Elogio della vecchiaia

Roberta Salardi



Ricordiamo tutti l’acceso dibattito, nei primi mesi del 2009, intorno alle questioni di fine vita e al testamento biologico. Lo sfondo era, ed è, quello di un progresso scientifico che delinea sempre più nettamente la prospettiva di una vecchiaia straordinariamente prolungata con metodi artificiali anche contro la volontà personale..
Tuttavia, a dispetto delle più cupe prefigurazioni di una terza età debole e manipolabile, le persone non si sono ancora arrese e la realtà dei fatti ha mostrato in quest’ultimo periodo un mondo degli anziani più che mai vivo e creativo. L’anno della crisi economica infatti ha dato modo a moltissimi di fornire un’immagine di sé tutt’altro che spenta o insignificante. I pensionati si sono rivelati un prezioso aiuto per le famiglie in difficoltà, in cui giovani assunti freschi di laurea e adulti nel pieno della vita lavorativa si sono trovati improvvisamente licenziati o in cassa integrazione, mentre i nonni e le nonne hanno messo le loro pensioni anche minime a disposizione di figli e nipoti.
Una società che si predispone a trattare i vecchi come oggetti giacenti in un letto d’ospedale, su cui altri prendano le decisioni, è chiamata a rivalutare la figura del senex: saggio, equilibrato, risparmiatore e controcorrente.
Anche in letteratura, come per una straordinaria coincidenza, ci sono state in proposito grandi sorprese e rivelazioni. Nella primavera del 2009 io e diversi altri siamo stati entusiasmati dal fenomeno Di Ruscio, che col romanzo Cristi polverizzati (Le Lettere, Firenze, collana fuoriformato) ci ha rivelato una lingua tutta sua, agglutinatasi nel corso di decenni d’esilio dall’Italia, fra genio e sregolatezza, un idioletto ruscellante, straripante, esorbitante che ha posto tale capolavoro al centro dell’attenzione della critica. Riporto qui due paragrafi del romanzo: "Io avevo anni quattordici e sognavo di diventare partigiano, scappai via di casa e arrivai in un paese dove c’erano i partigiani che mi dettero un calcio in culo e mi rimandarono a casa: Vai a casa! Vai a casa, scemo! Ferito nell’orgoglio me ne tornai indietro, babbo mi chiese dove ero stato e io zitto, custodii il segreto del mio tentativo di essere anch’io tra i liberatori rossi e garibaldini. E nonostante il mio affabulare, mai sarò tra i liberatori. Allora mi chiudo qui, almeno a liberare le parole e poter dire come disse e scrisse il grandissimo poeta ho adoperato le parole che nessuno osava." (p. 56); "Questo lavoro poetico è lavoro altamente scientifico, scopriamo le nuove particelle che danno nuovo senso al mondo e se il linguaggio quotidiano è molto stanco e smorto specie in questi periodi cadaverici e reazionari io poeta accelero vertiginosamente tutto ponendo il verbo alle alte velocità e faccio un casino peggio del casino dell’acceleratore di Ginevra." (p. 106). (L’incipit di questo romanzo e articoli sull’autore si possono trovare su Nazione Indiana; un mio articolo, sulla rivista "Il primo amore" on line col titolo "Luigi Di Ruscio sprigionatore di parole".)
E’ dell’aprile 2009 anche il caso letterario di Elio Lanteri, esordiente a più di ottant’anni col romanzo La ballata della piccola piazza (Transeuropa, Massa), che teneva nel cassetto da molto tempo e non aveva fretta di mostrare ad alcuno. Uomo colto e amante della letteratura, amico di Francesco Biamonti e Guido Seborga, è sempre stato molto riservato riguardo ai propri esercizi di scrittura, ma dopo una certa insistenza, qualche anno fa, li ha finalmente mostrati allo scrittore Marino Magliani. Il testo, composto in una prosa lirica suggestiva e toccante, si è rivelato un successo. Qui di seguito, un paragrafo tratto dalle prime pagine: "Quando ero bambino, al calar del sole, indugiavo stupito a contemplare le ombre degli alberi che si allungavano sulla sabbia, le guardavo crescere e raggiungere l’acqua, creando figure fantastiche di animali che si abbeveravano nella corrente. Ciulé, mentre la sera allungava lentamente la sua ombra, sedeva vicino a me sotto l’albero dello spreco e faceva la profezia con i colori, gettando in aria tre pezzetti di terracotta: vita se si posava il rosso, morte se sulla sabbia rimaneva il bianco." (p. 11).
Amico di Elio Lanteri e di altri scrittori liguri è Lorenzo Muratore, antologizzato fra gli autori più ricchi d’immaginazione nel volume "over 65" curato da Transeuropa, uscito a settembre con il proposito di dare inizio a un’operazione culturale più che mai necessaria. La raccolta di racconti Over-age. Apocalittici e disappropriati ha il merito di farci conoscere, fra gli altri, il talentoso Roberto Pusiol che, nei brani scelti dal suo romanzo Ritratto di Edi Tonon, gerontolescente, s’inventa un parlato ludico e saltellante, inframmezzato dall’onomatopeico "op op", rumore di stampelle. Un breve episodio autobiografico che costringe il protagonista a una deambulazione faticosa, anziché deprimere l’umore del protagonista, rende la scrittura del suo diario agile, scattante e virtuosistica, mentre la vita quotidiana diventa una sfida stimolante persino all’interno delle mura domestiche. Nell’autopresentazione iniziale, si trovano queste parole: "Dà il via così Edi Tonon - sedotto dallo spettacolino della propria vita quotidiana e della propria banalità esistenziale e dal suo essere un bel niente guardato e visto da se stesso come un bel niente - a un suo domestico provinciale estemporaneo mite reality monologante in forma di ’romanzetto veloce che si legge’, ’estroso’, spesso ’giocoso’ e ’tutto scherzoso’, ora ’ansioso’ ora ’festoso’, ora ’quereloso’, che ci tiene ad esser ’decoroso’ e ’dignitoso’, che è ’tanto montagnoso e boscoso ed è pure pratoso’, che vorrebbe essere ’flessuoso’ e pure ’saporoso’ e magari addirittura ’vigoroso’ ed è pure ’amoroso’." (Over-age, pp. 29-30); "Op! op! con le stampelle adesso scrivo, che sono un poco nel deserto, che son preso un poco da sgomento, che se mi metto sulla carta un poco, divento come più importante, un poco…" (p. 31).
Aconito e Jellici sono accomunati al già citato Di Ruscio da un simile destino di emigrazione. Di Ruscio dice esplicitamente di vivere "in una delle capitali più prossime alla fine del mondo" (Oslo), "fuori del mondo". Andatosene da Fermo negli anni cinquanta per lavoro, tornato raramente solo per brevi viaggi, dichiara di aver preso le distanze da un’Italia amata ma criticata aspramente in quanto piena di scandali, ingiustizie e ridicole assurdità. Nonostante la lontananza, l’Italia e i tempi che corrono verso la catastrofe rimangono i principali oggetti d’interesse dei suoi stralunati memoriali.
Luciano Aconito, di Napoli, emigrato anch’egli in un Paese lontano e freddo, il Canada, vi muore nel 2007 senza fare ritorno. Ha collaborato con riviste italiane, canadesi, italo-canadesi, e scritto un lungo romanzo-zibaldone dal titolo Il segno di Giano.
Un altro esempio di partenza che è simile a un esilio volontario è quello di Giorgio Jellici, di Trento, che, dopo una vita lavorativa in giro per l’Europa e per il mondo, fissa la sua dimora in Francia, in una casa di pietra costruitosi da sé, priva di corrente elettrica e fatta sul modello dei masi ladini. La prosa dei suoi racconti è largamente intessuta di parlato dialettale.
Molto diversa, la prosa di Andrea Comotti, che nel suo romanzo dal titolo L’organigramma, pubblicato prima on line da Vibrisselibri, e ora, a brani, nell’antologia citata, mostra uno stile espressionista e sofisticato, ricco di arcaismi, latinismi, calchi poetici e neologismi. Eccone un esempio tratto dall’antologia Over-age: "Pazienza si disse, ci aveva investito tutta la buona volontà che si era trovato sotto pelle ma quella da sola non bastava senza un minimo di dote naturale. Nel suo codice genetico evidentemente - e sottolineo evid - non c’era scritto il dmja, l’acido desossi-musi-jazzeico. La musica suonata non era per lui, verdetto inoppugnabile." (p.105).
Lo stile di questi autori è spesso molto lavorato, non uniforme, non omologato. Anni e anni di esilio o isolamento, talvolta vite intere dedicate alla letteratura con riservatezza e dedizione, col lavoro quotidiano di riflessione, di correzione e limatura, hanno tenuto questi romanzi e zibaldoni lontani dalle mode e hanno permesso loro di espandersi in forme libere e originali. Vorrei interpretare la scoperta di autori così maturi, pensosi, con un lungo vissuto alle spalle, come una reazione alla politica editoriale dei "geni precoci", dei giovani e giovanissimi esordienti "allevati in batteria" dalle scuole di scrittura (secondo un’espressione di Carla Benedetti), dei talenti confezionati dagli editor nelle grandi case editrici per generiche esigenze commerciali o su misura per un target giovanile stereotipato.








pubblicato da a.tarabbia nella rubrica libri il 10 dicembre 2009