti minuti è chiaro che, secondo la Gagliardo, il sequestro di un dirigente d’azienda rilasciato vivo o l’omicidio di un agente penitenziario poco più che ventenne sembrano essere reati di pari crudeltà, così come appaiono identiche (ammesso che uno spettatore ignaro capisca questa sigla) le Brigate Rosse di Curcio e Franceschini (arrestati nel ’74) e le Nuove BR di Lioce, Galesi, Mezzasalma e degli altri che compirono i loro dissennati omicidi venticinque anni dopo.

Il documentario prosegue su questo registro sino alla fine, passando con indifferenza dalla gambizzazione di un docente universitario alle immagini della strage di Bologna. Su tutto si stende il velo dell’umanissimo, del comprensibilissimo dolore ma intanto scompaiono secoli di riflessione giuridica necessariamente articolata, necessariamente elaborata. Ma allora, sbotto io, l’omicidio di un poliziotto in un confronto a fuoco contro delinquenti armati rispetto a un ragazzino sventrato da una bomba o a una bambina divorata dalle fiamme in una stazione sono delitti della stessa gravità?
Peggio, risponde Sarah, diventano uguali perfino il poliziotto ucciso nell’esercizio delle sue funzioni e il cittadino innocente e ignaro, vittima di una strage condotta con le complicità di Apparati dello Stato.

Anche nel documentario, come nei discorsi di Penati e Formigoni, la parola "fascista" non compare mai, neanche parlando di Piazza Fontana, per cui si nominano en passant solo gli "ordinovisti veneti", sigla -ancora una volta- muta per chiunque non possegga già vasta e dettagliata conoscenza delle dinamiche di quegli anni.

Uscendo dalla proiezione, Paolo Silva, il cui padre è morto nel salone della Banca Nazionale dell’Agricoltura, si definisce senza mezzi termini "indignato". Alla strage di Piazza Fontana il documentario dedica un minuto su 95’, e per di più sul finale, come se non fosse stato proprio quell’atto vigliacco ad aprire la stagione della violenza folle che travolse l’Italia per oltre un decennio.
Nel foyer del teatro restaurato Marco scuote la testa. Non c’è più speranza, dice: Ecco la ’pacificazione’ che si cerca, questa omologazione in cui tutto diventa uguale, nulla deve essere spiegato, chiarito, approfondito, interpretato. In cui tutto è empatia e ragione e memoria non hanno, non devono avere più un ruolo.

Davanti all’ingresso sostano le auto blu per caricare le autorità venute a presenziare all’anteprima.

I vetri oscurati nascondono i volti di chi ci sta dietro.








pubblicato da t.lorini nella rubrica dal vivo il 13 dicembre 2009