Il primo amore #6 - Stralci dalla rivista

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È orribile. Non può essere così. Gesù non può essere morto in croce per purificarci, per redimerci dai nostri peccati. Io non ho commesso alcun peccato tale da costringere Dio a un simile (auto)sacrificio!
Tutte le colpe sono individuali, anche quelle che chiamiamo collettive. Persino il Catechismo della Chiesa Cattolica lo dice: «Il peccato è un atto personale» (1868). Perché dunque per perdonarmi Dio avrebbe bisogno di un terzo a fare da tramite, da vittima sacrificale?
È un meccanismo antico, pagano, totalmente alieno dalla nostra sensibilità e che mi sembra abominevole. Ma allora perché nel caso di Gesù non scatta in noi un moto di indignazione e di ripulsa, come vorrebbe il buonsenso e come certamente accadrebbe in qualsiasi altro contesto? Perché non si insorge contro questa idea aberrante e non si esclama «Nemmeno per sogno accetterò che un altro – fosse anche un figlio di Dio o un semidio o un’Ipostasi di Dio – si faccia carico delle mie colpe, vere o presunte! Chi è tanto pazzo da prospettarmi una cosa del genere come se fosse la più normale e anzi la più nobile e sacra? Io non voglio che Gesù sia morto per colpa mia al posto mio!»?

Questo è un pensiero che oscuramente ho sempre avuto fin da bambino, quando ho cominciato ad andare a catechismo. Anzi questa mia incapacità di capire in cosa consistesse il perno del cristianesimo ha sempre costituito per me una fonte di angoscia e vergogna. Quando il prete ci spiegava che Gesù era morto per noi, per redimere i nostri peccati e fare sì che tra noi e il Padre si stabilisse una nuova e definitiva alleanza, a me venivano i sudori freddi perché mi sembrava di non riuscire a seguire tutti i passaggi logici e attribuivo questo accecamento a un mio limite intellettuale che vivevo come una cosa ignominiosa, con la stessa sensazione di dolore sconfinante nello spasmo intestinale che ho poi provato per anni al liceo di fronte a teoremi, funzioni e formule algebriche. Insomma, credevo ci fosse qualcosa che, per via della mia scarsa intelligenza o colpevole distrazione, mi era sfuggito e che invece evidentemente era chiara a tutti gli altri, dal momento che nessuno sembrava mostrare il minimo sconcerto. Da lì, per anni, il mio pressoché cronico imbarazzo, il senso di vergogna e inadeguatezza sempre presente in me come un rumore di fondo.
In seguito ho capito con sbalordimento che non c’era nulla da capire, che non avevo saltato nessun passaggio logico. Era tutto lì, solo che la mia testa si rifiutava di prendere in considerazione un meccanismo – quello appunto del sacrificio espiatorio dell’innocente – del tutto estraneo alla mia sensibilità e al mio embrione di senso morale. (...)

Continua su Il miracolo, il mistero e l’autorità, Milano, Effigie 2009, pp. 154, euro 15








pubblicato da ilprimoamore nella rubrica annunci il 10 dicembre 2009