Piazza Fontana 1969-2009 - #5

Teo Lorini



Questo imponente volume (700 pagine) passa in rassegna una mole enorme di dati, recuperando anche elementi trascurati dalle indagini o dimenticati nel corso degli anni. Le tesi di Cucchiarelli hanno suscitato diverse polemiche, sia per quanto riguarda il ruolo di Valpreda e, più in generale, dei circoli anarchici indagati, sia per quanto attiene alle responsabilità di forze dell’ordine e apparati dello Stato.

Cucchiarelli infatti è tornato con precisione sulle risultanze dei vari processi ma anche sui quotidiani dell’epoca, iniziando dalla notizia, segnalata da "Il Popolo" e "l’Unità", di altre due bombe che quel giorno a Milano sarebbero state rinvenute e fatte scomparire dalla Questura (che peraltro smentì seccamente). Il libro indaga ancora le perizie sugli esplosivi o meglio su quanto ne rimaneva. È infatti noto che un altro ordigno, inesploso e -dettaglio interessante- neppure innescato, fu rinvenuto alla COMIT di Piazza della Scala, prima dello scoppio alla bna, e che in serata esso fu fatto brillare, distruggendo così importanti elementi di prova. Alle note tecniche del perito Cerri, che prese la decisione di distruggere la bomba, Cucchiarelli dedica molte pagine soffermandosi in particolare sui timer da 60 e da 120 minuti, acquistati per l’attentato dagli ordinovisti veneti. Dal momento che i quadranti dei due modelli di temporizzatore erano intercambiabili, Cucchiarelli suggerisce che un attentatore "in buona fede" avrebbe potuto introdurre alla Banca Nazionale dell’Agricoltura una bomba a ridosso della chiusura, convinto che un’esplosione due ore dopo non avrebbe coinvolto clienti né personale. L’autore riporta anche il lungo inventario di reperti trovati dopo lo scoppio.
Tali tracce dimostrerebbero l’esistenza di due bombe alla BNA: una sarebbe quella, ad alto potenziale, portata dai fascisti, l’altra sarebbe stata effettivamente lasciata da Valpreda, convinto all’azione dimostrativa da infiltrati di estrema destra come Merlino.
Questa conclusione lascia spazio a molti dubbi: non si vede infatti l’opportunità di "raddoppiare" la bomba, trovare un sosia per il ballerino anarchico e, in breve, complicare di molto l’operazione, quando comunque Valpreda avrebbe collocato nel salone della BNA un ordigno destinato a scoppiare in anticipo. Senza contare il dato di fatto che tutti i testimoni (superstiti inclusi) parlano di una e una sola deflagrazione ed è arduo immaginare negli attentatori una perizia tale da far combaciare due scoppi alla perfezione.

Detto questo, il volume resta un aggiornatissimo riassunto di dati, documenti e ipotesi investigative che approfondisce numerosi altri elementi come il contesto internazionale della strategia della tensione o le dinamiche che portarono alla morte di Pinelli.
A questo proposito Cucchiarelli formula una tesi molto più persuasiva del famigerato "malore attivo", introdotto nella giurisprudenza dalla sentenza che nel 1975 chiuse l’istruttoria. Nel paragrafo L’aggressione (pp. 266-68) il giornalista menziona un passo della stessa sentenza 1975 che propone una diversa ricostruzione. Testualmente, «una improvvisa vertigine, un atto di difesa sbagliata, il corpo ruota sulla ringhiera e precipita nel vuoto». Ma, si chiede Cucchiarelli, se l’«alterazione del centro di equilibrio» poteva originare da un movimento difensivo, da cosa si sarebbe difeso Pinelli?
Cucchiarelli menziona qui una dichiarazione che il questore Allegra fornì a Umberto Federico D’Amato, capo degli Affari riservati, nel corso di una testimonianza mai resa pubblica fino al 1997. A Roma, nell’ufficio di D’Amato, Allegra disse infatti che "Pinelli era di spalle quando era andato giù". I due dati coincidono molto bene se si ipotizza che qualcuno, al culmine di una fase concitata di interrogatorio, si sia lanciato verso Pinelli con veemenza, simulando il gesto di un’aggressione, di uno spintone, di uno schiaffo (o allungandoglielo effettivamente). Lo scarto all’indietro, automatico, di riflesso, potrebbe aver indotto Pinelli, già appoggiato di spalle alla finestra aperta, a tirarsi indietro di scatto, da lì la caduta e l’urto col cornicione.

Chi potrebbe essersi mosso di scatto e minacciosamente verso il ferroviere, causandone la precipitazione e la morte? Il colpevole più verosimile, nella coltre di omertà stesa su quei drammatici minuti da Calabresi e dagli agenti che interrogarono Pinelli, rende impossibile l’accertamento di una verità univoca, ma gli elementi che Cucchiarelli raccoglie ed elenca rendono plausibile la proposta di identificazione nel brigadiere più vicino a Pinelli al momento della caduta, quel Vito Panessa che era accanto alla finestra e che, secondo i racconti (per una volta concordi) di tutti, cercò in extremis di afferrare Pinelli prima che precipitasse. "E’ quanto meno concepibile", così Cucchiarelli "che Panessa abbia trasformato in un estremo tentativo di prendere la gamba dell’anarchico quello che in realtà era stato uno scontro fisico".

Ciò che si sa per certo è che Vito Panessa è il testimone che al processo si contraddisse e "si ingarbugliò nella maniera più marchiana".
Su questa deposizione del brigadiere al processo colpiscono i ricordi di Licia Pinelli: "E’ quello che mi è rimasto più impresso" scrisse la vedova del ferroviere nel 1981:"Alto e grosso, con mani enormi. Le mani. Me le ricordo molto bene. Come avessero vita propria. E questo modo di andare in giro. Con arroganza. Scansare la gente come fossero moscerini, come a dire: "Sono più forte io", fisicamente forte anche. Poi queste mani. E l’interrogatorio allucinante, faceva addirittura l’eroe che aveva cercato di fermare Pino mentre si lanciava dalla finestra. Poi questo confondersi, questo ridacchiare, questo farsi riprendere dal presidente: «Lei parla troppo». E non essere stati capaci di tirargli fuori la verità, che lì sarebbe uscita... Verso la fine il presidente l’aveva interrotto dicendo: «Lei parla troppo». Dava l’impressione di una persona a cui avessero insegnato una parte a memoria e che non se la ricordava più. Lì bisognava insistere, di getto, perché si stava confondendo... e invece no, sospeso, finito, niente di fatto. Avevo la sensazione molto forte che stava per uscire qualcosa..."

"Non molto oltre" conclude Cucchiarelli "poco dopo la morte di Calabresi, Panessa si dimise dalla polizia, senza una spiegazione, in silenzio".

Il segreto di Piazza Fontana tocca anche da vicino una questione che sembrava sepolta dal capitolo (comprensibilmente frettoloso) di Spingendo la notte più in là, il noto libro di memorie del figlio di Calabresi.
Cucchiarelli richiama infatti il primo rapporto di Allegra, capo dell’Ufficio Politico, in cui si diceva apertamente che Calabresi era nella stanza al momento della caduta di Pinelli. Tale dato è confermato da due fonti indipendenti: il brigadiere Attilio Sarti e l’anarchico Pasquale Valitutti che dalla cella dov’era avrebbe visto passare il commissario se quest’ultimo avesse mai lasciato la stanza dell’interrogatorio.
Ancora a proposito di Calabresi e della sua morte, Cucchiarelli riprende una pista accennata già nel bel libro di Aldo Giannuli, Bombe a inchiostro (Bur 2008): poco prima di essere ammazzato, Calabresi aveva intrapreso un’indagine personale sulla possibile origine dell’esplosivo, ripercorrendo le orme di Feltrinelli. Dalla sua clandestinità infatti, anche l’editore milanese aveva iniziato a battere gli ambienti neofascisti per scoprire i loro canali di rifornimento. I destini dei due appaiono legati agli stessi incontri e alle stesse scoperte: è un dato di fatto che entrambi muoiono poco dopo avere lambito (non si sa quanto consapevolmente) ambienti e membri di Gladio nel Nordest. Sull’esecuzione di Calabresi, sono da menzionare ancora un’ammissione che fa ben poco onore a Erri De Luca: "Diremo la verità sulla morte di Calabresi quando ci restituirete i corpi di Sofri e Bompressi" e gli accenni di Sofri che nel 2007 ha parlato di un esponente dello Stato venuto a proporgli un omicidio da eseguire "in combutta con gli Affari Riservati".
Sono allusioni da cui non è azzardato dedurre che i vertici di Lotta Continua, aldilà delle molte incongruenze nelle deposizioni del pentito Marino, conoscano precisamente le circostanze dell’omicidio Calabresi ma siano intenzionati, o costretti, a custodire i silenzi e le ambiguità mantenute sin qui.

Una versione più concisa di questo contributo è stata pubblicata su «Pulp Libri» n.82 (novembre-dicembre 2009).








pubblicato da t.lorini nella rubrica libri il 11 dicembre 2009