Il saggio d’urgenza politica di Pier Paolo Pasolini

Raffaele Cesana



Debbo confessare che quando ho letto per la prima volta i titoli dei due interventi che anticipano e seguono la presente esposizione sul saggio politico di Pier Paolo Pasolini ho sorriso in modo allegro, ma nostalgico. Da un lato, i Promessi Sposi hanno malinconicamente ricondotto la mia memoria al Resegone, a quella montagna lombarda che ho sempre ammirato dalla finestra della mia camera sin dagli anni dell’infanzia, e che rappresenta un elemento importante nella geografia narrativa del Manzoni. A partire da questo personale ricordo nostalgico, ma stando qui in Messico, l’intenzione di commentare una forma saggistica (come quella pasoliniana) così legata alla materia culturale italiana, mi ha subito portato a riflettere su quanto la condizione della lontananza dal bel paese, sia solo in apparenza un limite. Al contrario, credo fermamente che è proprio la distanza dall’Italia, quel quid che può dare una maggiore ampiezza di prospettiva analitica. E in tal senso, condivido pienamente il pensiero di Tzvetan Todorov secondo cui "in nessun caso ci si può trovare così coscienti della proprio cultura, come quando ci si trova all’estero."
Dall’altro lato, volendo concludere questa premessa, il riferimento al romanzo Gomorra di Saviano è l’elemento che motiva il carattere allegro del sorridere che vi ho confessato. Non certo per le tragiche tematiche umane che vi sono contenute. Certo che no. Ma, semplicemente per il fatto che avrebbe entusiasmato lo stesso Pasolini sapersi oggetto di una dinamica espositiva nel bel mezzo di quell’asse nord-centro-sud che appunto i Promessi Sposi e Gomorra sottendono. Un asse letterario e culturale che ha avuto un rilevante significato nella proteiforme produzione del Pasolini. E di ciò, di quanto fosse importante il senso della lunghezza territoriale sud-centro-nord ai fini di una discussione dettagliata sulla cultura italiana, sarà manifestazione implicita proprio il saggio d’urgenza politica che il nostro inventa durante i suoi conclusivi anni di vita.

L’ultimo ed intimo dono che Pier Paolo Pasolini fa ai suoi lettori, prima di morire nella notte del 2 novembre 1975, è rappresentato dagli articoli scritti dall’inizio del 1973 sulle pagine della stampa nazionale più importante. L’intervento giornalistico e sociologico a cui mi riferisco è un’espressione viscerale di drammatico dissenso che la penna pasoliniana rivolge in primis all’avvento di quei modelli consumistici e di Potere che hanno annientato il secolare patrimonio culturale ed umanistico dell’Italia, per lasciare una nuova ed omnicomprensiva immagine della nostra società come sistema omologato e triste. Senza entrare nei meriti della polemica sollevata da Italo Calvino e Maurizio Ferrara, circa il "carattere nostalgico" dell’analisi antropologica pasoliniana, i bersagli del saggista–pirata sono in sintesi: il falso progresso, la degenerazione del capitalismo, l’estraneità dei giovani e l’ansia di conformismo del popolo italiano, le distruzioni culturali determinate dal consumismo e dalla menzogna televisiva, il disfacimento morale ed istituzionale operato dai gerarchi democristiani. Nel ricordare quanto Vincenzo Mannino ci dice nel suo Invito alla lettura di Pier Paolo Pasolini, questi scritti si rivelano "inquietanti e preconizzatrici": il saggio politico pasoliniano gettandosi a capofitto contro la macchina del Potere e la stupidità dei servi e dei banditi che abitano il Palazzo, è il vero ultimo grido d’allarme di un uomo che sembrava vivere in un futuro culturale, per dare di tanto in tanto qualche raggelante parabola d’avvertimento.
Seguendo una simile linea interpretativa, sarà Alfonso Berardinelli, nella prefazione alla nuova edizione del 1990 di Scritti corsari, a parlare dell’invenzione letteraria degli ultimi anni di Pasolini nei termini di una "saggistica politica d’emergenza". Questa forma d’accusa e d’autodifesa pubblica di un poeta si fonda sullo schema retorico della requisitoria e –sempre nell’opinione di Berardinelli– mostra i toni accesi di un’ideologia "vocale", "a braccio", dove spariscono indugi, attenuazioni e sfumature e trova espressione una nitida architettura di concetti e nervature razionali. Tutto è disperatamente e rigorosamente in piena luce, poiché profondamente pertinente con la materia culturale e sociale dell’Italia e poiché sorretto da un intellettualismo spoglio e geometrico.
Proprio sulla base di queste ultime due note qualitative (l’assoluta aderenza al midollo della questione culturale e sociale del paese e l’abilità critica dell’intellettuale reazionario di sinistra, incapace di tradire la lezione del dotto), il saggio politico d’emergenza di cui parla Berardinelli, sembra poter giungere al presente della nostra stessa ricezione circa ciò che riguarda la realtà italiana e persino poter rispondere a domande importanti; vitali, verrebbe da dire visti i tempi che corrono.
Dalle pagine corsare e luterane è infatti possibile dedurre utili spunti di riflessione circa l’attuale stato politico e culturale del nostro paese, in merito ai motivi per cui, ad esempio, Silvio Berlusconi possa essere giunto a rappresentare impunemente la mentalità di un ceto medio sempre più allargato; in merito al come o al chi abbiano creato quella società italiana omologata che vede in Silvio Berlusconi il leader forte in grado di dare al popolo, ciò che il popolo gli chiede; in merito al perché oggi per la maggior parte degli italiani –che sono poi quelli che votano Silvio Berlusconi– è possibile accettare e difendere il fatto che chi governa con un ampio mandato debba spalmare il Paese di un pensiero unico e forte che non accetta né replica, né dialogo.
Per questi motivi, considerando inoltre, come ricorda Massimo Giannini nel suo saggio Lo statista, il realizzarsi della terribile previsione di Norberto Bobbio circa l’avvento di una nuova destra che in nome di una retorica anticomunista afferma il rifiuto dell’antifascismo, la nostra stessa ricezione del testo pasoliniano registra un chiaro acutizzarsi della preoccupazione per la gravità che contraddistingue l’attuale contesto italiano. Il crudo e lucido intervento saggistico di Pasolini da una originaria situazione d’emergenza, d’improvvisa difficoltà che richiede un intervento rapido, diviene oggi chiara espressione di un’urgenza politica; un’analisi indispensabile alle radici del nostro stesso grave momento civico e culturale, per cui la necessità inderogabile è l’intervento immediato.

Sul piano dunque della ricezione, per il lettore attuale, le preziose testimonianze di questa invenzione sono le due raccolte Scritti corsari (usciti nel 1975 per Garzanti) e Lettere luterane (pubblicate postume da Einaudi, nel novembre 1976). Queste due opere, traghettatrici di una forma d’intervento giornalistico conciso, rovente e cinico, sono il risultato corsaro o luterano di una stessa intenzione indagativa circa il mutato sistema sociale e politico italiano, di quegli anni. Tuttavia, nonostante la condivisa materia d’analisi, alcune differenze di concezione e di struttura non sono di poco conto.
Scritti corsari è una collezione in cui è lo stesso autore a raccogliere i suoi testi più provocatori. Si tratta dei brevi articoli pubblicati in origine sulle colonne del Corriere della Sera, del Tempo illustrato, del Mondo, di Nuova generazione e di Paese sera. A questi interventi, si è aggiunta nel libro una parte dal titolo "Documenti e allegati", i cui testi trattano differenti tematiche (come l’omosessualità, la Chiesa, la relazione tra sviluppo e progresso).
La "Nota introduttiva", scritta dallo stesso Pasolini rivela elementi interessanti in chiave ricettiva e sul metodo intellettuale sotteso alla forma saggistica adottata dall’autore, tanto in Scritti corsari, come in Lettere luterane. In questa nota tecnica leggiamo infatti che: "La ricostruzione di questo libro è affidata al lettore. È lui che deve rimettere insieme i frammenti di un’opera dispersa e incompleta. […] Mai mi è capitato nei miei libri, più che in questo di scritti giornalistici, di pretendere dal lettore un così necessario fervore filologico." Inoltre, poco più avanti, lo stesso Pasolini confessa che "all’opera che il lettore deve ricostruire, mancano del tutto dei materiali, che sono peraltro fondamentali." E si riferisce in particolare ad un gruppo di poesie italo-friulane, a cui ci rimanda.
Queste due considerazioni sono molto importanti. Siamo chiamati ad accettare il carattere aperto della prosa che leggiamo, a esserne co-creatori capaci, attraverso la disciplina di una corretta interpretazione testuale e linguistica, di penetrarne la maglia duttile e movente. Solo così infatti, solo adottando questa non semplice posizione ricettiva, di apertura al dialogo con il testo, diviene possibile comprendere quanto profondo sia il modo di analizzare la materia culturale italiana da parte del regista di Accattone e Mamma Roma. Nei termini di una teoria del saggio, verrebbe, paradossalmente, da pensare a Emilio Cecchi, a colui che nel 1955 si era scagliato contro il turpiloquio attuato, a suo dire, nel romanzo Ragazzi di vita. Prendendo in prestito le meravigliose elaborazioni teoriche che, nell’articolo "’Saggio’ e ’prosa d’arte’" (1949), il Cecchi dedica alla "soluzione classica" incontrata da Montaigne e Charles Lamb, constatiamo che al momento di leggere il saggio politico di Pier Paolo Pasolini alla nostra coscienza viene consentito di "entrare discretamente per una porticciuola che si schiude sul vicolo della vita comune", ma dove appunto la vita e la cultura sono così presenti, che "la cortina del cielo talvolta davvero si straccia; e attraverso scintillano, un attimo, segni dell’al di là."
L’attenzione che Pasolini rivolge ad un gruppo di poesie italo-friulane, ed a cui rimanda il suo lettore forse perché sa di riproporre versi ancor più corsari dei suoi interventi, se da un lato stabilisce una corrispondenza dialogica ed un senso della circolarità con "Postilla in versi", l’ultima parte delle Lettere luterane, dall’altro lato introduce il tema della relazione tra la prosa del saggio ed il valore poetico. La scrittura dell’intervento giornalistico pasoliniano non mostra la creatività raffinata ed erudita che si può ritrovare nell’elzeviro di Montale o di Cecchi, dove la ricerca formale si associa il più delle volte ad un preciso bisogno di letterarietà, astrazione e lirismo. Il saggio di Pasolini è l’espressione in prosa di un quid poetico fortemente legato alla capacità d’osservazione ed alla sensibilità ricettiva del reale, al ricco sostrato culturale ed alla coerenza intellettuale di un uomo che voleva e sapeva sporcarsi le mani con la vita. Come osserva Octavio Paz, nel saggio "Poesía de soledad y poesía de comunión", precisamente da questo valore poetico nascono la capacità spirituale e scritturale che permettono all’autore, grazie ad una potente dinamica che mostra precise analogie con la religione e la magia, di passare da una condizione di solitudine a una di comunione. Per questo il lettore è portato a formulare opinioni morali e politiche circa la società e la cultura di cui fa parte.
Tra gli interventi che danno maggior senso corsaro alla collezione ci sarebbe senza dubbio da parlare con maggior tranquillità e profondità d’analisi. Oltre ai due saggi che aprano e chiudono questo primo tempo della requisitoria pasoliniana –"Contro i capelli lunghi" uscito sul Corriere della Sera il 7 gennaio 1973 e "Gli insostituibili Nixon italiani" pubblicato sempre sulle colonne del giornale meneghino, in data 18 febbraio 1975– il poco ed inclemente tempo mi permette qui di considerare due rapidi esempi.
Il 17 maggio 1973 esce sul Corriere della Sera, protetto dall’occhiello "Tribuna aperta", l’articolo "Il folle slogan dei jeans Jesus": Pasolini, a partire da un’occasione oggettiva (la pubblicità dei jeans Jesus che recita: "Non avrai altri jeans all’infuori di me"), analizza l’antiespressività della lingua tecnica che, in quella società consumistica in fieri, sta sostituendo l’idioma della tradizione umanistica, per proporsi come il simbolo della vita linguistica del futuro: cioè di un mondo inespressivo e senza diversità di culture, perché omologato e privo di una volontà di dialogo. Un mondo italiano dove il nuovo Potere avrebbe accettato solo consumatori dallo spirito pragmatico ed edonistico. Una realtà di regime democratico, dove gli altri sono foresteri, diversi, disadattati, comunisti cattivi "che si mangiano i bambini."
Il 10 giugno 1974 esce l’articolo "Gli italiani non sono più quelli". La prima pagina è sempre quella del quotidiano milanese, simbolo della moderata borghesia lombarda ed italiana, che viene così bombardata a suon di provocazioni e denuncie. Nell’articolo qui ricordato, Pasolini abbozza, per la prima volta in modo organico, un breve studio sulla rivoluzione antropologica in Italia. Mentre analizza la mutazione della nostra cultura e lo spezzarsi di ogni forma di continuità storica, per cui lo sviluppo voluto dal Potere ha condotto ad un’unificazione del contesto sociale, l’autore di Poesie a Casarsa afferma che in realtà l’Italia non ha mai avuto una Grande Destra, perché non ha avuto una cultura capace di esprimerla e parla di un vuoto culturale lasciato dal crollo del mondo contadino e paleoindustriale che aspetta di essere colmato da un nuovo carattere italiano.

Concediamo ora voce alla pubblicazione postuma delle Lettere luterane. Come ho già sottolineato, se la materia d’analisi è condivisa con gli Scritti corsari, si riscontrano d’altro canto alcune importanti differenze di struttura ed impostazione. L’opera, giunta sino a noi sulla base del progetto originario del suo autore, che ne aveva già deciso titolo e configurazione, raccoglie gli interventi scritti tra l’inizio di gennaio e gli ultimi giorni d’ottobre del 1975 e pubblicati sul Corriere della sera e su Il Mondo. Già dall’indice è possibile comprendere la peculiarità di un libro a proposito del quale Enzo Golino parla di "violenza profetica ed ossessione pedagogica, reciprocamente fuse in un crogiuolo d’invettive." Delle quattro sezioni che danno corpus alle Lettere, lo scritto d’apertura, "I giovani infelici" –dove Pasolini ammette la propria colpa quale "padre storico responsabile del regime clerico fascista"–, nonché la quarta ed ultima parte, "Postilla in versi", sono scritti inediti.
Le due principali sezioni in cui si articola il volume sono "Gennariello" e "Lettere luterane". È essenziale sottolineare che questa terza parte che dà il titolo all’intera pubblicazione, è quella che più dialoga con i precedenti articoli corsari, mentre "Gennariello" (che è il nome dell’ipotetico quindicenne borghese e napoletano a cui sono indirizzate le considerazioni dell’autore) rappresenta un discorso educativo, un trattatello pedagogico che rivela un chiaro disegno autonomo.
Le "lettere luterane", gli articoli raccolti sotto tale titolo nella terza parte della pubblicazione, sono scritte con la stessa penna con la quale Pasolini sa gridare la propria fame d’attualità e risvegliare la coscienza del lettore. Ancora una volta, vengono messe in movimeto idee politiche non previste e, come sottolinea Enzo Siciliano, viene utilizzato un linguaggio persuasivo e vibrante che avvicina la letteratura alla vita, riscoprendone il dolente significato esistenziale. Tra i momenti più significativi di questa raccolta protestante, carica d’urgenza politica, ritengo imprescindibile ricordare per lo meno l’intervento dal titolo "Il processo".
In tale articolo, pubblicato sul Corriere della Sera, il 24 agosto 1975, l’autore elabora l’elenco morale dei reati commessi da chi ha governato l’Italia negli ultimi trent’anni. Vi si afferma che è finita l’epoca millenaria di un "certo" potere ed è cominciata l’epoca di un certo "altro" potere. In tal senso, ciò che lascia allibiti, ripensando alla data d’apparizione di certe idee pasoliniane, è la reazione stessa che attuano la nostra coscienza e la nostra memoria. Quando il saggista-poeta sostiene che "soltanto un Processo potrebbe dare alle sue astratte affermazioni i caratteri di una verità storica inconfutabile, tale da determinare nel paese una nuova volontà politica", se da una parte siamo portati a riconsiderare la valenza che ha avuto l’indagine giudiziaria di "Tangentopoli" nella storia del nostro paese, d’altra parte il nostro pensiero ritorna alla scesa in campo nel 1994 di Silvio Berlusconi ed al percorso che, soprattutto con l’ultima clamorosa vittoria dell’aprile 2008, lo ha condotto a riempire proprio quel vuoto culturale e politico di cui parla Pasolini.

Come a dare circolarità alla mia presentazione, iniziata con il ricordo nostalgico del monte Resegone, vorrei ora ricorrere ad una similitudine e rimettere il saggio pasoliniano ad una figura favolosa della tradizione orale della Sicilia: l’eroico Lu Piscicola. In particolare, mi interessa la versione di Cola Pesce che Italo Calvino ci presenta, come curatore per Einaudi di quell’enorme progetto editoriale che sono le Fiabe italiane. Nella variante del racconto che riporta Calvino, leggiamo che Cola Pesce, divenuto metà uomo e metà pesce per una maledizione, viene obbligato dal Re a tuffarsi dalla torre del Faro di Messina, in un punto del mare dove è impossibile vedere il fondo. Prima di compiere l’ennesimo tentativo, sentendosi ormai privo di forze, Cola Pesce chiede una manciata di lenticchie: "Se scampo –dice al Re– tornerò su io; ma se vedete venire a galla le lenticchie, è segno che io non torno più."
Mentre concludo l’intervento e ripenso a Cola Pesce che gli abitanti di Messina stanno ancora aspettando comprendo con lucidità che il saggio corsaro e luterano di Pier Paolo Pasolini è come quella manciata di lenticchie che tornano a galla perché liberate dalla mano di un abile nuotatore, cariche non già di soldi, ma di una drammatica urgenza politica.








pubblicato da a.tarabbia nella rubrica libri il 8 dicembre 2009