Piazza Fontana 1969-2009 - #1

Teo Lorini



"Un rompicapo avvolto in un mistero rinchiuso in un enigma" la celebre frase di Churchill sembra perfetta per l’esplosione della Banca Nazionale dell’Agricoltura per cui quaranta anni di indagini non sono bastati a rintracciare un colpevole, una responsabilità precisa. Se però ci si avvicina alla mole di inchieste, documenti, rapporti e processi prodotta in queste quattro decadi, se si comincia a esaminare la messe bibliografica che ne è scaturita, allora ciò che è condannato a rimanere un mistero nelle sentenze, inizia nei fatti a diradarsi: i singoli elementi si collegano in un disegno via via più preciso, i nomi sfuggiti alle condanne per un vizio procedurale, un’assoluzione frettolosa, una testimonianza discutibile, possono essere accostati a ruoli, fatti, snodi cruciali fino a comporre un quadro via via più dettagliato e coerente.

Assieme al rapimento e all’omicidio di Aldo Moro, la strage del 12 dicembre 1969 è il caso più complesso nella storia dell’Italia repubblicana e nello stesso tempo costituisce il punto da cui scaturiscono e attorno a cui gravitano tutte le dinamiche, i conflitti, le analisi politiche, le scelte operative dei cosiddetti Anni di Piombo: per Piazza Fontana Sofri e Bianconi hanno parlato di "innocenza perduta", un eminenza della DC come il senatore Taviani (membro della costituente e co-fondatore di Gladio) ha ammesso che quell’evento aveva "distrutto la fiducia nello Stato di un’intera generazione" e sono d’altronde innumerevoli le testimonianze di terroristi che hanno dichiarato di aver scelto la lotta armata proprio come reazione a quella strage. L’emergere delle responsabilità dello Stato e il lungo e contraddittorio iter giudiziario che quella responsabilità non poté né volle certificare costituiscono, per dirla con Paolo Cucchiarelli, "un punto di svolta radicale nella mentalità, nel rapporto tra politica e società civile, nello stesso modello istituzionale italiano". E di questa frattura sono consapevoli tutti, non soltanto coloro che negli anni seguenti combatterono in clandestinità in un crescendo di ferocia, ma anche quelli che dello Stato, di quello Stato capace di violenza e di strage, furono servitori: non a caso sia Moro sia Cossiga parlarono apertamente di "guerra".

Forse allora l’aspetto più spaventoso di Piazza Fontana sta proprio nel fatto che i passaggi, le responsabilità, persino i nomi sono tutti o quasi sul tappeto. Studiosi e storici sono in grado di raccontare un quadro coerente e dettagliato, uno scenario che però la magistratura non ha mai ratificato con una sentenza univoca. Il risultato di questa lacuna è una ferita ancora più grave, in cui ciascuno, tanto più in un paese privo di memoria storica come l’Italia, può infilare la propria verità o, più semplicemente, il proprio disinteresse sino a giungere alle risposte agghiaccianti che, a ogni anniversario, i reporter raccolgono chiedendo ai liceali -ai liceali milanesi- cosa sanno di Piazza Fontana: "un attentato delle Brigate Rosse", "una strage di mafia", e così via.

D’altro canto è comprensibile che l’oblio possa essere l’esito auspicato da uno Stato che con ogni risorsa s’è opposto all’accertamento della verità su ciascuno snodo della trama che condusse alla strage del 12 dicembre e agli altri eventi criminali che ne furono il corollario, a cominciare dalla morte dell’innocente ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli, precipitato dai locali della Questura di Milano, dove era trattenuto illegalmente, e vilmente incolpato della strage dai responsabili dell’Ufficio politico.

A quarant’anni di distanza Piazza Fontana rimane un "punto irriducibile di contestazione", proprio come scriveva di sé Aldo Moro dalla prigione BR. Dagli undici giudizi celebrati nei tribunali di mezza Italia non è emerso un solo colpevole e -beffarda chiosa di tale fallimento- il pagamento delle spese processuali spetta ai parenti delle vittime. Una serie di fattispecie procedurali troppo intricate da ricostruire, ha progressivamente condotto all’assoluzione di Pietro Valpreda, l’anarchico che per primo fu accusato, e di tutti i neofascisti nel cui ambiente la strage è senza ombra di dubbio maturata: Franco Freda, Giovanni Ventura, Stefano Delle Chiaie, Massimiliano Fachini, Mario Merlino, Carlo Maria Maggi, Giancarlo Rognoni, Delfo Zorzi e Stefano Tringali. Per ciascuno di costoro il paziente lavoro di investigatori e giornalisti ha prodotto testimonianze, ricostruito movimenti, dimostrato connivenze e complicità.

Ma tanto prezioso dispiego di ricerca ha dovuto fermarsi, nelle aule di tribunale, davanti a una linea che non doveva essere valicata, in un territorio in cui il potere politico si confonde con quello giudiziario fino a sovrapporvisi. In questo i due fatti più traumatici del dopoguerra italiano divergono e, riguardo alle bombe che venerdì 12 dicembre 1969 uccisero 17 persone e ne ferirono 105, non resta la quantità di misteri irrisolti che ancora aleggia sul caso Moro. Per gli ordinovisti Freda e Ventura, ad esempio, tutti i gradi di giudizio hanno formulato una valutazione che il giudice Guido Salvini ha definito "di colpevolezza storica, anche se non traducibile in una sentenza di condanna" dato che i due, al momento in cui nuovi e preziosi elementi probatori emersero dalle indagini, avevano già ottenuto un’assoluzione.

Ciò che rende la ferita di Piazza Fontana ancora dolorosa e sanguinante non è dunque la mancanza di moventi, di matrici politiche, di nomi. Quelli anzi ci sono e restano, spogliati da qualsiasi residuo di dignità, di fedeltà ai principi, ma protetti (proprio loro che inneggiavano all’Onore, all’Ordine, alla Nazione) da depistaggi vili, da lungaggini burocratiche o dallo scudo di un passaporto straniero. Ciò che manca è invece una verità ratificata che possa essere -ancorché faticosamente- condivisa per iniziare il difficile cammino di superamento.
La verità che ciascuno può ricostruire e deve sforzarsi di tramandare resta così affidata alle pagine dei molti libri usciti in questi quarant’anni.

Pubblicato su «Pulp Libri» n.82 (novembre-dicembre 2009).








pubblicato da t.lorini nella rubrica libri il 7 dicembre 2009